“Arabeschi di luce” di Maria Grazia Maramotti, letto da Marco Onofrio

maramotti.jpg di marco onofrioE se la poesia fosse il riflesso della Luce che vedemmo (anzi: che eravamo) prima di nascere? Come quando guardiamo le cose dopo aver fissato troppo il sole: le vediamo intarsiate dagli “arabeschi” di quella luce, una patina d’oro che si sovrappone alla materia, prima di svanire poco a poco. Maria Grazia Maramotti è una poetessa coraggiosa, giacché non pone limiti di concetto al processo conoscitivo da cui distilla il liquore puro della parola. Nel suo Arabeschi di luce (Campanotto, 2009, pp. 142, Euro 12) si confronta con le cose più alte, cioè con il mistero enorme della natura, che poi è la semplice grandezza della realtà e l’articolazione del cosmo – su basi e strutture invisibili – a partire da un Logos originario. La poesia dunque (fatta in ogni caso di parole che, sia pur suggestive, restano magnetizzate intorno al cerchio della loro convenzione linguistica) non sarebbe “altro” dal negativo della foto metafisica con cui il poeta vuole trafiggere l’essenza di ogni “scena” che la vita gli propone. Ed è una foto che forse il poeta ha già scattato da sempre, prima ancora di avere occhi carnali per inquadrare il mondo. Forse conoscere è davvero ricordare?

Maria Grazia Maramotti lancia la parola nella dinamica di un viaggio retroattivo, a guizzo di salmone, per risalire le correnti dell’essere: verso la misteriosa origine da cui discende la generazione (“fin nella vibrazione seminale, / vibrazione primigenia // del dolore-amore / trasudato da ogni poro della Terra”). L’impossibile nominazione di questo motore immobile, che è il principio generatore della manifestazione cosmica, avviene non a caso – in forma di preghiera – nella poesia intitolata “Logos”, qui di seguito citata per intero:

Universa Intelligenza,
Divina Autocoscienza,
Atman o Sé,
Archetipale Luce
avviluppata
nella fumosa nube
della Nescienza
squarcia per me
e per l’Umana specie
la tua Onnipotenza
affinché l’io di ognuno,
radice prima
della cosmica illusione,
conosca e realizzi
il suo evolvere!

Dentro queste parole ci sono millenni di filosofie e religioni, agglutinate in sintesi creatrice di pensiero. La conoscenza profonda del Sé è uno squarcio nella nube della Nescienza, da cui riemerge (come un raggio di sole dal nero del temporale) la Luce Archetipale del Logos, il fondamento primo che ogni cosa regge dall’interno. Al poeta interessa agevolare la propria e l’altrui evoluzione: che poi è il motivo per cui si viene alla luce e si abita un corpo. Ogni individuo non è voce isolata, benché unica, ma appartiene al coro dell’universo: siamo chiamati a suonare la nostra nota (cioè ad diventare ed essere ciò che siamo) sopra un “pentagramma sconosciuto”. Anche i fenomeni del mondo sono parte di un più vasto insieme, dove tutto evolve e converge, “CON UN MOVIMENTO CIRCOLARE”, verso il Logos da cui tutto proviene.

Anche l’aurora
rosati pallori
d’orme
in processione
lenta…
al Tempio di Luce.

Il Logos è il Grande Invisibile che opera, nel vuoto infinito del mondo, come Sostanza emittente delle determinazioni; è un vortice abissale che mescola le energie ribollenti della creazione: “ventre di fuoco / che nuove forme erutta”. Questa fucina interminabile di anime è il “grembo androgino di Dio” dove risiede il “gioco degli opposti”, sospesi in mobile equilibrio, per cui “nella giocosità del nascere” sono racchiusi già i “germi putrescenti”, e terra e cielo sono “inanellati”, e il fuori e il dentro sono collegati – come in amore:

quelle silenziose gocce d’argento
che rigarono il tuo volto.
E la mia anima.

Peraltro, la condizione da cui il poeta guarda al mondo e si pronuncia, sul qui e sull’altrove, è fortemente limitata dai confini spazio-temporali che lo accerchiano, premendogli attorno, nel baluardo fragile della sua “postazione” in bilico sulla “scarpata dell’immenso”, o nel naufragio aperto di “festuca / squassata da marosi”. Siamo incapsulati nel “sarcofago di un corpo” che un giorno, inesorabilmente, ci abbandonerà. Sopravviviamo in un guado labirintico di inganni, “in questa apnea surreale / dell’agire” che ci blocca nell’inazione, dove le certezze sono “sempre / per un filo / appese al sole”. Brancoliamo nella fitta oscurità, tirati per le falde da aporie indecifrabili, che porgono “barbagli” di sfuggente, ambigua rivelazione. La vita “catapulta sogni / su prati di rovi”: ci abitua dunque a un destino di amarezza, dolore, oblio:

Alle spalle…
le gesta fatiscenti dell’agire
Davanti… la forca
dell’irriconoscenza!

E tuttavia la vita, dinanzi al vuoto buio e gelido che riempie il cosmo, è miracolo straordinario: quante combinazioni devono verificarsi perché un essere vivo, autonomo, dotato di palpito, porga alla luce il frutto del suo corpo?

(…)
m’indago malsicura dentro
per poi convintamene trarre:
“eppure esisto!”.

Il pulsare dell’anima (il grande mistero di questo impulso) è antico “come quello / delle stelle // o… / più remoto ancora”. Nascere significa precipitare da un altro mondo, attraverso le dimensioni parallele, gli stadi atomici della materia, lo “sciabordare lento / delle Ere”. L’anima è una fiamma inestinguibile, un grumo immortale che evolve, plasmandosi attraverso migliaia di incarnazioni. La morte apparente dei corpi è, dunque, varco e viatico di rinascita:

COSÌ NEL TEMPIO ARCANO

delle ere
da corpo nuovo ad altro
la stessa anima trasmigra (…).

La ruota del Samsâra trova il suo apice evolutivo nella creatura umana, dove splende e si risveglia la coscienza (scintilla divina dentro la materia):

Mammifero nascemmo
dopo uccello,
variegati i mantelli

della specie,
finché
di miglior forma in altra,
sempre meno assonnata

la coscienza,
tra i cespugli della terra
ecco in albore
l’uomo!

La poesia si configura come percorso di conoscenza e rigenerazione: “dall’indistinto al ramingare dell’io” nel deserto più arido e vuoto, cercando “sorgive” dove attingere la “goccia fresca / dei primordi” e diventare “germoglio di nuova stagione”. Occorre obbedire alla “smania evolutiva” che ci impelle fieramente all’esperire: perdersi nell’oceano dell’esistenza (con la visione preclusa dal velo illusorio della Maya) e, rovistando tra le forme insostanziali, decrittare l’essenza per capire chi siamo veramente. Che la vita di ognuno sia un’ascesa spirituale dentro l’esperienza: una “crescita d’Amore” finalizzata alla liberazione. Come la pietra che, “DOPO ESSERE STATA TORMENTATA / dal fuoco per giorni e giorni” è vicina “al suo completamento / e alla sua risurrezione”.

La conoscenza poetica viene anche dall’esplorazione del silenzio e dall’auscultazione delle sue abissali profondità: ecco dunque il colloquio con la “materia celestiale” (il quid originario e il pulviscolo atomico di cui sono fatti i cieli), e i “prati d’aria” (le distese immense del vuoto), e le “volute arcane della notte” (porte di un mistero sconfinato), e la terra come “regno di energie globali” (intreccio di connessioni dove tout se tient). Il poeta entra in confidenza con il cosmo: come un prestigiatore, partecipa delle sue magie e le plasma innocentemente, senza recare oltraggio agli equilibri. Considera “sorella” l’aria:

parente di quel soffio
che è in te (…).

E se poi beve la luna che vibra nell’acqua del secchio, sarà lui stesso – per “inconoscibile prodigio”

e luna e notte.

La spiritualità di Maria Grazia Maramotti è animata da una luce sincretistica che – pur partendo da un impianto laico autonomo, fondato sul potere della ragione e l’efficacia del libero pensiero – mescola la visione cristiana del mondo con gli apporti nutrienti delle religioni orientali e le suggestioni della gnosi:

noi…
purissime scintille
(…)

SIAM VENUTI

da un di là
che non è luogo
(…)
Là partecipammo alla Sostanza
(…)
Dapprima si soffrì
nell’allontanarci dal Principio
(…) immemori però della Celeste emanazione

Del resto Dio
non era più bagliore,
sembrava vago lume
quasi spento!
Tra noi e Lui
il velario della lontananza,
la smerlatura della separazione (…).

Questo velario viene squarciato per intervalla insaniae, nei rari momenti in cui la Luce perduta irrompe nella mente, fugando le caligini della Nescienza:

E così di nuovo barbaglia il Lume.

Ma la nostra condizione viene riscattata ed esaltata dall’amore, l’infinito stesso dentro noi. L’amore, che “ti fa vivo perché essenza della vita”, è una forza che accarezza e che dilania: sa come elevarti felice e come sprofondarti disperato. All’amore è demandato il compito di estrarre l’ultima radice dalle cose, affidandoci al dono supremo dell’oblio:

Questo nostro amore
non corrotto dagli acidi esterni
abbandoni nell’oblio il male del mondo
ci purifichi colla sua fiamma

Questo nostro amore
infinito, vero.

Facciamo che sia.

L’oblio è cosa ben diversa dalla Nescienza: questa è non sapere (aver dimenticato) l’Origine; quello è ritrovarla, pacificandosi, dopo avere attraversato, vissuto, compreso le verità del mondo. L’oblio è il mare sconfinato che attende alla foce il fiume, stanco del suo lungo e tortuoso cammino. È l’immensità dove – leopardianamente – è dolce naufragare, e con la quale è giusto unirsi, confondersi, Essere di nuovo, per

ritrovarsi figli
nuovamente uniti
al Padre,

in un abbraccio eterno (…).

Ed è, ancora, nostalgia (voluttà malinconica) di tornare al sonno del proprio “non essere”, riabbracciando la condizione di pienezza che avevamo prima di nascere, nel mondo liquido, caldo e completo da cui siamo stati generati:

QUIETARMI

Io vorrei
in uterine liquescenze,
in amniotici sopori del non-essere
avanti la pretesa della sua germinazione
Avanti il suo esplodere
in progettata forma.

La scrittura poetica della Maramotti tende al monolinguismo: le parole paiono sopravvissute a un “vaglio metafisico” che le brucia e le scarnisce, fino al cuore della verità che si ricerca. È una lingua che perde un po’ di efficacia quando, come nella prima parte del libro, si attarda nei giri logici di alcuni discorsi esplicativi; ma che dà il meglio quando diventa sintesi agglutinante, come nello splendido “ruscellando / svapora” (dove un moto discendente è accorpato ad uno ascensionale). La stazione terminale di questo “iter conoscitivo, e al contempo incantato”, secondo la pregnante definizione di Walter Mauro, trova il suo culmine irradiante nella composizione forse più fulgida ed emblematica di tutto il libro, l’ultima, dove non a caso è contenuto il titolo che apre il percorso:

ULTIMO DESIDERIO

In volo di rientro
al Nido abbagliante
dell’Eterno
dolce mi sarebbe se a ragione…
nel blu del cielo

potessi incastonare:
“Ho scelto parole
che sacrano silenzi,
arabeschi di luce
sulle tracce della Via”.

Come la goccia che, in essenza, contiene il mare da cui viene estratta, questi versi danno l’esatta misura del percorso attraversato nelle 45 liriche precedenti: in un certo senso, tutto il libro è lì.

Marco Onofrio

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