Ancora su Ingeborg Bachmann e il suo rapporto con Roma, di Marco Onofrio

bachmann_ingPer la celebre scrittrice austriaca (nata e cresciuta a Klagenfurt, in Carinzia) l’Italia è stata sempre una “seconda patria”. Klagenfurt per altro, dista pochi chilometri dal confine. E Ingeborg parlava quasi perfettamente, senza alcun accento, la lingua italiana. Conosceva profondamente la politica, la letteratura, il cinema e la musica del nostro Paese. Si cimenterà anche nella traduzione delle poesie di Giuseppe Ungaretti.

Così, nella tarda estate del 1953, Ingeborg Bachmann obbedisce al richiamo delle ardenti luci meridionali. Abita inizialmente a Forio, Ischia, in una casa affittata dal compositore Hans Werner Henze; poi a Napoli; infine a Roma. Qui arriva con l’idea di soggiornare un paio di mesi; ma poi ci resta – tranne saltuari abbandoni – tutta la vita. Fino ad ammettere con se stessa, anni dopo, di non ricordarne o non saperne più il motivo. Un’attrazione fatale, benché libera da scontati processi di trasfigurazione estetica e culturale. La Bachmann è immune dal “mito” di Roma: sembra prescindere dal l’appeal metastorico, di apice e quintessenza dell’Occidente, per aprirsi alla visione della città nel suo aspetto reale e comune, lasciandosi coinvolgere dal caos e dal rumore del tessuto quotidiano, come stimoli al senso delle contraddizioni dell’esistenza, piuttosto che al bisogno opposto della contemplazione, del silenzio, dell’armonia pacificata. Affronta la Città Eterna, cioè, con un atteggiamento di vitale e dialettica complessità, non “riduzionistico”: il fascino di Roma sta nella sua capacità di collegare il vecchio e il nuovo in modo “inafferrabile”. È una città aperta e stratificata, che «mette in gioco tutti i tempi, uno contro l’altro, uno con l’altro», per cui «il vecchio domani può essere nuovo e il nuovissimo già vecchio». Roma è il luogo spirituale dove l’esistenza può compiutamente ed emblematicamente manifestarsi all’Essere. Per questo alla Bachmann appare, tra le metropoli che conosce, come «l’ultima in cui si possa avere un sentimento di patria interiore». Un luogo irrinunciabile, dunque, per chi voglia studiare l’Uomo e la Vita per scriverne, cioè salvarne frammenti da approfondire, in senso spirituale, linguistico, conoscitivo.

Ingeborg – già “mascotte” del gruppo ’47, con i futuri premi Nobel Günter Grass ed Heinrich Böll – fa parte di una piccola cerchia di scrittori di lingua tedesca residenti a Roma, che si incontra al Caffè Doney di via Veneto. Ma il cuore della sua esperienza romana va soprattutto cercato nell’attività di corrispondente che per un anno, dal 15 luglio 1954 al 9 giugno 1955, assicura alla stazione radiofonica di Brema. I pezzi vengono concordati con la redazione il lunedì e già l’indomani dettati per telefono dalla scrittrice. E i vaglia recapitati dalla radio al suo indirizzo di quei giorni (in piazza della Quercia) sono autentiche boccate d’ossigeno per Ingeborg che, navigando in acque non proprio floride, li accoglie con gioia e gratitudine straordinarie. Dietro lo pseudonimo Ruth Keller, la Bachmann scrive di argomenti fra i più disparati, dalle note di costume ai fatti di cronaca ai casi della vita politica. Lo fa con precisione, acutezza, intelligenza: senza nulla trascurare, poiché tutto sente importante e degno di nota, parte di un insieme generale. Anche il dettaglio all’apparenza più insignificante e quotidiano è, in realtà, fibra di un tessuto storico e sociale superiore. Vede cioè le cose attraverso uno sguardo “esterno”, spregiudicato, che dunque può permettersi maggiore obiettività. Con approccio fenomenico ed epistemico – di analisi e insieme di sintesi – alla materia di volta in volta affrontata. Ne esce uno spaccato a dir poco prezioso della vita italiana e romana degli anni Cinquanta. Si parla degli scioperi, che in Italia superano addirittura il numero delle festività. Oppure dei presunti tentativi di eversione da parte dei comunisti italiani, con conseguenti preoccupazioni americane, nonché democristiane filo-atlantiche. Oppure dell’elezione di Giovanni Gronchi a presidente della Repubblica (maggio 1955). L’opinione pubblica è preoccupata per la disoccupazione e per i prezzi che continuano a salire. Scopriamo una realtà meno distante – di quanto ipotizzabile – da quella odierna. Si legga ad esempio questo frammento dell’11 agosto 1954:

«Considerati i prezzi e la tendenza sempre più spiccata dei locatari a costringere allo sgombero i vecchi inquilini con canoni bloccati bassissimi – considerato quindi che per i più anche gli affitti divoreranno, da adesso, un’alta percentuale del reddito, è un enigma come la maggior parte delle persone riesca a vivere».

Tra i casi di cronaca più scottanti e scabrosi predomina senza dubbio, per ricorrenza e spazio dedicatovi, il presunto omicidio di Wilma Montesi, la “bella romanina” trovata annegata sulla spiaggia di Capocotta nell’aprile 1953. Divenne − come molti ricorderanno − uno scandalo di portata nazionale, oggetto di strumentalizzazioni politiche, specie allorché vi rimase coinvolto, tra gli imputati, il figlio dell’allora ministro degli esteri Attilio Piccioni, che poi si dimise dall’incarico. La Bachmann si concentra via via sulle figure chiave di quella triste storia (mai del tutto chiarita): il questore di Roma Ennio Polito; il giudice Raffaello Sepe; Piero (Morgan) Piccioni; il marchese Ugo Montagna; il principe Maurizio d’Assia; l’“esistenzialista” provinciale Adriana Bisaccia, che fu la prima a “soffiare” rivelazioni; la nobildonna Anna Maria Moneta Caglio (soprannominata “cigno nero” e poi anche “figlia del secolo”), che assieme al giornalista Silvano Muto svelò clamorosi retroscena, innescando il vero e proprio scandalo. Si accenna pure allo “scandalo nello scandalo” che coinvolse il comunista Giuseppe Sotgiu, avvocato di Silvano Muto. E non vengono certo trascurate le ragioni legittime della famiglia Montesi, distrutta moralmente e anche materialmente dalla vicenda. La Bachmann registra tutto scrupolosamente, con equilibrio, attenzione, delicatezza di tocco, mescolando il piglio della giornalista che cerca la verità al magistero stilistico della scrittrice che non dimentica il piacere del racconto. Altri memorabili pezzi di bravura si riscontrano, ad esempio, in occasione dell’ennesimo dubbio circa la presenza delle spoglie di Pietro sotto la Basilica (3 febbraio 1955):

«Quest’annosa domanda, che coinvolge tutto il mondo cristiano, torna ancora una volta a scaldare gli animi da quando è giunta la notizia che nel paese di Bettona, tra Perugia e Assisi, sono state ritrovate tre “sensazionali tavolette di legno con sigilli romani”. Le iscrizioni rivelerebbero che nel terzo secolo tre cristiani trafugarono da Roma le spoglie mortali dell’apostolo Pietro, portandole in Umbria per salvarle dai persecutori romani. A Roma gli esperti di archeologia cristiana hanno accolto la notizia con grande scetticismo (…). La questione principale che gli archeologi avanzano è che le tre tavole di Bettona sarebbero state rinvenute sotto un sottile strato di terra. La ricerca del presunto sepolcro, non ancora trovato, avviene in strati molto più profondi».

Oppure (10 febbraio 1955) in occasione dell’inaugurazione della metropolitana di Roma, con il presidente Einaudi che taglia il nastro d’arrivo sul primo vagone:

«La metropolitana è indubbiamente molto moderna, molto bella e molto veloce. Un sogno illuminato al neon, pieno di effetti tecnologici e decorativi. Sono stati costruiti vagoni aerodinamici, ciascuno con cinquantadue posti a sedere. Ogni vagone può ospitare fino a duecento persone. Il biglietto costa quaranta lire – nell’area urbana quasi il doppio di un biglietto d’autobus. Essa percorre però, e questo è il primo tasto dolente, soltanto due stazioni “sotto terra”: Termini-via Cavour. Poi si trasforma in una sorta di ferrovia a cielo aperto che, passando per la piramide di Cestio e San Paolo, conduce nel nuovo abitato alle porte della città. Termina nel verde, a un capolinea di marmo bianco, decisamente brutto e alquanto isolato, solo soletto sulla via Laurentina. Il secondo tasto dolente: la metropolitana passa solo quattro volte al giorno. Sarà bene, quindi, procurarsi un orario per poterne usufruire».

Oppure (1 marzo 1955) in occasione del lancio della Fiat 600, con tanto di dettagliatissime descrizioni tecniche, confronto con le pari categoria della Volkswagen e della Renault (rispetto alle quali risulta rispettivamente meno potente e più costosa), e previsioni sulle conseguenze che la motorizzazione di massa produrrà sugli italiani, che già sono «fanatici automobilisti e motociclisti» e nutrono un vero e proprio “culto” per i motori, come fossero per loro «surrogati delle antiche divinità»:

«si prevede un aumento enorme delle vetture in circolazione sulle strade d’Italia, e la cosa desta già oggi preoccupazioni, perché esse non sono atte ad accogliere un traffico ancora maggiore. Basti pensare alla condizione delle arterie più importanti del paese, per esempio la via Flaminia, per riconoscere la crisi viaria».

Ed ecco infine, in data 18 febbraio 1955, il frammento dedicato alla Lollobrigida e a una singolare iniziativa milanese che la vede protagonista (si noti la maestria con cui è gestito il passaggio dall’attacco “romano” alla vera e propria “notizia”):

«Guardando Roma dal Gianicolo si nota come nessuna ciminiera disturba la fisionomia della città. Roma è l’unica capitale dell’Occidente priva di industrie. Eppure negli ultimi anni sono sorte imprese che rappresentano una grande potenza nel paese. C’è l’industria del cinema in bianco e nero di Cinecittà, alla periferia di Roma, oggi al secondo posto dopo Hollywood nell’industria cinematografica occidentale. Quest’industria ha regalato all’Italia un nuovo mito: la Gina “nazionale”, la star numero uno della Repubblica, ribattezzata la “Duse del cinema” – una Duse niente affatto “divina”, bensì molto terrena. In questo momento Gina Lollobrigida, in cui paiono assommarsi tutte le qualità del popolo italiano, non sta girando. Si è fatta rinchiudere per quattro giorni – assieme a ventisei pittori milanesi – nella hall di un albergo di Milano per offrire loro l’opportunità di ritrarla venti ore al giorno. Alla fine delle sedute acquisterà il dipinto che più le piace».

L’esperienza romana, già attraversata, maturata e raccolta nei reportages per la radio di Brema, trova la sua conclusiva sedimentazione poetico-letteraria entro uno scritto in prosa del 1955, Quel che ho visto e udito a Roma, per certi versi accostabile alla coeva Interpretazione di Roma di Giuseppe Ungaretti. Come quest’ultimo, ma complessivamente più im-mediato, il testo della Bachmann elude le insidie del “famigerato” resoconto di impressioni romane, per aprirsi invece alla ricerca fenomenologica, quasi pre-categoriale – benché filtrata nei “colini” di un soggetto che interpreta e concettualizza, in chiave filosofica – delle formule di rivelazione della città, «della sua essenza, così come si mostra molto concretamente in certi momenti». Un’operazione «magico-metafisica», nota bene Giorgio Agamben, «come in certi racconti racconti di Vigolo, che evocano l’essenza di Roma in un temporale, in un assolato pomeriggio d’estate, in un cortile sognato».

   Dal “montaggio” attento e bilanciato dei particolari, guadagnati allo sguardo avido della scrittrice, emerge il quadro complessivo di una presenza epifanica, come di realtà oggettiva – talora corposa e carnale – sul punto di sciogliersi, di librarsi in mistero che rifulge, tra i portati stessi delle sue ombre. È una Roma “stranita”: perturbata, inquieta, dissonante. Assolutamente non oleografica. Bella anche delle sue “bruttezze”, delle sue trascuratezze, dei suoi miasmi: delle sue vitali e dinamiche contraddizioni. La percezione è largamente focalizzata sul predominio degli occhi: in pochissime pagine si riscontrano ben 12 capoversi incastonati dall’espressione «A Roma ho visto». Che vale anche e soprattutto di per sé, in senso archetipo: a prescindere dai contenuti. Scriverà infatti di aver imparato proprio a Roma a guardare e ascoltare. È il continente elementare dell’Essere che si manifesta, in un tirocinio reversibile e autologico di conoscenza, attraverso le molteplici stratificazioni del Tempo a Roma. Fino alle radici del mondo, al cuore sanguinante della vita. Quale miglior luogo per “imparare a darsi tempo”?

«Devo ammettere che solo a Roma ho imparato a darmi tempo. E se anche questa fosse l’unica cosa che mi ha dato la città, sarebbe già abbastanza».

Il tempo è strettamente legato all’essere. L’essere è tempo. Roma dunque è l’arca storica di fondazione e nominazione elementare delle cose. Il luogo dove guardare è vedere, vivere è restare, conoscere è ri-conoscere: ogni volta daccapo, come all’inizio del mondo.

«A Roma ho visto che tutto ha un nome e che bisogna conoscere i nomi. Perfino le cose vogliono essere chiamate».

È, sì, il regno dell’infinita identità particolare (ogni centimetro ha la sua storia da raccontarsi, la sua vicissitudine nel tempo) ma, insieme, dell’eterna universalità, perché tutto, in essa, appartiene al mondo:

«Ho visto che chi dice “Roma” intende ancora il mondo e la chiave della forza sono quattro lettere, S.P.Q.R. Chi conosce la formula, può chiudere i libri. La può leggere sullo stemma degli autobus che passano, sulla copertura dell’accesso a una fogna».

È il «segno dell’unica maestà che ha governato senza interruzioni». Sul piano anzitutto umano, dunque, Roma è un’entità misterica e metafisica, numinosa come l’essere del mondo, che sta e va oltre gli elementi del suo costituirsi dalla e nella storia, del suo esistere nel tempo. Si va cioè al di là del fatto concreto o contingente che «il Tevere non è bello, ma trascurato nelle banchine, da dove spuntano rive a cui non c’è chi mette mano (…) Arbusti ed erba alta sono infangati, e sulle balaustre solitarie dormono immobili gli operai nella calura di mezzogiorno»; o che «la basilica di San Pietro sembra più piccola delle sue reali dimensioni e tuttavia è troppo grande (…) le grandi solennità si svolgono ancora chiassosamente, con balletti in porpora sotto baldacchini, e nelle nicchie l’oro sostituisce la cera. Chiesa granne divozzione poca»; o che «molte case assomigliano al Palazzo Cenci, dove la sventurata Beatrice visse prima della sua esecuzione. I prezzi sono alti e le tracce della barbarie dovunque»; che «nel ghetto non bisogna lodare il giorno prima della sera»; che «a Campo de’ Fiori Giordano Bruno continua a essere bruciato», ecc.

   Roma non è preservata dall’«odore di sporcizia e decomposizione», come la «puzza di pesce, cloro e frutta marcita» che resta dopo la chiusura dei mercati. Una città concreta, corporea, incrostata, ma intensamente viva, umana, intrisa di “presenza”. Basta poi un soffio a “riscattarla”. Una sorpresa, provvida e misteriosa, che può risplendere dietro l’angolo, da un momento all’altro. E all’improvviso diventa la più bella. Come il suo cielo.

«Ho visto dove le strade di Roma finiscono, insinuarsi in città il cielo trionfante, che non si chinava sotto nessun portone e si estendeva sopra i sette colli, azzurro dopo le scorrerie sulle coste della Sicilia e pieno dei frutti delle isole del mar Tirreno, illeso dopo gli assalti nel paese dei briganti d’Abruzzo e nero di grappoli di rondini, salvo sopra l’Appennino. Ho visto il lodato cielo di ermellino e il cielo misero di tela di sacco, e ho visto nei suoi momenti migliori la sua mano tracciare la sezione aurea sopra i tetti».

O come il suo scirocco, quando vince

«sul vento aquilone delle montagne (…) È il tempo in cui aumentano le disgrazie ed è facile pronunciar parole senza amore. Perché il vento caldo ci ricaccia nel deserto. A volte lo fa sapere, sparge sabbia rossa sulla città infiacchita e ci soffia sopra fino a lasciarla priva di sensi. Quando lo scirocco se ne fa, lo fa in segreto e durante la notte, mentre noi dormiamo smemorati. Ma al mattino, verso le tre, cade la rugiada. Se si potesse giacere lì svegli e inumidirsene le labbra!»

La trasfigurazione letteraria della città riecheggia anche nel racconto eponimo della silloge Il trentesimo anno (1961). Ma il disincanto è cresciuto, e Roma non regala più folgorazioni epifaniche. Tutto è più cupo, lontano, irreversibile. Il protagonista avverte il richiamo della città che lo ha reso libero come mai nella vita: la città dove ha potuto raccogliere, come gocce di rugiada, la freschezza vergine dei nomi e la profonda verità delle parole.

«L’inquietudine lo assale. Sente il bisogno di fare le valigie, di lasciare la sua camera, di allontanarsi dal suo ambiente e dal suo passato. Non gli basta partire per un viaggio, deve proprio andarsene. In quell’anno deve sentirsi libero, lasciare tutto, cambiare luogo, abitazione e persone. Deve saldare i vecchi conti (…) Così potrà staccarsi da tutto, liberarsi di tutto. Deve andare a Roma, ritornare laggiù dov’era stato libero come non mai, dove anni prima aveva conosciuto il suo risveglio, il risveglio dei suoi occhi, della sua gioia, dei suoi princìpi, della sua morale».

Ma non è più così.

«Appena giunto a Roma, s’imbatte nell’immagine di sé che un tempo aveva lasciato negli altri. Essa gli viene imposta come una camicia di forza. S’infuria, si difende, si dibatte finché capisce e si placa. Non gli è concessa alcuna libertà perché, in passato e quand’era più giovane, in quel luogo s’era permesso di essere diverso. Mai più in nessun luogo riuscirà a sentirsi libero, a ricominciare da capo».

Ed ecco, lapidario come una sentenza, il segno di uno scacco irreversibile:

«Roma è grande. Roma è bella. Ma tornare a viverci è impossibile».

Tumultuosa e inquieta fu anche la sua vita sentimentale. Si innamorava sempre della persona “sbagliata”: prima del poeta ebreo Paul Celan, che raggiunge a Parigi per una convivenza “strindberghiana” destinata a un rapido naufragio, non senza strascichi dolorosi e sparuti ritorni di fiamma; poi di Hans Werner Henze, che però è omosessuale e le consente solo un’amicizia tenera, priva di eros; infine dello scrittore svizzero Max Frisch, dal 1959 al 1962. È per lei e guidato da lei che Frisch arriva a Roma, la città “dalla grande luce”. Vanno a vivere ai Parioli, «in uno strepitoso appartamento a due piani con due terrazze e vista mozzafiato». Girano a piedi per il centro o si avventurano in gita fuori porta su una Fiat bianca cabriolet. Ingeborg lo mette in contatto con “artisti, critici e giornalisti che gli rendono omaggio, lo intervistano, lo fotografano, perché lui, lo scrittore-architetto autore di Homo Faber e di Stiller, è un vincente”. Appunto per questo non si lascia incantare dalla “dolce vita” romana, anche se trova la città molto stimolante, per certi versi la “più bella del mondo”. Gli anni romani di Frisch accanto a Ingeborg ruotano in realtà attorno alla febbrile stesura del romanzo Il mio nome sia: Gantenbein, che pubblicherà nel 1964. La loro storia, però, s’interrompe rovinosamente, lasciando in entrambi una cupa sensazione di sconfitta.

Dopo un’estate di solitudine, Frisch conosce Marianne Oellers, una studentessa che potrebbe essere sua figlia (ma anche Ingeborg è più giovane di 15 anni). Passeggiate romantiche e gite al mare sono solo il prologo a quella che si dimostrerà ben più di un’avventura da “vacanze romane”, al punto di sfociare in matrimonio, nel 1968. Ingeborg intanto sta male: non aspettava altro che d’essere sposata. I due ex, specialmente Frisch, sono travolti dai pettegolezzi del loro ambiente. Da quel momento in poi la scrittrice austriaca si lascia andare a un crollo lento ma inesorabile, malgrado il grande successo ottenuto con Il trentesimo anno. Negli ultimi anni della sua vita abusa di psicofarmaci ed è vittima di crisi depressive. Dal 1963 non scrive quasi più; in compenso viaggia parecchio. Negli ultimi anni, riallacciati i contatti con Henze (di cui Frisch era gelosissimo), prende la consuetudine di raggiungerlo nella sua villa di Marino Laziale, sui Colli Albani. I due, legati dalla tenera pluriennale amicizia e da un proficuo rapporto di collaborazione artistica, passano qualche ora insieme ad ascoltare musica, soprattutto l’amato Mahler. L’ultima volta che lo va a trovare è nell’estate del 1973. Ingeborg gli appare «offuscata, confusa, drogata». Articolando con difficoltà le parole, manifesta la volontà di sottoporsi ad una cura disintossicante.

È un crepuscolo che s’infittisce di tenebre ma che sta per produrre un’ultima tragica terribile fiammata. Roma, settembre 1973. Appartamento di via Giulia – ultimo dei suoi domicili romani, dopo Piazza della Quercia e via Bocca di Leone. Ingeborg si addormenta con la sigaretta in mano. La vestaglia di nylon che indossa la rende in pochi istanti una torcia umana, destinandola a una morte “carica di suggestioni plateali, e atrocemente emblematica di una vita bruciata nella solitudine e nell’autodistruzione. Il corpo era rimpicciolito, disseccato dalle fiamme, e il suo bel volto impenetrabile appariva sfigurato e corroso”. Ricoverata nel reparto grandi ustioni dell’Ospedale Sant’Eugenio di Roma, Ingeborg Bachmann resiste in coma per tre settimane e poi muore, il 17 ottobre 1973, consegnandosi ai posteri come una delle figure più complesse e dolorose della letteratura del Novecento.

Marco Onofrio

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