Rocco Fioravanti su alcune insulse illazioni de “Il poeta e la farfalla” di Dante Maffia

copHo letto da qualche parte, come accade “sfogliando” il mouse del computer, che Dante Maffia, con questi due libri ultimi, Io poema totale della dissolvenza (2013) e Il poeta e la farfalla (2014) ha subìto una caduta, ha perduto la sua grandezza di poeta. Credo che non ci sia affermazione più superficiale, falsa e direi disonesta, che fa capire immediatamente che chi ha scritto simili castronerie non abbia neppure fogliato  due eccellenti volumi di poesie di Maffia. Se lo avesse fatto, anche a volo di rondine, avrebbe potuto comprendere che si tratta della poesia più alta e più riuscita degli ultimi decenni. A parte il fatto che la grandezza di un poeta, se raggiunta, non si perde mai! Questi due volumi sono una sintesi e una rivoluzione, un percorso che compendia i percorsi dell’ultimo secolo (fior da fiore, esperienza dopo esperienza) e arriva ad esiti strabilianti. Non uso a sproposito le parole e non esagero: la preghiera al lettore è di leggere i due volumi e di soffermarsi, di entraci e valutare in piena coscienza letteraria e poetica, fuori da schemi e da pregiudizi, e magari da invidie e da bile che voglio credere casualmente, o per impotenza del fare personale, si accumula nei confronti dei contemporanei. Perché i lettori superficiali a cui ho accennato non considerano Maffia un non coetaneo, uno che è già consacrato, un classico, senza metterci in quella loro specie di giudizi affettati e pasticciati, bile e acidità, gelosia e invidia? Per esempio fare come ha fatto Marcello Veneziani che ha parlato del Poema di Maffia addirittura in prima pagina de “Il Giornale”?

Leggiamo Dante Maffia e inchiniamoci.

Ma leggiamolo, sgombri, aperti alle suggestioni, alle sollecitazioni, magari a caccia di svarioni e di incongruenze, di cadute e di abbagli, ma leggiamolo prima di azzardare giudizi, prima di puntare il dito e accusare organizzando discorsi generici in cui la sola cosa evidente è il pregiudizio. Io conosco i testi di Maffia, innanzi tutto i tre precedenti capolavori della sua poesia, Lo specchio della mente (1999), La Biblioteca d’Alessandria (2004) e Al macero dell’invisibile (2006) e poi questi due monumenti ai quali bisognerebbe abbeverarsi con calma, con ponderatezza per riuscire a comprenderne la magnificenza e la grandezza, la profondità e il lavoro certosino che è stato fatto anche da un punto di vista tecnico e linguistico. Ho sempre creduto e credo che il dono della poesia nasce con la persona, ma, come tutti i doni, bisogna coltivarli bene e annaffiarli, riempirli di ulteriori doni arrivati dai confronti e dal lavoro assiduo, dal sapersi mettere in gioco umilmente. A guardare un attimo la bibliografia delle opere del poeta si resta sbalorditi dalla sterminatezza delle sue letture, degli incontri, degli autori antichi, moderni e contemporanei con cui si è misurato. Da Omero a Leonida di Taranto, da Ibico a Mimnermo, da Orazio a Claudiano, da Petronio a Lucrezio, da Tasso a Campanella, da Carcano alla Deledda, da De Sanctis a Goldoni, da Carducci a Saba, a Quasimodo, a Giudici, a Raboni, a Risi, ad altri centinaia, anzi migliaia di testi. Esercizio importante per spogliarsi via via di scorie e di inutili orpelli e puntare all’essenziale e, non vi sembri blasfemo, a volte l’essenziale è di centinaia e centinaia di pagine, perché è il mondo intero che entra in scena e viene vivisezionato, scavato, pesato e riplasmato in versi che hanno la nitidezza dei cristalli. Prima di fare affermazioni gratuite, a dir poco, bisogna avere la pazienza di misurare i testi, di origliare almeno alla loro porta per sentirne la temperatura, il calore culturale e umano, se proprio non si vuole sentire anche il calore e il peso poetico. Dante Maffia è entrato così profondamente dentro le regole della letteratura dei vari secoli che ormai non sta più in nessuna regola e infatti dà inizio a regole personali che coraggiosamente scardinano il vecchio e vi innestano un nuovo che ha pesantezza e rigore di saggia iniziazione. Il poema totale della dissolvenza è spaventosamente prensile: è come se avesse mille e mille mani e mille e mille orecchie; è spaventosamente musicale: come se da ogni pagina scaturisse un canto che ha bagliori d’opera lirica, di antiche sinfonie e (l’unica cosa giusta detta nel blog marcescente che ho visitato in cui si cincischia e si pettegola) di improvvisazioni da jazz. La duttilità della poesia di Maffia è una grande ricchezza perché non chiude le porte a nessuno e anzi si apre a ventaglio per suggerire indicazioni… Ogni approdo è una ripertenza…

il-poeta-e-la-farfalla-copertinaMa lasciamo stare il Poema e occupiamoci del più recente Il poeta e la farfalla. Poesie d’amore. Ma di un amore che non ha confini, che non nasconde nulla, che apre le vie dell’infinito e con un linguaggio che sa raccogliere sensazioni ed emozioni e ne sa dare il senso con una fermezza che ha qualcosa di irripetibile. Altro che muoversi in basso, questo Maffia, anzi credo che mai sia stato così limpido e convincente, così arioso e, per usare un suo modo colorito di dire, così lievitato. Del resto come si fa a credere a certe illazioni dei suoi nemici, ad affermazioni del tipo: “Maffia ama e si muove nel sottobosco” se soltanto a sfogliare le prefazioni ricevute e alcune recensioni troviamo i nomi di Aldo Palazzeschi, Mario Scotti, Leonida Repaci, Donato Valli, Claudio Magris, Angelo Stella, Giacinto Spagnoletti, Alberto Bevilacqua, Norberto Bobbio, Alberto Moravia, Mario Sansone, Dacia Maraini, Giuliano Manacorda (che nella postfazione a La Biblioteca d’Alessandria scrive: “Maffia dimostra davvero di essere uno dei maggiori poeti italiani del secondo Novecento”), Mario Specchio, Andrea Di Consoli, Enrico Ghidetti, Alberto Granese, Dario Bellezza (che non ha esitato ad affermare, nella prefazione a Passeggiate Romane, che “Dante Maffia è uno dei più felici poeti dell’Italia moderna”), Francesco Adornato, Enzo Mandruzzato, Sergio Givone, Enzo Siciliano, Roberto Pazzi, Leonardo Sciascia, Walter Veltroni, Franco Cordelli, Paolo Di Paolo, Marco Onofrio, Nicola Merola, Mario Luzi, Sebastiano Martelli, Giorgio Saviane, Luigi Reina, Giuseppe Pontiggia, Maurizio Cucchi, Giampaolo Rugarli, Giovanni Raboni, Andrea Gareffi, Rino Caputo, Giuseppe Antonio Camerino, Giorgio Barberi Squarotti, Carmine Chiodo, Franco Brevini, Antonio Barbuto, Rocco Paternostro, Carmelo Mezzasalma, Gina Lagorio, Antonio Piromall, Sergio Zavoli, Giovanni Tesio, Luca Benassi, Giuliano Gramigna, Gian Luigi Beccaria, Marco Forti…e tanti, tantissimi, veramente tantissimi altri… Cioè giovani e meno giovani, autori di storie letterarie, professori di tutte le università italiane, giornalisti, per non parlare dei contatti con alcuni stranieri che si chiamano Borges, Vargas Llosa, Amado, Brodskij, Zlobec, Baranyi, Joannides, Vegliante, Carmelo Vera Saura, Zambon, Verscinin, Maria Esther Vasquez…E che dire di alcune monografie dedicate a Dante Maffia da studiosi importanti come Gennaro Mercogliano, Franco Di Carlo, Rocco Salerno, Antonio Jacopetta, Luigi Reina, Marco Onofrio? E che dire delle tantissime tesi di laurea discusse in una ventina di università sui libri di Dante Maffia? E che dire di un convegno tenutosi nel mese di settembre 2013 in Calabria al quale hanno partecipato quarantasei relatori arrivati da otto università diverse? Il malanimo e le illazioni non portano da nessuna parte, perfino chi adesso sputa su Maffia per ragioni personali, evidentemente, in tempi non sospetti gli ha dedicato centinaia di pagine. E se Dante Maffia è stato per molti anni invitato in tante università americane del Nord e del Sud, dell’Africa e dell’Europa, ci deve essere qualche ragione che va al di là di ciò che si vorrebbe far credere, visto che le sue origini sono umili legate alla piccola borghesia rurale, essendo il padre un negoziante di alimentari E se un Consiglio Regionale (ALL’UNANIMITA’, cioè onorevoli di destra, di sinistra, di centro, verdi, rossi e bianchi insomma) candida Maffia al Premio Nobel, e lo fanno anche parecchie Fondazioni, fiorentine, marchigiane, calabresi, romane, e parecchi Paesi oltre che migliaia di cittadini comuni che hanno aderito al Comitato, qualche ragione ci deve essere. Tutta mafia e non Maffia? Tutta corruzione? Per fortuna ci sono i libri che parlano, libri importanti sia di narrativa (si pensi che Milano non esiste, messo in scena a teatro da Roberto D’Alessandro ha già avuto due mesi di repliche a Milano e uno a Roma e a Roma tornerà nella nuova stagione, e si pensi che Il Romanzo di Tommaso Campanella è tradotto in varie lingue e che La Biblioteca d’Alessandria è tradotta perfino in latino). E ammesso e non concesso che le opere attuali di Maffia siano meno riuscite di quelle di prima, che cosa cambierebbe? Egli resta sempre il grande poeta e il grande narratore che ha dato prova di realizzare opere indimenticabili, sì, immortali. Con l’odio e con l’invidia non si cancellano i valori espressi nei libri. Bisogna inchinarsi davanti ad alcune pagine di Maffia che sono sapienza ed esperienza, bellezza e profondità di dettato che nasce da verità eterne. Quanto al fatto che Dante Maffia sia un uomo semplice (al quale ultimamente danno da varie parti la cittadinanza onoraria, chissà perché….) non fa che impreziosire la sua persona che non ha spocchia e non ha atteggiamenti irritanti. Anche come uomo è caldo e simpatico, pronto a vivere convivialmente, aperto e vigoroso, senza atteggiamenti si sussiego. Anche questo, lo so, può dare fastidio agli imbecilli, ai facinorosi, agli IMPOTENTI fisici e mentali, ai semianalfabeti che fanno finta di leggere i libri e cercano di avere potere sciorinando bravure che sul campo sono frane inarrestabili. I libri (quelli veri) sono creature che nascono dall’anima e cercano altre anime. Capisco che ad alcuni non possono arrivare perché non possiedono l’anima. Non sanno quel che si perdono, o forse lo sanno troppo bene e per questo si dibattono nella melma, ma sì, nella cacca, e la confondono col cielo. Anzi la battezzano cielo.20111211_02 Ma vorrei tornare per un attimo a Il poeta e la farfalla. Quel che hanno scritto Giuseppe Lo Castro, Nunzia Pasturi e Ciril Zlobec sono verità sacrosante alle quali aggiungerei altro visto il successo del libro che finora (basti visitare il blog che il Comitato per il Nobel ha dedicato a Maffia) ha acceso una vera a propria bagarre di adesioni. Sono oltre settanta gli interventi e ognuno ha cercato di cogliere qualcosa che nel libro vive e riesce a imprimersi nella mente e nel cuore del lettore. Si tratta di scritti di poeti, critici letterari, giornalisti, di traduttori, professori universitari e di liceo, di studiosi noti e meno noti. Perché questo enorme interesse? Perché il libro è come una bufera che avanza senza badare a niente e chiama ad alta voce ogni cosa col proprio nome. Ogni sentimento vive nella sua essenza e nel suo fulgore, ogni slancio è detto con la stessa naturalezza con cui nasce e si muove; ogni fantasia, ogni desiderio, ogni sogno trova rispondenza nella parola che più si carica di sintonie e più s’illimpidisce, più si arrovella di spasmi e più trova sensi e significati nuovi. Dove sensi è sessualità, coscienza, percezioni, pulsioni, impressioni e dove significati è espressione, evidenza, dimostrazione e manifestazione. Questa nuova poesia di Dante Maffia, a differenza di quel che qualcuno vorrebbe certificare senza prenderne atto, è purificazione della parola antica fino a diventare parola nuova, illibata, con possibilità aperte al futuro. Niente nasce da niente, questo parrebbe essere il motto che ha guidato il fare e la struttura del libro. E infatti là dove gli echi dei classici sono evidenti, là dove le voci dei poeti amati si sentono bisbigliare, si sente anche la voce di Dante Maffia che accoglie e dissemina per strade nuove e diverse il loro canto con aggiunta di petali e con profumi illibati. Mi servo delle metafore perché a un certo punto diventa difficile definire con le parole della critica un’operazione così interessante e vasta come quella che Maffia ha messo in atto ne Il poeta e la farfalla. E mi vengono in mente le illuminanti lezioni di Mario Fubini alla Sapienza sul come fare critica. Partiva da una domanda. La poesia è creazione? Sì. Dunque si muove secondo regole non stabilite da nessuno, secondo un diktat che arriva da fermenti che hanno scaturigini divine. Può esistere una critica prestabilita nel metodo che può definire l’opera? No e poi no. Non si fanno prima le regole e poi l’opera se si tratta di arte. Sembra un ingarbugliamento ma in realtà la cosa è semplice, l’opera di poesia è libertà ed è questa libertà che guida Il poeta e la farfalla alla ricerca di dare all’amore una strada nuova, un nuovo assetto di significati, di liberarlo dalla assuefazioni alle solite metafore e al solito modulo espressivo. Maffia è riuscito a scrivere dell’amore come il vento scrive sulla sabbia un messaggio che esso stesso poi cancella (ecco, ritorna la metafora). Ma le parole invece sono scritte a fuoco nell’anima e lui ce le tramanda invitando ciascuno a individuarsi e a concedersi secondo la propria sensibilità, senza accettare a priori ciò che viene detto. Così facendo il lettore si fa coautore e canta col poeta, e con lui vive e gioisce, si dispera e muore, per rinascere di continuo in una parola che si rigenera perennemente perché densa di sole, di mare, di cielo, di vita vera: “Lo vedevo dentro di me, / danzava una danza sconosciuta, / così intensa / e soltanto io lo spettatore”… “Così capii ch’era fatta interamente / della sostanza con cui i poeti fanno / la poesia, impasto di coriandoli / e di suoni di trombe alpine / di argentei lumi indefinibili. / Presi il sogno con tutte e due le mani, / lo costrinsi a svelarsi. Ecco perché / è mia adesso, / ecco perché sono schiavo, / la punta del suo cuore è penetrata / nel mio, ci ha fatto il nido”. Credo che sia ora anche di cancellare lo stupido pregiudizio che ricorre ogni tanto nella mente degli sciocchi che misurano in quantità il valore degli scrittori. Ci sono scrittori che producono molto e sono inutili; scrittori che producono poco e sono molto inutili. E ci sono scrittori che abbondano e sono sempre utili e interessanti. Gli esempi sono sempre gli stessi: Dostoievskij ha esagerato ma non si può ignorare o cancellare una sola sua pagina, lo stesso si dica di Tolstoi, di Balzac, di Tasso o per arrivare al Novecento, di Pessoa, di Calogero, di Lorca, di Neruda, di Pasolini. Ci sono poeti e scrittori di una sola opera e poeti e scrittori di molte opere. Si tratta di stabilire soltanto se quell’opera o quelle opere contano, se sono utili o inutili. Ma per stabilirlo bisogna leggere, impegnarsi, confrontare, pesare i versi, avere alle spalle lunghe letture, studi seri. Se ci sono delle cose che non andranno mai d’accordo con la poesia sono l’improvvisazione, la mediocrità, il pressappochismo e la iattanza. Dice il poeta: “Non dimenticare mai / che gli invidiosi / sono annidati ovunque, / che chi non ama e non è amato / soffre la solitudine più nera, / quella che nutre il buio / e partorisce serpi”.

Rocco Fioravanti

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4 commenti
  1. Non discuto sulla poeticità delle immagini suscitate, anche se l’uso di temi talmente lisi da dissolversi non depone certo a favore dell’originalità dell’autore, ma chiamare “poesia” una prosa con molti “a capo” mi sembra un filino esagerato.
    Basta solo usare i versi riportati nel post: “Così capii ch’era fatta interamente / della sostanza con cui i poeti fanno / la poesia, impasto di coriandoli / e di suoni di trombe alpine / di argentei lumi indefinibili. / Presi il sogno con tutte e due le mani, / lo costrinsi a svelarsi. Ecco perché / è mia adesso, / ecco perché sono schiavo, / la punta del suo cuore è penetrata / nel mio, ci ha fatto il nido”…
    proviamo a eliminare i versi e avremo: “Così capii ch’era fatta interamente della sostanza con cui i poeti fanno la poesia, impasto di coriandoli e di suoni di trombe alpine di argentei lumi indefinibili. Presi il sogno con tutte e due le mani, lo costrinsi a svelarsi. Ecco perché è mia adesso, ecco perché sono schiavo, la punta del suo cuore è penetrata nel mio, ci ha fatto il nido”.
    Un periodo spezzettato da molti “a capo”, appunto.
    E un abuso totale di enjambement, che può essere efficace e bello se usato con parsimonia, ma quando diventa la regola è svuotato di qualsiasi funzione poetica.
    O ancora: “Non dimenticare mai che gli invidiosi sono annidati ovunque, che chi non ama e non è amato soffre la solitudine più nera, quella che nutre il buio e partorisce serpi”, un altro periodo spezzettato.
    Più che parte di una poesia sembra il discorso di un balbuziente (con tutto il rispetto per chi soffre di balbuzie).
    O ancora: “Quando ritornerò al mio paese, magari fra cinquant’anni, dopo aver visitato la vecchia casa e passeggiato nel corso principale, porterò un fiore alla mia tomba. Avevo lasciato detto ai familiari di non portarmi fiori ma del pane, e adesso sono imbarazzato per il ripensamento e per aver pensato a un malvone di quelli rossi che sono un pugno agli occhi.
    Farò il viaggio il due di novembre quando tutti vanno al cimitero
    per onorare i defunti. Vestito a questo modo tutti mi guarderanno incuriositi
    domandandosi chi è il bizzarro forestiero. E Michele il sospettoso
    avviserà i carabinieri della mia presenza. Non risponderò a nessuna domanda e alla minima distrazione toglierò il grigio dalle tombe con grande meraviglia di tutti. Poi il silenzio sarà misto al buio. Me ne andrò arrabbiato e sconsolato perchè mi aspettavo di trovare almeno una margherita sotto la mia foto sbiadita.” Ancora i soliti periodi spezzettati.

    Naturalmente so di essere una voce fuori dal coro, specialmente in un’epoca in cui tutti quelli che scrivono in colonna sono poeti.

  2. Gentile signor Franz, lasciamelo dire, di falli e sviste ne prendi un sacco. Che Maffia non sia un grande poeta lo puoi dire tu e qualche altro; credimi, si contano su 3 dita della mano. Hai riportato la poesia “Quando ritornerò al mio paese” affermando che i versi sono periodi spezzettati, ebbene, il sottoscritto ti dice che proprio questa è la più bella lirica dell’intera, immensa raccolta del Poema, e non esagero se ti dico che è la più bella poesia scritta nell’ultimo decennio, forse ventennio. Per curiosità ho dato un’occhiata al tuo blog ( non è che vuoi farti pubblicità attraverso il nostro sito?); ti consiglio vivamente di leggere con attenzione poeti contemporanei (tra questi Maffia), mi pare che tu sia rimasto fermo al tardo Settecento. Quanto poi alla prosa con l’a capo, vai, vai su altri blog, ne troverai a bizzeffe, di non-poesie sono pieni, non-poesie persino motivate. In bocca al lupo per i tuoi sonetti.

    Luciano Nota

    • Non credo proprio che definire i versi che cito come prosaici sia un errore, visto che a tutti gli effetti lo sono. Né trovo sbagliato segnalare un abuso snaturante dell enjambement (ma noto che non entri nella parti tecniche, quindi lascio perdere).
      Non c’è scritto che le immagini sono brutte, al massimo abusate, ma è difficile creare nuove immagini, quindi quello è una via senza uscita.
      Né ho affermato che Maffia non sia un grande poeta, se per “grande” poeta intendiamo un poeta pubblicato e premiato. Se, invece, per grande poeta intendiamo un poeta che diventa un classico, beh, quello si potrà vedere solo in futuro.
      Trovo un tantino pretenzioso definire una poesia come quella “la più bella dell’ultimo ventennio”, ma è una questione di gusti personali, sui quali è, notoriamente, sciocco discutere.
      Quanto alla perniciosa insinuazione che io utilizzi il vostro spazio per farmi pubblicità, posso solo rispondere che non ho bisogno di pubblicità per sapere di essere un poeta (non è che sei risentito per il mio commento a Delirio?).
      Leggo i contemporanei, ma li trovo scialbi e pigri. Scialbi perché di originale non hanno nulla, o molto poco, e pigri perché non provano, perché non osano. Sfido chiunque dei poeti contemporanei a descrivere una sensazione usando una forma che ponga dei limiti al verso. Rimarresti sopreso di quanti si nasconderebbero dietro il verso libero e la presunta vetustà delle forme classiche.
      L’andare a capo a caso e senza senso è uno dei pilastri su cui si fonda la poesia contemporanea, lo so bene. E so anche bene che moltissimi sono quelli che si credono capaci, ma che farebbero meglio a non scrivere. Il problema è che non glielo dice nessuno, per timore di ferirli.
      Comunque, anche gli asini fanno versi ormai.

      A presto

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