Sei poesie di Salvatore Quasimodo

 

salvatore_quasimodoSalvatore Quasimodo (Modica, 1901 – Napoli, 1968) vinse il Premio Nobel del 1959, destando la rabbia di Giuseppe Ungaretti.  Proprio come in Ungaretti, l’ermetismo lascia trasparire il dramma civile ed esistenziale rappresentato dallo sconvolgimento bellico. Trovano spazio nella sua poetica i temi più vari: la lacerazione dovuta all’abbandono delle calde terre del sud , l’impegno politico, la guerra; oltre alla squisita esternazione del sentire e degli stati d’animo propri dell’uomo compiutamente contemporaneo. La sua prima produzione fu caratterizzata dalla sensuale evocazione di una Sicilia mitica e primordiale: Acque e terre (1930), Oboe sommerso (1932), Erato e Apollion (1936),  Ed è subito sera (1942). Da questa fase individualistica, la poesia di Quasimodo passò successivamente ad una affermazione di valori storico-sociali: Con il piede straniero sopra il cuore (1946), Giorno dopo giorno (1947), Alle fronde dei salici (1947), La vita non è sogno (1949), Il falso e vero verde (1956), La terra impareggiabile (1958), Dare e avere (1966).  Quasimodo svolse un’opera notevole di traduttore dai poeti greci : Lirici greci (1940) , latini e dall’inglese  (Shakespeare). Tra i suoi saggi : Il poeta e il politico e altri saggi (1960). 

 

 *

POESIA D’AMORE

Il vento vacilla esaltato e porta
foglie sugli alberi del Parco,
l’erba è già intorno
alle mura del Castello, i barconi
di sabbia filano sul Naviglio Grande.
Irritante, scardinato, è un giorno
che torna dal gelo come un altro,
procede, vuole. Ma ci sei tu e non hai limiti:
violenta allora l’immobile morte
e prepara il nostro letto di vivi.

 

VENTO A TINDARI

Tindari, mite ti so
Fra larghi colli pensile sull’acque
Delle isole dolci del dio,
oggi m’assali
e ti chini in cuore.

Salgo vertici aerei precipizi,
assorto al vento dei pini,
e la brigata che lieve m’accompagna
s’allontana nell’aria,
onda di suoni e amore,
e tu mi prendi
da cui male mi trassi
e paure d’ombre e di silenzi,
rifugi di dolcezze un tempo assidue
e morte d’anima

A te ignota è la terra
Ove ogni giorno affondo
E segrete sillabe nutro:
altra luce ti sfoglia sopra i vetri
nella veste notturna,
e gioia non mia riposa
sul tuo grembo.

Aspro è l’esilio,
e la ricerca che chiudevo in te
d’armonia oggi si muta
in ansia precoce di morire;
e ogni amore è schermo alla tristezza,
tacito passo al buio
dove mi hai posto
amaro pane a rompere.

Tindari serena torna;
soave amico mi desta
che mi sporga nel cielo da una rupe
e io fingo timore a chi non sa
che vento profondo m’ha cercato.

 

FRESCHE DI FIUMI IN SONNO

Ti trovo nei felici approdi,
della notte consorte,
ora dissepolta
quasi tepore d’una nuova gioia,
grazia amara del viver senza foce.

Vergini strade oscillano
fresche di fiumi in sonno:

E ancora sono il prodigo che ascolta
dal silenzio il suo nome
quando chiamano i morti.

Ed è morte
uno spazio nel cuore.

 

THANATOS ATHANATOS

E dovremo dunque negarti, Dio
dei tumori, Dio del fiore vivo,
e cominciare con un no all’oscura
pietra «io sono» e consentire alla morte
e su ogni tomba scrivere la sola
nostra certezza:«Thanatos athanatos»?
Senza un nome che ricordi i sogni
le lacrime i furori di quest’uomo
sconfitto da domande ancora aperte?
Il nostro dialogo muta; diventa
ora possibile l’assurdo. Là
oltre il fumo di nebbia, dentro gli alberi
vigila la potenza delle foglie,
vero il fiume che preme sulle rive.
La vita non è sogno. Vero l’uomo
e il suo pianto geloso del silenzio.
Dio del silenzio, apri la solitudine.

 

DAMMI IL MIO GIORNO

Dammi il mio giorno;
ch’io mi cerchi ancora
un volto d’anni sopito
che un cavo d’acque
riporti in trasparenza,
e ch’io pianga amore di me stesso.

Ti cammino sul cuore,
ed è un trovarsi d’astri
in arcipelaghi insonni,
notte, fraterni a me
fossile emerso da uno stanco flutto;

un incurvarsi d’orbite segrete
dove siamo fitti
coi macigni e l’erbe.

 

LAMENTO PER IL SUD

La luna rossa, il vento, il tuo colore
di donna del Nord, la distesa di neve…
Il mio cuore è ormai su queste praterie,
in queste acque annuvolate dalle nebbie.
Ho dimenticato il mare, la grave
conchiglia soffiata dai pastori siciliani,
le cantilene dei carri lungo le strade
dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie,
ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru
nell’aria dei verdi altipiani
per le terre e i fiumi della Lombardia.
Ma l’uomo grida dovunque la sorte d’una patria.
Più nessuno mi porterà nel Sud.
Oh, il Sud è stanco di trascinare morti
in riva alle paludi di malaria,
è stanco di solitudine, stanco di catene,
è stanco nella sua bocca
delle bestemmie di tutte le razze
che hanno urlato morte con l’eco dei suoi pozzi,
che hanno bevuto il sangue del suo cuore.
Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti,
costringono i cavalli sotto coltri di stelle,
mangiano fiori d’acacia lungo le piste
nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse.
Più nessuno mi porterà nel Sud.
E questa sera carica d’inverno
è ancora nostra, e qui ripeto a te
il mio assurdo contrappunto
di dolcezze e di furori,
un lamento d’amore senza amore.

 

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3 commenti
  1. In una lettera del 18 agosto del 1931 di Quasimodo a Pugliatti che aveva recensito Vento a Tìndari, definendo il terzo verso ( ” dell’isole dolci del dio”) complementare, il poeta scrive: ” Sulla interpretazione di Vento a Tìndari mi permetto di farti un’osservazione, ed è precisamente per ciò che riguarda il terzo verso che tu definisci “complementare” e quindi inessenziale. Per me Tìndari non è “invocata” ma “evocata”: perfettamente posta nel suo luogo geografico […] le isole sono le Eolie e il Dio Eolo. E’ il vento che trasfigura tutto e pone in atmosfera di fiaba; infatti, il vento caduto, Tìndari ritorna discernibile, ancora chiara come la prima evocazione. Questa mia difesa per salvare un verso! Avaro di poeta, dirai: ma mi dispiace, sentirmi dire da te che qualcosa possa essere complementare”. Aveva ragione Quasimodo, il verso ha una connotazione mitico-evocativa.

  2. In Quasimodo la tragica coscienza della solitudine muta in lamento: è canto di dolore disperato che si riduce a voce pura in tutta la sua produzione.
    Apre le proprie liriche con uno sviluppo di immagini aride, aperte spesso al disgusto di un mondo eroso dal malessere in senso ampio e la crisi è illustrata attraverso un processo riduttivo. Il rapporto con Dio è un urlo religioso in senso biblico, un “miserere” sospirato nella sua moltitudine cupa e sanguigna che investe il lutto corale della terra intera, il “nostro amato e odiato continente”.

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