Kavafis, il poeta senza tempo, di Dante Maffia

kavafis01Konstantin Kavafis è un poeta che appartiene a tutte le epoche e a nessuna, è senza tempo, e tuttavia non lo si può definire metafisico, ontologico, astratto e lontano dalle problematiche e dalle vicissitudini del sociale e della politica. Anzi… proprio perché non fustiga direttamente niente e nessuno le sue parole diventano coltelli acuminati che entrano nella carne viva della quotidianità e si fanno momenti di meditazione, perché interpretano le crisi profonde che attanagliano costantemente il senso del vivere. Sempre dentro nella Storia che si fa Cronaca del presente perenne della poesia.
Queste mie libere “interpretazioni”, tutte endecasillabi e tutte rime, vogliono essere innanzi tutto un omaggio al poeta, come dice Nelo Risi, dell’essenziale. Una essenzialità che si priva del lirismo, tradizionalmente inteso, e che punta a “documentare” ciò di cui parla, ricavandone conclusioni lapidarie, quasi aforistiche, con quella punta di acredine perentoria che è un accertamento storico della verità. Una verità di testimone oculare, da cronista che sta assistendo a ciò che accade e ne registra, in maniera neutrale, gli avvenimenti, ma molto di più le segrete pulsioni degli avvenimenti.
Nel leggere i testi di Kavafis si ha innanzi tutto l’impressione che tutto sia rimasto immobile a suggerirgli il passo felpato di ciò che è accaduto e che resta e resterà addirittura come monito. Tutto è presente, tutto è lì, a portata di mano, irremovibile proprio perché aperto all’analisi, al confronto.
Così la sua voce si fa dolente misura del rimpianto della sua giovinezza mai vissuta se non nelle illusioni degli altri dalle cui pagine attingeva moniti e sentenze, ardori e discussioni sottili sul senso del vivere e del morire, sul dovere, sulle capacità umane, sulle determinazioni del destino che sta lì, a bocca aperta, a fagocitare perfino gli impulsi di chi non è in grado di reagire a ciò che viene imposto.
Non so perché, ma pensando alla vita di Kavafis viene in mente un ragazzo preoccupato di ascoltare gli insegnamenti e le esortazioni dei libri che gli parlano nell’incantevole lingua degli enigmi. E questi enigmi lui tenta di sbrogliarli con pazienza certosina, come un compito, un dovere che qualcuno gli ha imposto, fino a rendere visibile l’invisibile e stretto nodo del fluire delle sensazioni, delle percezioni, degli avvenimenti, della Storia che non trasgredisce ed è ineluttabile sintesi e paradigma non solo di ciò che è stato, ma anche di ciò che sarà.
Senza fare dello psicologismo, la materia trattata dal poeta riesce a diventare, nelle sue mani, cioè nelle sue parole, un dato perfino troppo personale, così personale e singolare da divenire, per una sorta di magico slittamento, un dato obiettivo e universale. Si pensi per esempio alle donne di cui parla spesso, che sembrano avere i gesti di sua madre (da lui sempre adorata e messa sugli altari) e che sono, a un tempo, emblema di situazioni fortemente tese a proiettare i particolari lontani da sé, sono appropriazione ideale e antidoto.
Il suo atteggiamento, nei confronti del mondo, è aristocratico, chiuso per certi aspetti, irritato, ma senza che mai nulla egli dichiari in proposito, senza che egli scenda a patti con proclami, con commenti, con giudizi.
Dall’Alessandria caotica e rumorosa del suo tempo prende la cupa angoscia dello sguardo offeso dalla brutalità del mediocre e dipana una sua realtà di lontani sogni che s’impastano a qualcosa di esoterico ma distillato attraverso “un’etica stoica e una filosofia della vita che sono il frutto di una sensibilità modernissima”, come dice Nelo Risi.
Ma bisogna stare attenti a quel “modernissimo” di Kavafis che non significa affatto atteggiamento pronto e disposto a fare i patti con ciò che si sta facendo, desiderio e attuazione della moda ricorrente, in qualsiasi campo. Egli è modernissimo nelle aperture infinte verso le possibilità delle appropriazioni dell’uomo alla consapevolezza. Mi verrebbe da dire alla consapevolezza del metodo. Giustamente, è stato detto, non c’entrano né Gide, né D’annunzio, per parlare di suoi contemporanei, ma c’entra forse Socrate, forse Montaigne. Per questo credo che i suoi versi (il corpo della sua opera è composto di cento cinquantaquattro componimenti) grondino del misterioso palpito della “sentenza”. Attenti però, non è mai sentenza blindata, è messaggio affidato all’anima del lettore che poi nidifica e riproduce altro perché il fattore umano detta le coordinate del suo dire e preme verso l’ardore dialettico, con uno stile di impareggiabile chiarezza, tanta che se non sapessimo la sua data di nascita lo collocheremmo disinvoltamente al tempo dei lirici greci per il candore, ma attribuendogli il fermento della modernità, l’angoscia che serpeggiando arriva dallo stillicidio angoscioso, disorientato e disorientante di poeti come Pessoa, Carver , Artuad e Milosz.
Ma forse è fuorviante accennare a paralleli ed affinità, se ne trovano sempre, perché egli in fondo è consapevole di ciò che fa ed è consapevole di “recitare” una parte e proprio per provocare reazioni a chi ha spento il fuoco nel pantano delle abitudini. Lo vediamo sorridere di ciò che si muove attorno alla sua attività, in fondo indifferente comunque alle pochezze umane, alle dicerie, alle polemiche. Per saperne di più conviene leggere una bellissima e dettagliata biografia uscita alcuni anni fa con l’Editore Crocetti.
E’ noto che E. M. Forster, con un saggio clamoroso, lo fece conoscere al mondo della letteratura, ma nonostante l’avallo di Forster e poi un romanzo assai letto di Durrel che parla di lui e delle atmosfere di Alessandria, non si smorzarono mai le maldicenze e le chiacchiere sul suo conto, le insinuazioni sulla sua omosessualità, “talora psicologicamente traumatica”, come ci ricorda Filippo Maria Pontani. Ciò contribuì enormemente ad accentuare il suo modo di fare teso a cogliere sempre l’essenza e a rifugiarsi nelle penombre che nei versi a volte fanno intravedere improvvise ed ermetiche chiusure al punto che dirà: “Forse sarà la luce altra tortura”.
Kavafis è capace di far scaturire da piccoli dettagli a volte (nello stesso periodo più o meno operava alla stessa maniera Umberto Saba con il suo Canzoniere) lampi d’una realtà che subito s’impone fino a diventare immagine concreta. E spesso le immagini concrete della storia vengono però ironizzate e soffuse di qualcosa che le rende specchio di altre immagini che nel tempo si rinnovano restando però se stesse.
Ci sono poesie che grondano, letteralmente, di echi, eppure egli sa diluirli con tale abilità di canto, con tale “serena disperazione”, da affrancarle dal peso della cultura. Sensualità, rigore, voglia di scavare dentro i solchi delle vicende antiche per trovarvi un esempio probante di perennità d’azioni di pensieri, danno alla sua poesia l’aura statuaria delle sculture: Kavafis non si preoccupa neppure di risultare pedante, ostico, imprendibile nei riferimenti, va per la sua strada fissando teoremi, travalicando i luoghi comuni, acciuffando i dettati delle sibille del suo cuore da cui ricava intensità espressiva e coagulo di storia, filosofia e poesia. Non c’è una sola poesia che sia nata con la spontaneità di un’accensione casuale, di un improvviso impatto con la natura, la quotidianità, l’occasionalità magari delle letture. Tutto è sempre precisato e voluto, scelto e ponderato, ragionato perfino nelle propaggini delle soluzioni stilistiche, oltre che di contenuto. Questo modo di fare dovrebbe togliergli smalto, dargli quel compassato passo della maniera che sempre fa capolino quando un verso è pensato troppo e impastato con la creta delle assuefazioni. Lui scardina le assuefazioni, le rimuove, le rimpasta e ne trae la voluttà della “scoperta” non come dato che appare dal nulla, ma come dato che sconvolge l’assetto del pensiero e del sentire per approdare a soluzioni armoniche per quanto riguarda il senso, ma disarmoniche per quanto riguarda il punto di vista da cui propone le letture, da cui guarda. E’ come se un impatto caloroso sospinto da una solitudine profonda lo guidasse dentro un se stesso irrisolto, scontento, aperto a un lavorio senza sosta che vuole arrivare all’osso degli eventi più eclatanti e dei personaggi più illustri che si sono visti nel corso dei secoli. Il suo occhio non è quello sgombro dello storico o dell’esegeta, ma quello torbido e ingombro del poeta che vaga e vagando entra ed esce dai lasciti del passato. Il suo è, diciamola tutta, un tentativo, riuscito, di ricavare dai libri la vita e non viceversa, di fare combustione (non alla maniera nazista, ovviamente), delle pagine che lo hanno reso guerriero e vittima, comandante supremo dei popoli e servo delle miserie umane. Se ci si sofferma su ogni verso ci si accorge che c’è il vagare di anime che non trovano pace, ecco perché, come ci avvisa Margherita Yourcenar, “Siamo al polo opposto della foga, dello slancio, nel dominio della concentrazione più egocentrica e della tesaurizzazione più avara”. Allora però sorge spontanea la domanda: “Perché una poesia resa in questo modo affascina il mondo intero e suscita sempre maggiori adesioni?”. Si possono tentare varie risposte e tutte sarebbero accettabili sul piano della psicologia che cerca alleati nella diversità letteraria e non. Io penso invece che la poesia di Kavafis è amata perché uccide e cancella il documento nell’attimo stesso in cui se ne serve. La sequela di nomi antichi, di nomi mitici, di avvenimenti della storia greca e romana, i riferimenti insistiti acquistano nella bocca del poeta un nuovo battesimo e non perché escono velocemente dall’ambito usuale in cui erano incastonati, ma perché egli sa dare una vita a ogni cosa che non bada al contingente. Anche la “concentrazione più egocentrica” e la “tesaurizzazione più avara” di cui parla la Yourcenar non sono negazione ma resurrezione, rinascita, rinomina e rigenerazione del risaputo. Da qui quell’alone magico che instaura il colloquio con le ombre, da qui quel fluire di parole essenziali che determinano il senso della verità che fa intravedere approdi inediti.
In fondo, se ci soffermiamo, ci accorgiamo immediatamente che le tematiche di Kavafis non sono niente di originale, ma sono stimmate di una condizione sociale, umana e spirituale che spandono ragioni dell’essere in ogni direzione. Per fare qualche esempio, Itaca o Il primo gradino sono paradigmi posti in essere da Omero e da Seneca. Eppure attraverso la “riproposta” restano nel lettore, s’incarnano, lievitano e lo fanno sobbalzare come se ci si trovasse dinanzi a una scoperta clamorosa. In lui muta il “come”, e s’instaura la “distanza”. Il chirurgo della realtà storica si fa largo senza tuttavia recidere nulla, anzi inglobando altri arti, altre parti del corpo, fino alla sazietà. Da qui, poi, quel rifluire dei palpiti condensati e riplasmati da un incenso inedito, da qui il rifuggire gli accordi che ogni cosa ha in sé inizialmente e magari geneticamente. Kavafis gioca la partita proprio sul filo del rasoio tra cosa e stile, tra sentenza e rimuginare, tra forma e sostanza, tra ombre e luci. E l’ombra non è mai, nei suoi versi, la Storia, semmai è la modernità, ciò che adesso vive e si confronta col desiderio di rinnovarsi, di essere ragione nuova.
In questo senso egli, per parafrasare Oscar Wilde, si affida alla scrittura ben tornita, elegante, composta e senza sprechi e non al bello o al brutto. Così ogni cosa si staglia nel suo essere quel che è, priva di aggettivi, esistente nello stupore d’esistere, soltanto di esistere.

“In biblioteca a Beirut è sepolto
Lisia, il saggio grammatico, ai testi
vicino, ai commenti, ai trattati, il volto
invisibile, ormai privo di gesti.

Lui quei trattati li ricorda ancora
perché annotava con irti ellenismi
ogni pagina. La sua tomba ora,
evitando comunque i fanatismi,

sarà sempre presente e visitata
ogni qual volta andremo a consultare
i libri in biblioteca, ed onorata”.

Dante Maffia

 

DA KONSTANTIN KAVAFIS

Interpretazioni di Dante Maffia

 

LA CITTA’

Hai sentenziato: “Attraverserò
altri luoghi, altro mare, altra città.
Migliore di questa in cui vivo, andrò
lontano da qui dove non si saprà

ch’ogni mio sforzo è stato un fallimento
ed è un morto dimenticato il cuore.
E’ troppo ormai questo avvilimento:
mi guardo intorno e vedo con orrore

che i giorni vanamente ho consumato
in rovine, nelle macerie nere
della solitudine, abbandonato
all’inerzia snervante delle sere”.

Illuso! La città ti verrà dietro
e tu non troverai altro mare
o altro luogo che non sia un tetro
muro di lutti e di cadute amare.

Invecchierai nello stesso quartiere,
camminerai per le stesse strade,
imbiancherai con le tue primavere
come i mandorli nelle tue contrade.

Sarai sempre dentro la tua città,
non c’è strada e non c’è nave altrove
per te, non aspettarti carità,
da dove sei nato tutto si muove.

Sia chiaro che consumando la vita
in questo luogo triste che ti serra
tu l’hai sciupata, andando in salita
tra neri affanni, per tutta la terra.

 

SE NON PUOI VIVERE COME TI PIACE

Se non puoi vivere come ti piace
non sciupare la vita commerciando
con gente estranea sospinto dal rapace
andirivieni inquieto e parlando

del più del meno portandola in giro
in balìa della giostra quotidiana
con incontri che levano il respiro
e la rendono insipida puttana.

 

I MURI

Senza alcuna pietà senza pudore
contro di me hanno innalzato muri

spessi e alti perciò il mio dolore
mi scuote come suono di tamburi

nel petto, perché fuori ho da sbrigare
faccende inderogabili e dispero

distratto come sono; il loro fare
m’ha chiuso al mondo, anche se io c’ero.

 

ALLA VOLUTTA’

Delizia e mirra della vita sono
le ore trascorse nel più totale
delirio del suo corpo, nel suo cono
di luce che mi sottrasse al normale

fingere degli amanti, al consueto
gioco delle occasioni. Sono lieto.

 

LA SCADENZA DI NERONE

Nerone a sentir la profezia
di Delfi non gli dette nessun peso;
fino ai settantatré lunga è la via,
aveva tempo di godere; acceso

dai furori sfrenati dei trent’anni
ringraziava quel dio che la scadenza
l’aveva rimandata negli affanni
della vecchiaia. Una lunga sequenza

di godimenti era pronta a Roma.
La Grecia era stata una vacanza
di piaceri di cui ancor l’aroma
aleggiava sottile nella stanza

dove ginnasi, teatri e giardini
rivivevano acuti nei suoi sensi;
dove i corpi nudi dei ragazzini
sembravano portargli ancora incensi

e le sere delle città d’Acaia
tornavano liete a dargli il tormento
di ciò che si dissolse nella baia
alla partenza col cuore scontento.

In simili pensieri, a rivangare
tanti ricordi Nerone rideva
beato di potere confidare
nella bontà degli Dei. Ferveva

intanto in Spagna il progetto di Galba
che gli anni da poco aveva compiuto:
settantatré la precedente alba.
Ma lui beveva vino compiaciuto.

ASPETTANDO I BARBARI

Siamo riuniti al Foro in attesa
dell’arrivo dei barbari. Al Senato
però non si legifera, l’intesa
è: sia dato a loro pieno mandato.

Perché l’Imperatore di buon’ora
è andato alla porta della città
e seduto sul trono non s’accora
di quello che prestissimo accadrà?

Sono già in viaggio i barbari e a sera
entreranno coi loro carriaggi,
il loro capo ed il porta bandiera
saranno accolti, non avranno oltraggi.

Anzi l’Imperatore e lì che aspetta
di dare al capo, scritto in pergamena,
titoli e doni, se lui li accetta.
Ci saranno anche giochi nell’Arena?

Stamani in toga rossa ricamata
son tutti in giro Consoli e Pretori
carichi di gioielli, a una sfilata
mai visto tanto luccicare di ori.

Ametiste, smeraldi, fini argenti!
Oggi arrivano i barbari, gli abbagli
a loro fanno colpo, son contenti
degli oggetti che mandano barbagli.

Non vedo in giro nessun oratore,
uno di quelli che con forte accento
critica e polemizza con ardore
il potere fino allo sfinimento.

Oggi arrivano i barbari, lo sai
che essi sono contrari all’eloquenza,
contro alle arringhe ed ai parolai,
gente che bada soltanto all’essenza.

Ma che succede adesso? All’improvviso
inquietudine e tanta agitazione.
E’ sparito da tutti il bel sorriso.
Che accade? Un guaio? O una brutta azione?

Qualcuno dal confine, affannato,
è venuto per dire che oramai
non ci sono più barbari, peccato,
e quindi non arriveranno mai.

Adesso senza i barbari è dura.
Erano una perfetta soluzione.
Tornerà presto in tutti la paura,
e torneranno l’inerzia e il languore.

I DESIDERI

Corpi belli sfuggiti alla rovina
chiusi nel pianto di teche preziose
con gelsomini ai piedi e al capo rose.

Così le brame non realizzate
e mai risolte notti deliziose
o gioiose mattine illuminate.

IL PRIMO SCALINO

Eumene, nel principio del suo fare
poesia, dice disperatamente:
“Due anni e non riesco a combinare,
Teocrito, lo sai, quasi niente.

Solo un piccolo idillio ho terminato.
Mi accorgo che la scala da salire
è troppo alta, non ci sono nato,
le forze poche, ne potrei morire”.

Teocrito sobbalza e poi risponde:
“Sei sul primo gradino della scala,
chi parla come te sai che confonde
poesia e canzoni di cicala.

Fiero devi sentirtene e felice
perché dove sei giunto è già una meta,
non è piccola gloria, te lo dice
chi sa che un gradino non acquieta

l’ansia del poetare. Ma se vuoi
tu conquistare la Città sublime
delle idee con il tuo cuore puoi
ma devi riconoscere le rime

già scritte e diventare con diritto
cittadino. Non è facile approdo.
Nessun avventuriero è stato iscritto
mai se smargiasso o consacrato al dolo.

Essere giunto qua non è da poco;
quanto hai fatto non è piccola gloria.
Lo sai che la poesia non è un gioco,
ma sintesi di vita e della Storia.

ITACA

Quando deciderai di viaggiare
verso Itaca spera che la strada
sia ricca e lunga d’avventure, un fare
d’esperienze, ogni contrada

ti sia luce: Lestrigoni e Ciclopi
tienili e bada, sta attento a Nettuno.
Comunque sai non son questi gli scopi
ma un alto sentimento a cui nessuno

potrà abbeverarsi se saprai
esser te stesso senza condizioni,
se in te i Ciclopi non li assommerai
né penserai a Lestrigoni buoni.

Devi augurarti: sia lunga la strada
e i mattini d’estate siano tanti
finché arriverai nella contrada
che cancella i languori ed i rimpianti.

Negli empori fenici indugia e acquista
tutto che puoi, ambre e madreperle,
coralli, merce fina d’un artista,
profumi tanti da colmare gerle

che danno gioia e ridanno vigore.
Per le città egizie tu cammina,
dai dotti impara che cos’è il valore
del sapere; medita ogni mattina.

Itaca però non dimenticare,
tienila come meta sempre viva
ma senza entrare nel farneticare
dell’ansia che desidera la riva

ultima. Fa’ che duri a lungo il viaggio,
per anni e anni, e che solo da vecchio
tu approderai all’isola, ormai saggio
e molto ricco, ma ricco parecchio.

Non sperare che Itaca ti dia
ricchezze, perché Itaca ti ha dato
il viaggio senza il quale per la via
non ti saresti mai avventurato.

No, no, non dovrai recriminare
né deluderti della povertà.
Hai capito che vuol significare
Itaca, no? Sei saggio alla tua età.

 

TOMBA DI LISIA IL GRAMMATICO

In biblioteca a Beirut è sepolto
Lisia, saggio grammatico, ai testi
vicino, ai commenti, ai trattati, il volto
invisibile, ormai privo di gesti.

Lui quei trattati li ricorda ancora
perché annotava con irti ellenismi
ogni pagina. La sua tomba ora,
evitando comunque i fanatismi,

sarà sempre presente e visitata
ogni qual volta andremo a consultare
i libri in biblioteca, ed onorata.

UN VECCHIO

Frastuono nel caffè. A un tavolino
un vecchio sta appartato e tutto chino,
solo soletto a leggere il giornale.

Pensa alla vita sua ch’ è stata un male,
a quanto poco egli l’ha goduta,
alla facondia, alla gioia perduta.

Sa ch’è molto invecchiato e ancora vede
vicina giovinezza e quindi crede
che breve sia lo spazio; lui fidato

s’era della Saggezza! L’ha beffato.
“Hai tempo, hai domani”, gli diceva,
“Hai tanto tempo, sì”, gli ripeteva.

Le gioie, il riso, ogni slancio represso.
Sì, lo ricorda. Ma oramai adesso
suona uno scherno al suo senno demente.

Riflettere così dona alla mente
tante memorie e infine lui s assenta.
Piega il capo in silenzio. S’addormenta.

CANDELE

Ci stanno davanti i giorni futuri
candele accese messe tutte in fila –
dorate e vivide, calde di auguri.

Invece sono i giorni del passato
candele spente, una riga penosa.
Storte e algide, han tutto consumato.

No, non voglio vederle, la memoria
del loro antico lume mi addolora.
Guardo le accese, le vivo in baldoria.

Perché voltarmi, non voglio appurare
come s’allunga la segreta riga
delle candele che sanno ingannare.

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2 commenti
  1. Kavafis non compie mai viaggi a ritroso, anche quando ripercorre l’antichità della storia, regala al suo universo interiore la visibilità di un mondo condiviso, dove la sua percezione prende carattere pubblico nell’attimo in cui diventa privata. L’uomo così consce la sua condizione con spavento e pietà sempre in relazione a un frangente preciso, in un momento particolare e in un contesto particolare.

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