La poesia di Achille M. Chiappetti letta da Giorgio Linguaglossa

Chiappetti, Inafferrabile presente
 Achille M. Chiappetti Inafferrabile presente Firenze, Passigli (Anche la poesia di Achille Chiappetti parte dalla presa di coscienza della rottamazione dei grandi racconti. L’inafferrabile presente è il tentativo di ripartire dal significato di una immagine, di un qui come effetto di superficie (ed effetto di lontananza), cioè qualcosa che, proprio perché effetto, non appartiene a ciò che è originario (l’essenza, la coscienza), e che, non situandosi né all’altezza dell’Origine, né nella profondità della Coscienza, si presenta come pezzo di «superficie», appartenente al reale del ricordo o di una esperienza subliminale. Non bisogna con ciò intendere (né vorrei darlo ad intendere) che nella poesia di Achille Chiappetti il senso sia soltanto qualcosa simile ad un «effetto» come se esso fosse un segno o un sintomo o un crittogramma di qualcos’altro (quel qualcos’altro che ha contraddistinto la civiltà del simbolismo in Europa), né bisogna intendere la stabilità del significato come qualcosa, appunto, di «stabile». (Infatti, mi chiedo, può esistere qualcosa di «stabile» all’interno della fluidificazione universale?). Ciò di cui il significato «è», lo è in quanto rammemorazione, rimando al passato, ciò che appartiene al meta-sensorio; qui è  la nostalgia che abita il significato? E una sottile ma pervasiva elegia viene a invadere il dettato poetico; la poesia di Achille Chiappetti sembra porsi la dove scorrono ombre trasparenti, dei quasi-vivi, dei quasi ricordi:

Qualche stentata parola un po’ barocca,
non proprio stonata, quasi un bisbiglio;
vorrei non fosse così
ma che la mia poesia muovesse
come una funivia che porti in alto
con un tonico cantilenante sfruscio
di cavi struscianti; un magico cantico
che aprisse un più vasto orizzonte,
abbattendo la muraglia, che tutt’attorno
ci circonda, della quotidianità;
che divenisse come una canzone
che, pur senza musica,
passasse di bocca in bocca
senza più cessare.
Fatto sta, purtroppo,
che, senza pedigree, neppure da lontano
somiglio agli aedi, quando scrivo,
o ai laureati e citati poeti;
sono soltanto un timido coniglio
che borbotta con arrossati occhi
e qui non dovrei stare a muovere invano
la tremante bocca, ruminando parole
che scarso senso hanno…
Eppure, chi il mio labile sussurro
attento ascolta, presto può sentire
che son per tutti le mie silenti lacrime
e il sangue che colora le mie pupille.

È un tipo di poesia che non conosce lo scambio, lo shifter, la scissione, il salto, la metafora, la metessi, ma che tenta sempre di ricucire lo strappo, legare insieme i ricordi, riviverli, riconciliarli. Anche se è da dire che nel tessuto fisico-chimico di questa poesia penetrano (osmoticamente, e quindi ideologicamente) lacerti, lemmi e immagini del linguaggio poetico narrativizzato sedimentati appena sotto la superficie delle parole, a volte anche indebolendo il passo mimetico, altre volte invece ottenendo un effetto rafforzativo ma in funzione dell’elegia. C’è un cuore antico in questa poesia, dove pulsa l’eco dell’endecasillabo sonoro, talmente sonoro da far sospettare che i silenziatori non siano stati adeguatamente messi nella giusta posizione.

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1 commento
  1. la Poesia non ama più l’autocommmiserazione. Non esce dal guscio /tana di Corazzini questo poeta; poi il brutto: “…nemmeno da lontano somiglio agli aedi, quando scrivo…”; la rima interna inutile: “sono nsoltanto un timido coniglio…”, insomma riecheggia “io sono un povero poeta malato…”… si ritorna indietro di 100 anni! basta così, ma perché scrive ripiegandosi, quando è il tempo dell’attacco irreversibile?!
    carlo freccia

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