Un brutto Natale per Giovanni Pascoli di Giovanni Caserta

Giovanni_Pascoli_01129 anni fa a Matera.

Come è noto, il Pascoli, che, con la morte del padre, a dodici anni, aveva perduto la famiglia e aveva visto sfasciarsi il suo “nido”, da quel momento si mosse tra convitti, collegi, università, manifestazioni anarchico-socialiste e simili. Da sbandato. Il Natale, in questa condizione, era per lui la festa della famiglia e del rientro a casa. Un sogno. Una sua famosa poesia è dedicata al carrettiere, che nel suo monotono e pauroso andare per aerei ponti, si addormenta placido, avvertendo in sogno il suono consolatorio delle cennamelle. Proprio alle cennamelle o ciaramelle di Natale Pascoli dedicò una poesia di ben quaranta versi, distribuiti in quartine dalla dolce e cullante musica, che lentamente si posano su rime alternate: “Udii tra il sonno le ciaramelle – dicono alcune di quelle quartine. […] Sono venute dai monti oscuri / le ciaramelle senza dir niente; / hanno desta nei suoi tuguri / tutta la buona povera gente. // Ognuno è sorto dal suo giaciglio; / accende il lume sotto la trave; / sanno quei lumi d’ombra e sbadiglio, / di cauti passi, di voce grave. / Le pie lucerne brillano intorno, / là nella casa qua sulla siepe: / sembra la terra, prima di giorno, / un piccolo grande presepe”. Un suo canto di Natale, dedicato al Bambino Gesù, ha il dondolio di una ninna nanna riservata a tutti i bambini del mondo: “Dormi, dormi, bambino caro! – dice quella nenia. / Angeli, abbassate la voce! / che non pensi al calice amaro, / che non pensi a quella croce.”
Che a Natale, dunque, non si pensi alla sofferenza e al dolore. Si pensi all’amore, alla fratellanza, in una parola, alla Pace, promessa dagli Angeli, voluta dal Pascoli. Nella mitica notte di Natale, infatti, sotto lo sguardo dei pastori, “vicino / il dolce ugual ruminar del branco // un canto invase allora i Cieli: Pace / sopra la terra! […] Già pronti / erano, in piedi, attoniti ed aneli // i pastori guardando di sui monti / e un angelo era, con le braccia stese / tra loro, come un’alta esile croce / bianca; e diceva: Gioia con voi! Scese / Dio su la terra”. Era una Pace, purtroppo, lenta a venire, come dimostravano le tante guerre diffuse per la terra, là “dove non le squille suonano a gloria; / non le zampogne querule cantano / la pastorale, / che suscita un battere d’ale. // Non arde il ceppo che s’apre e crepita / quando col bimbo viene la Vergine, / ch’entra e soave, / ciò che fu detto, dice: Ave!”. Ma non andavano perse le speranze “Oh! credeteci! crediamoci” – esortava il Pascoli
Il Natale era dunque il ceppo, il ciocco, il focolare, la casa, l’infanzia, temi cui il Pascoli dedicò anche racconti particolari, pubblicati su giornali per piccoli. Nota del resto, è la sua corrispondenza-amicizia con scrittori per l’infanzia, quali furono Ermenegildo Pistelli e Luigi Bertelli (Vamba), così come nota è la sua ammirazione per l’opera del De Amicis, la cui morte, il 13 marzo 1908, volle commemorare sul “Resto del Carlino”, definendolo “apostolo della scuola”. E, quasi in concorrenza con lui, altra volta scrisse all’amico Angiolo Orvieto: “Io vorrei fare libri di lettura per le scuole elementari, facendo la vera prosa e la vera poesia: quella cioè che intendono i fanciulli. Oltre i libri di lettura regolarmente qualche libro a sé, come il Cuore, ma sempre con versi oltre la prosa”.
Proprio ai suoi racconti di Natale e per l’infanzia, alcuni anni fa, nel 1999, fu dedicata una pubblicazione della casa editrice Salerno di Roma. Aveva il titolo significativo di “La Befana e altri racconti”, fra i quali si annovera “Il ceppo”. Ma ceppo, ciocco, focolare, casa, nido e infanzia, mancarono nel doloroso Natale 1882, passato a Matera. Forse c’era un braciere; ma non c’erano Ida e Maria, le sorelline appena adolescenti, che aveva lasciato nel Collegio–orfanotrofio di Sogliano.
A Matera era arrivato all’una del mattino del 7 ottobre 1882, con la nomina di “reggente” di latino e greco, firmata dal ministro Guido Baccelli. Pioveva a dirotto e dovette aspettare l’apertura della scuola sotto un arco, o, forse, in un portone. A dicembre, dopo tre mesi, non aveva ancora riscosso il primo stipendio. Aveva solo sofferto lo scirocco e la solitudine di un “angolo remoto del mondo”. “Che deserto! Che morte!” – scriveva all’amico Severino Ferrari. Aveva, per fortuna, goduto della simpatia del preside molisano Vincenzo Di Paola e del collega Restori, che gli era stato compagno di studi a Bologna; ma intorno c’era il vuoto sociale. Nelle sue lettere, come non si legge nulla dei Sassi, allo stesso modo non si legge un solo riferimento alla classe dirigente e in vista della città. Un professore, per giunta forestiero, per quel ceto ricco e vivente di rendita, non contava nulla. Forse si era anche sparsa la voce dei suoi conti con la giustizia, del carcere di cui aveva sofferto e delle sue pericolose simpatie per Passannante e per i socialisti anarchici. Nessuno di quei nobili e ”galantuomini”, del resto, tranne l’ impiegato, fotografo e scrittore Francesco Festa, non ben visto dalla nobiltà, aveva figli in quel Liceo troppo giovane e, perciò, considerato ancora poco affidabile. Già seminario per tre secoli, a partire dal 1668, il Liceo-Ginnasio “Duni” era diventato tale per decisione dell’Amministrazione Comunale nel 1864, con riconferma nel 1868. Era, in definitiva, una scuola a carico del Comune, parificata a quelle statali. Solo nel 1882, e quindi solo con l’arrivo del Pascoli, era stato riconosciuto come istituto statale.
Il 10 dicembre, Pascoli, da quel “lontano ermo paese”, scriveva alle sorelle dicendosi “scombussolato e scorrubbiato”. Arrivava Natale, ma non per lui. Da così lontano, e ancora senza stipendio, non poteva pensare di tornare a casa. Con le sorelle non poteva starci. Si sarebbe consolato con l’immaginazione. “A Natale! A Natale! dolce tempo; dolcissimo!” Non ci fu la neve, che, generalmente, si lega al Natale. C’era, invece, un appiccicaticcio scirocco. “Qui – scriveva – tira scirocco, vento uggioso, mollichiccio e appiccicaticcio, ma caldo. Neve non se n’è vista. Nebbia e pioggia, sì: poca pioggia e molto nebbiume. Sto bene di salute, la scuola va bene, il preside mi vuol bene, ma non posso essere molto contento… Siate felici e amate il vostro fratello”
A casa scrisse solo passata la festività, il 30 dicembre, il giorno prima del suo compleanno.”Ho passato un Natale molto melanconico – scrisse, – così isolato e lontano, come sono, e anche (ma questo m’importava meno) così sfornito di danaro”. Avrebbe voluto fare qualche regalo alle sorelline o mandar loro un po’ di denaro. Non era stato possibile. Aveva dato, è vero, una lezione privata nei primi venti giorni del suo insegnamento; ma il compenso era stato una spilla d’oro per cravatta, di cui non sapeva che fare. Perciò, dopo Natale, scrivendo con una punta di sarcasmo a Severino Ferrari, diceva: “Sono carico d’oro; ma carte non ne ho, che non ho riscosso ancora. Governo ladro”.
In quei giorni, e precisamente il 21 dicembre 1882, veniva impiccato Guglielmo Oberdan. Pascoli lo apprese quasi sicuramente dal Ferrari. Nonostante la mancanza di denaro, forse facendoselo prestare dal Restori, fece una sottoscrizione di dieci lire, che mandò al Carducci, “per vendicarne la morte”. L’anarchico era ancora in lui. Severino Ferrari, che altri non era se non Ridiverde, lo aveva invitato a comperare <>, sul cui numero del 1° dicembre era stata pubblicata la lirica <>, prima redazione della famosa <>. Gli chiedeva di comperare anche la “Domenica letteraria”. Pascoli si sentì quasi preso in giro. Ma dove mai credevano, i suoi amici, che egli vivesse? Ma si rendevano conto di che cosa era Matera? “Un motto tuo pur bellissimo – rispose al Ferrari – è stato quello di dirmi che compri la <>! […] Ma non vuoi credere che Matera sembra in Affrica e che io voglio un monumento anch’io, come Pellegrino Matteucci, dal Parmeggiani, nella mia qualità di viaggiatore affricano?…”. Quindi, anche a lui precisava: “Ho passato un brutto Natale! Non ho potuto mandare nulla alle mie dolci sorelle. Povere bambine abbandonate! “.
“Oh – commentò anni dopo l’amata Mariù – Il Natale fu triste per lui e perciò anche per noi”.

1 commento
  1. “Qui – scriveva – tira scirocco, vento uggioso, mollichiccio e appiccicaticcio, ma caldo. Neve non se n’è vista. Nebbia e pioggia, sì: poca pioggia e molto nebbiume… “. Per noi emiliano-romagnoli il Natale senza neve è una delusione. Se poi mancano il padre e gli altri cari, che Natale è!
    Se manca il padre… come lo capisco!
    GBG

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