Tre poesie di Francesco Tarantino, dal catalogo “Orizzonti in divenire”, Lepisma, Roma – 2013-.

 

FANTASMAGORIE

 

Rincorrersi di nicchie nella valle;
si susseguono gli archi in un marasma
di maschere in seppellimento;
passa una carrozza e non ritornerà
perché saranno chiusi i porti,
e ai naviganti il mare
non concede gli approdi
di un corteo inusitato di fiori.
Coltri di nubi ed acque minacciose
riverberano il sogno
di un occaso irraggiungibile
che lascia intravedere
la fine ed il principio
di un misericordioso incrocio
che attraversa le croci e si dissolve
in un riflesso di cielo rovesciato
che esonda la memoria
e rigurgita le comete nere.
Trasborderai da una a un’altra camera
e coi fuochi fatui morirai.

 

MOMENTO

 

Ed è di nuovo azzurro tra le case
un cielo che respira sulla morte
ed attraversa il tempo e mette in fase
la ricomposizione delle rotte.
Non puoi andare senza itinerario,
un faro per le barche e gli aeroplani,
senza un libro di bordo e un calendario,
un battito d’ali e le tue mani.
C’è ancora il fumo tra le case matte
e maschere disperse in mezzo ai prati
ché la guerra non ha lasciato intatte
le stagioni che inseguono gli estati.
Anche le primavere son contratte
e i fiori muovo prima d’esser nati.

 

 

TRIANGOLAZIONI

 

Deposti i panni d’ingratitudine
mi trascino a forza d’inquietudine
in un calvario di liberazione
che sottendente riconciliazione.
Panni neri offerti come espiazione
attraverso la manifestazione
di lamenti espressi in solitudine
che dopo un po’ ci fai l’abitudine.
E l’innocenza di una apparizione
è lontana da una crocefissione
nonostante la beatitudine
di un discorso fatto in altitudine.
Resta il dire per similitudine
che ridiscute la consuetudine
e mette in discussione ogni equazione
tra i teoremi senza soluzione.
E nel chiaro la vicissitudine
di un chiodo affinato sull’incudine
che bagnerà di sangue l’illusione
di un messaggio che provoca emozione.
Itinerario di separazione
rende possibile un’evoluzione
che coinvolge una moltitudine
di silenzi da ogni latitudine.

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2 commenti
  1. la poesia di Francesco Tarantino nasce direi da un atto di stupore, è una poesia del malinconico smarrimento dello sguardo musicale; di qui il rimario che percuote sulle note di rime difficili e facili quasi a voler rafforzare e radicalizzare quel senso di ottuso rintocco delle parole che scorrono con ritmo espressionista su un pentagramma sostanzialmente endecasillabico, su di un pentagramma tante volte dichiarato fuori uso e rottamato che sempre rinasce come la fenice dalle ceneri della tradizione, che ricompare come un fantasma. Tarantino riesce meglio quando vuole risuscitare questo feretro di ciò che è scomparso. È una poesia del Tramonto di ciò che è già tramontato.

  2. RIME del TRAMONTO
    (a G. L.)*

    Che sia il tramonto del tramontato
    o la resurrezione di un feretro
    è come dire parlare di un passato
    che si racconta in un verso esametro

    E può succedere che lo stupore
    in un malinconico smarrimento
    possa affidare alle rime il timore
    di un discanto oppure un esperimento

    Comunque sia, forse, è un controcanto:
    è lo sconcerto senza pentagramma
    quando lievita il peso in un incanto

    e guardi in sospensione un ideogramma
    che lascia intravedere il tuo manto
    che cade e copre ogni tuo epigramma

    *(ho giocato con le tue parole)

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