Alberta Bigagli letta da Marco Onofrio

Alberta Bigagli, Dopo la terra, Firenze, Passigli, 2012, Euro 12

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La mia lettura critica di Dopo la terra intravede, nei versi di Alberta Bigagli, l’evocazione di una doppia natura attribuita al poeta: sciamanica, di collegamento cioè fra il “qui e ora”, sfuggente ma toccabile, e un “altrove”, ignoto e invisibile (che poi – a ben guardare – risulta mescolato con il noto, col dato all’esperienza più normale); e gnoseologica, da cui la sua possibilità di affrontare la metafisica come scienza “altra”, attraverso strumenti pre o post-logici, tratti da un sistema alternativo di cognizioni e interpretazioni, che è appunto il mondo autonomo della poesia come forma superiore della conoscenza, per squarciare il velo dai nostri occhi e farci consapevoli di ciò che, peraltro, già sappiamo per intuizioni sottili, senza averne piena coscienza. Il teatro del silenzio e della rivelazione che manifesta e talvolta esibisce, senza fastidiose vanità, questo percorso poetico di Alberta Bigagli, è un colloquio arduo che si spinge ai bordi estremi del pensiero, a un pelo dall’abisso della dispersione, dell’abbandono al nulla. È sulla cresta umbratile di questo limite (aurorale/crepuscolare, a seconda dei versanti) che si innicchia la radice della parola: il discrimine tra ragione e follia, luce e ombra, fede e negazione, speranza e disperazione. Così, nel cuore di questo farsi o non farsi o disfarsi dell’essere, del finito nell’infinito delle potenzialità, si apre, sonnecchiante, il seme filosofico dell’uomo. Questo infatti è un libro di “domande su morte e vita” che, come tutti i discorsi autentici, ci mette davanti alla realtà irrefutabile di uno specchio, dove non ci è più consentito volgere lo sguardo, o chiudere gli occhi.

RINASCERE

Sì vi sento io vi sento vi sento
ora sì che vi posso sentire
anche se chioma d’albero è vostro livello.
Porto in ciascun orecchio un gioiellino
ch’è come un uovo o meno di un passerotto.
E ancora vivo nella folla udente.
Nel continente disuguale e denso.
Nel mondo delle guerre e del terrore.
Sì vi ascolto ed intanto riscopro
il segno pigolante e gorgogliante
d’ogni uscita all’esterno d’ogni sboccio.

DOMANDE

Io sopra la panchina e sotto al sole
davanti fra due muri bianchi di case
piccole chiome scure del ciliegio rosso.
Cielo che scende a offrirsi nel respiro
teso e disteso in unico celeste.
Venni a nascere in queste zone urbane
fatte di porte intonaci e persiane.
Sono fra umani avvolta in trasparenze
fasciata da un astratto telo essenziale.
Son io e siam noi il miracolo
O quest’aria pulita fra i ciliegi.
L’orologio che batte tessitore
o gli incroci che spezzano il tempo

C’è qualcosa della irrevocabilità della morte, quasi una scossa elettrica, nella provvisorietà (sempre altrimenti dicibile) di una parola pur consapevole che “la verità sfugge e attanaglia”. Le parole di Alberta Bigagli sono contagiate da una peste sacra che le fa sbocciare come fiori strani dell’altrove. E, si badi bene, parla quasi sempre del “qui e ora”, immersa nella vita, implicata nella materia, liquefatta nell’esperienza. C’è come un altrove del discorso, che teatralmente vibra in parallelo all’attimo del dire. Ogni particolare è un nervo scoperto della totalità. È una poesia che innalza la sua abnorme pronuncia dal “di qua” della frattura prodotta dal tempo moderno, tra le macerie di un mondo disilluso e desacralizzato. Come è possibile ricostruire l’uomo? Come può essere che riaffiori “il sogno dell’identità”? La tensione metafisica di questa poesia si coglie anche nel titolo, Dopo la terra. Che cosa c’è “dopo la terra”? Il lembo trascorrente dell’aria, il bordo dell’intangibile, la sponda dell’infinito. Ma se alla terra diamo oltretutto un valore mondano di confine spazio-temporale, entro i limiti umani, “dopo la terra” significa “dopo la vita”, cioè “oltre il corpo”. Che cosa c’è “oltre il corpo”? Il valore infinito dell’amore, il calore fragile del nostro respiro: “Amore non si dà che dal corpo non passi / credo permanga dove? Oltre il corpo distrutto”.

LA VISITAZIONE

Non è una figura o un fatto ben distinto.
Non ha neanche però l’ambiguità dell’ombra.
Non è un vortice d’acqua alluvionale.
Non è il fuoco né un corridoio di vento.
Avanza chiama invoca e ansimando trattiene.
La creatura che viene così compromessa
non saprebbe spiegare la propria condizione.
Sa di non aver più facili o false libertà.
Sa di dover rispondere perché è stata scelta
e soffre i godimenti di un amore imposto.
Poesia verrà chiamata la presenza sacra
che alfine emergerà. Lucente e trascorrente.

PARTO DA PAGINA TRE

E ritornammo al caos
alla maternità d’origine.
Maternità della mia terra
che partorì espellendo
l’oceano a impulsi
a onde ricorrenti
ad alti getti ricorrendo
le doglie e il desiderio.
Un infinito tempo poi trascorse
e avemmo il terremoto cristico.
Andò confuso il segno-morte
con ogni cosa di tatto e di luce
che contenesse il gusto e gli odori.
Sono o sarò? Pensammo attoniti.
Fratelli dei miei giorni io dico
amore è che decide incide e recide.
Noi stessi e il corpo del tempo.

È un amore “amaro, timoroso”, un amore umano, vissuto interamente “con mani bocca e tutti i sensi” come fame di vita, come possibilità di ritagliare un margine di azione dinanzi al buio e al freddo della morte, di scavarci uno spazio nel vuoto circostante. Il tessuto degli affetti e dei ricordi è minacciato costantemente dall’entropia del cosmo, dall’assottigliarsi progressivo e inesorabile delle possibilità, dal gelo che sale nel fuoco, dal vuoto che erode i margini delle fotografie. La nostra esperienza trascolora nell’insignificanza, sfuma nell’invisibile. La morte bussa alle porte di ogni respiro: è una belva dal passo felpato che “entra con malizia felinamente / dentro i rumori del quotidiano”. Queste poesie si interrogano sul fine ultimo delle cose, sui destini evolutivi lungo la scala dell’essere e la catena delle generazioni. Come siamo, come saremo? “Siamo impotenti ed umili saremo” quando finalmente avremo compreso, al di là del limite; ma il poeta sa che “ci attende un moto circolare e eterno” dove impareremo a dimenticarci. Perché, e qui è il punto, l’uomo non sa mai dimenticarsi: è attanagliato dal limite antropologico che rende vano il suo giudizio, oltre che presuntuoso, e pretestuoso. È per questa incapacità di guardarci da fuori che, da noi, scende sulle cose solitudine ed estraneità: sono gli uomini che fanno il mondo diviso, freddo, inospitale. Alberta Bigagli sa porsi fuori da questo limite per collocarsi – in equilibrio dinamico – sul confine delle opposte, reciproche alterità. Per lei non esiste il discrimine di un “a priori”, di un punto di vista privilegiato.

FREQUENTARSI

Il sogno è una costante tua come mia.
Si assaporano i sogni o il sogno ci assapora?
Viene da un cibo metafisico di stiva
Sale per occupare spazi nel silenzio.
Non gli viene concesso di più dall’ipocrisia.
Di giorno gli occhi aperti solo sulla vanità.
Di notte arriva arrampicandosi un soffio
O la intera corrente o incredibile segno.
È il tuo prato verdissimo in punta di roccia
è il mio viuzzo medievale in pietra scura.
I tuoi bisogni tesi al recupero adolescenziale.
e i miei che chiedono conferme a scelte di vita.
Perché non dirsi com’era il palato al risveglio?
L’amaro che svelena e l’umidiccio che placa.

Da un lato dunque il mondo umano coi i suoi “tempi storici”, il mondo delle guerre e del terrore, con la “folla udente” che si lascia portare e disperare; dall’altro l’“oceano della vita” che “lega per affinità” coi suoi “tempi biologici”, dove il cosmo principia nel caos e in esso fa ritorno, per cicli di inerzia meccanicistica, e dove il poeta, che dal mondo umano a questo si protende, avverte la “silenziosa e acuta energia” che vibra nelle cose, e l’energia nascente, e la liturgia degli inizi, il “segno pigolante e gorgogliante / d’ogni uscita all’esterno d’ogni sboccio”. La tensione metafisica conduce infaticabilmente questa poesia dal primo al secondo versante: le parole tendono al “canto delle cose pure”: abbracciano tutta l’esperienza, ombra compresa, ma la voce si innalza dal “basso continuo” delle cose impure per trasumanarle, per oltrepassarle (superarle cioè senza perderle), aprendole alla scarnificazione successiva di più vasti e alti significati, nello scenario della “totalità”. La poesia di Dopo la terra è dunque una strana fusione “fra tenero epidermico e sideralità”: è un confine “sospeso e ineffabile” tra “vita che so” e “morte che non so” e, al contempo, “sgomenta e fiera testimonianza” dei termini entro i quali siamo racchiusi. A tal fine, Alberta Bigagli utilizza un linguaggio ad alto gradiente simbolico, straniato e traslato (anche nelle costruzioni grammaticali e sintattiche), spesso ellittico di articoli e congiunzioni, come scarnificato da un fuoco interiore che lo strugge ma ne accende di vita urgente gli esiti espressivi.

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