Antonio Sagredo, Poesie

teatro politecnico-1974

 

teatro abaco1971 skomorochi (3)

Non mi parlate più di stagioni
se avverto la pietra o il ghiaccio.

Non mi parlate più della primavera –
l’inizio del quartetto è muto.
Maturano il grano e il mio gallo,
livida è la gravità delle ceneri.

Non mi parlate più dell’estate,
di equinozi a caccia di manguste.
Belletto è una carta mascherata.
Quando il magnete gioca nella vulva
il sipario custodisce la mia rovina.

Non mi parlate più dell’autunno,
di sogni piombati e di commiati inamidati.
Quando sazio della lira sposo il gelo
in un sonno di calce sottoterra,
il sudario è una rivolta contro le mie ossa.

Non mi parlate più dell’inverno,
dell’alchimia del vecchio capriolo.
Il letargo impone una quiete,
il tributo di una radice ti distilla –
visione copula la vita, assenza
incanta l’evento e il disinganno.

Non mi parlate più di stagioni –
fine e principio sono strabici furori.

Spirali, rettili della linfa,
come è neutro l’infinito!

Non ho sangue recidivo.
Uomo e donna mai erano – sono – saranno.

Roma, maggio/giugno 1986

*

La Notte che non difese mai la mia Natura
è l’Occhio di Dio che questa notte
non mi hai dato
ed è cieco per tutta la durata
quel Male che per me è solo dolce,
gridando lagrime contro la mia Natura

ma io sono cieco per tutta la durata
di quel Male che solo per me è dolce

e solo per te è dura lex!

gridando lagrime contro Natura
tutte le sante che non furono puttane
l’Occhio di Dio accecarono infedeli
in quella notte che non mi hai dato
m’hai oscurato per tutta la durata
la rosa che la mia lingua inumidiva

il mio 3/1/21/21/13 per 10 anni tra le bende,
nemmeno le pietre sapranno le storielle
che, se accese, sono mute per eccesso

l’Occhio di Dio nella Notte contro Natura
è il Male che s’avventa lento con dolcezza
quando la mia lingua è caduta in prescrizione
con quella doppia tomba risorta dalla croce

Sudario, è qui il punto circoscritto
– prima della vita c’è un’altra morte –
l’eredità s’è dipinta sulle labbra un testamento:
la possanza eretica di quel cardo suicida!

Vermicino, 20 luglio 2004
*
Eredità

Mai conoscerò gli spazi che mi sono dati,
solo le latitudini del tuo cordoglio.
L’idioma e gli eventi che mi guidano ai misfatti
sveleranno il cerebro intarsiato dai tuoi occhi.

Non offrirò più istanze a un Dio estremo,
il ferrigno secolo è già morto sulla soglia.
È una fede che sopporto prima della mia rovina,
per te decreti il futuro e i rintocchi.

Come il grido genera silenzi clamorosi
quando il governo della castità è carne corazzata!
La lingua del feto succhia latte di giumenta.
I meridiani del tuo orgoglio segnano un passo d’oca.

I sudari sono sazi di canti salomonici,
la notte è un classico che rifiuta i nostri occhi.
Il tempo che m’è dato non accetto:
getta il sale sulla mia ipocondria!

Il trono genera Poteri e antiche Madri
e nega al sangue una sorgente demoniaca.
L’immortalità è alla deriva come le bandiere,
non sposo il grano che nutre la tua falce!

Tutto nel futuro è un viola egemonico,
di gelatina è la traccia della tua semenza.
Ha una ferita viola il tuo fondo schiena,
di madreperla è il mio furore libertino!

E ti apri tutta dai capelli alla ceneri,
per me balbetti intatta una tribale danza.
Ancora m’innesti le stagioni e i lamenti,
più della carne sono le ossa gli ultimi vagiti.

Il bacio della vulva è il mio silenzio.
Com’è banale la reliquia di santa Clitoride!
Ti dono una piramide eccitata dai misteri,
tutto ti sono dentro, e nel tuo sangue il mio si sfarina!

La selce… è lei!… è, per me, morire!
Non è mio il tempo del tuo futuro!
Sono gli occhi i passaporti per la cecità:
certificati d’ansia, autostrade infelici.

Tradussi gli amori, le orchestre dell’orrore,
tutte le speranze in disamori!
Non cercate più il mio canto eterno nel furore:
una condanna, un disonore la Destinazione.

Quale eredità noi lasciamo per i loro occhi?
Sarà l’età dell’oro delle carneficine – senza nome!
Sommario di stermini, di massacri – senza requie!
Scandaglio delle ossa – carne!

“la pupilla armata convoca il delirio”:
dubita come coltelli che latrano alla Gioia.
Quanto lo spazio fra il morire e la morte?
E va bene: fine della teologia e del suo girovagare!

Roma-Vermicino, 06/27 settembre 1999

Politecnico Teatro1974-skomorochi (2)

15 commenti
  1. Avatar di gferrara608
  2. Avatar di carlo freccia
  3. Avatar di Flavio Almerighi

    c’è tutto qui, lo sapevo che Sagredo è un grande poeta, e onore al merito che, inedito in Italia, abbia trovato qui la sua prima finestra in Italia

  4. Avatar di Alfredo de Palchi

    Vorrei leggere e conoscere una selezione dell’opera poetica di Antonio Sagredo.
    Mi chiamo Alfredo de Palchi, e a Sagredo chiedo di contattarmi.
    Benvenuto, Antonio Sagredo, anche se l’opinione sul Sereni poeta e figura civile non mi convince.
    Saluti da Manhattan.

  5. Avatar di antonio sagredo
  6. Avatar di antonio sagredo
  7. Avatar di Alfredo de Palchi

    L’ opinione di Antonio Sagredo su Vittorio Sereni poeta e figura sociale contrasta con la mia conoscenza di un Sereni profondamente diverso.

    La nostra amicizia iniziò senza conoscerci in persona nel 1951 in casa del suo grande amico Giansiro Ferrata tramite una rivista che conteneva alcune poesie di Sereni. Conosco Sereni dal 1949 dissi a Ferrata e ho due copie del Diario d’Algeria. L’amicizia si concretizzò con immediata simpatia nel 1961 tramite Bartolo Cattafi. Una amicizia abbastanza intima nonostante ci vedessimo soltanto durante i miei ritorni, per un mese a Milano, da Parigi e da New York, e rara corrispondenza.

    Parlava guardandoti in faccia ad occhi largamente aperti e curiosi; era gentilissimo, un signore con dubbi, non paure. Anzi, la sua politica nonostante fosse di sinistra era libera di ideologie. Lo so bene io, personalmente: per me discusse contro l’opinione di Franco Fortini che mi contrastava ideologicamente una pubblicazione. Sereni non temè Fortini e altri, presentò il mio testo nel primo numero della rivista “Questo e altro” e alcuni anni dopo il mio primo libro. Pauroso dei nemici del loro nemico, e delle proprie introspezioni? Non scrivo critica ma ugualmente dico che la poetica di Sereni è fra le migliori del 20mo secolo italiano.

    ll giorno della pubblicazione mi invitò in macchina e andammo da Garzanti a prelevare delle copie di StellaVariabile . Mentre me ne regalava una con dedica mi accorsi che aveva dubbi su qualcosa. Non mi incuriosii per non andare oltre le felicitazioni dell’occasione, ma menzionò Eusebio (così chiamato dagli amici). Ma che c’entra Montale, rispondo. C’entra, la sua recensione esce sul Corriere della Sera. Percepii che dubitava di un Eusebio poco positivo sulla poesia altrui in generale. Stai tranquillo, la recensione sarà positiva. Infatti, arrivati a casa, la famiglia completa lo aspettava con il Corriere della Sera in mano. I dubbi non sono sintomi di paura.

    Inoltre, Sereni era aperto alle varie poetiche sperimentali e alle avanguardiette. Lo dimostrò pubblicando prime opere di sconosciuti, inclusa la mia. Nessun ‘editor’ è sempre perfetto, però Sereni rimane una figura di carattere signorile, coraggiosa, intellettualmente onesta quanto rarissimi erano e sono.
    Sagredo scrive: “Sereni è stato solo un funzionario – burocrate – di una certa poesia non alta, prudente. . .”. I becchini della editoria sono normalmente così; e si sa che “vince sempre qualcosa che sta sempre al di sotto. . . ” .Sì, è quasi sempre vero ma non nel caso Sereni. È al Mengaldo antologista che si addice quella frase. Da becchino ha collocato dozzine di minori mediocrità viventi e defunte nel suo cimitero monumentale dove non trovi un verso di Lorenzo Calogero, di Bartolo Cattafi, di Alfredo de Palchi, e di Angelo Maria Ripellino. I suoi imitatori seguitano a scopiazzarlo quasi mensilmente con minori cimiteri.

    Non so l’età di Antonio Sagredo, e non mi interessa conoscerla, però so che non ha un libro pubnblicato in Italia, che di recente l’ho scoperto per assoluto caso grazie ad alcuni che hanno pensato di presentarlo in questo blog a me ignoto fino a poche giorni or sono. Non so il perché della sua emarginazione, ma se è come successe a me a Calogero e a Ripellino si tratta di cialtroneria dei critici e degli editori. E appunto per questa bifolca illegittima attitudine che sono onorato di annuniare che Chelsea Editions pubblicherà una selezione antologica con testo a fronte della poesia di Antonio Saggerò

    Alfredo de Palchi

  8. Avatar di giorgio linguaglossa

    Auguri a De Palchi e ad Antonio Sagredo per la sua prossima pubblicazione in America, per parte mia sono abituato a separare nettamente gli amici o i conoscenti e il valore della loro poesia, cerco di mantenere il mio giudizio critico sempre al di fuori delle complicazioni che una vicinanza amicale può comportare. Non ho avuto l’onore di conoscere di persona Vittorio Sereni e non metto in dubbio che fosse una persona squisita, un cavaliere come oggi non c’è n’è più. Detto questo, mi sono limitato ad esprimere il mio giudizio (molto divergente da quello di Mengaldo) sul primo libro di Sereni “Diario d’Algeria”, pubblicato subito dopo la guerra dall’ultimo “Stella variabile” (1981), molto più maturo del primo. Inoltre, ho espresso la mia valutazione non del tutto positiva su quel processo di ammodernamento del linguaggio post-ermetico portato avanti da Sereni e sull’influenza che il suo “riformismo moderato” ha cagionato nella poesia italiana a venire (in specie quella di matrice lombarda). Detto questo, va anche detto che oggi siamo al di fuori di quei problemi che allora si profilavano. E si pongono altri problemi che forse la lettura della poesia di Kavafis da me tradotta pubblicata su questo Blog può contribuire a risolvere. Se mai i problemi si possano risolvere.

  9. Avatar di Abele Longo
  10. Avatar di Alfredo de Palchi

    Vedo che il mio commento sopra termina con “Antonio Saggerò”, eppure
    la copia dell’originale inviata ha il nome esatto: Antonio Sagredo. Piccoli
    refusi che il computer misteriosamente (per me) commette.

    Ma dopo aver letto i due commenti di Giorgio Linguaglossa, quello qui sopra e l’altro altrove nel blog, mi è venuto il sospetto di aver commesso il grave errore di non essermi rivolto anche a lui. Che critichi il lavoro di un poeta amico che rispetto non mi disturba, nessuno è intoccabile, anzi mi sembra giusto che il critico ponga in vista le pecche, se ce ne sono, e se è capace di discuterne. Non vissi quei tempi di sotterfugi, di gruppo, di
    regionalismo, di influenze letterarie che non avevo; il mio potere era ed è la mia personalità, libera audace menefreghista e generosa senza scambi. Ero e sono l’unico superstite dell’epoca velleitaria meschina invidiosa gelosa pitocca plebea tirchia e strapiena di chiacchiere e di bidoni.

    Giorgio, simpatico, serio, ha scritto spassionatamente un paio di pagine sulla mia scrittura, confermando la sua ammessa neutralità. Neutralità che non possiede quando generosamente discute recensisce e presenta bidoni e bidoncini datati di conoscenze; e torce il naso se gli arriva una scrittura che non langue rancida di petrarchismo, difficile, dal suono gutturale, etc. Certo, questa mia è una opinione che ha decenni di esperienza cresciuta all’estero. Vale per me. Non per altri, non per Giorgio che rispetto, perché parlo a voce alta come lui sa bene dai complimenti che privatamente mi ha fatto nel recente passato.

    Ringrazio Giorgio per gli auguri a me e a Sagredo, al quale io auguro in
    Italia un editore che gli prometta un tantino del mio coraggio non venale.

    adp

    • Avatar di giorgio linguaglossa

      caro Alfredo De Palchi
      tu sai bene la stima che ti porto, personale e per la tua attività di poeta, ingiustamente caduta nel dimenticatoio per lunghi decenni per via di incompetenza e malafede dei letterati italiani. Finalmente oggi è possibile leggere la raccolta completa delle tue poesie nell’Edizioni Mimesis ad opera di un autore di indubbio prestigio come Roberto Bertoldo, uscita due anni fa. Io, nel mio piccolo, nella mia “Dalla lirica al discorso poetico.Storia della poesia italiana (1945-2010) pubblicata da EdiLet di Roma, ho indicato in Alfredo De Palchi e Ennio Flaiano come i due più rappresentativi poeti della poesia degli Anni Cinquanta, attirandomi le ostilità e le avversioni della casta. Del tuo ultimo libro ne ho scritto in una recensione. Seguo la tua attività per la diffusione della poesia italiana negli Stati Uniti e apprezzo la tua competenza e il lavoro disinteressato che hai fatto fino ad oggi con le edizioni Chelsea. Tutto ciò ti è dovuto perché sei oggi tra i valori più evidenti della poesia italiana, il tuo disinteresse e la tua passione per la poesia è evidente a chiunque abbia un minimo di obiettività e di onestà intellettuale. Sai che ci sono state persone che ti hanno rimproverato di non appoggiare troppo le mie posizioni critiche per non alienarti le simpatie della casta dei piccoli letterati che si affollano un po’ ovunque in attesa di riconoscimenti e di viatici, e tu sai quanto io abbia proseguito nel mio lavoro critico (certo tutto è discutibile) senza guardare alle convenienze e alle opportunità, ciò che mi ha alienato le simpatie un po’ da tutte le parti. Tu sai come ho rotto i rapporti con personaggi letterari equivoci che abitano sia qui in Italia che a New York. Per il tuo lavoro ti faccio i miei complimenti non in privato ma in pubblico, perché in Italia ci sarebbe bisogno di persone come te, della tua onestà e passione e disinteresse. E per dartene una prova ulteriore ti chiedo di inviarmi delle tue poesie inedite da pubblicare su questo Blog.
      Grazie e saluti cordiali.

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