Silvio Aman, L’Orifiamma, letto da Giorgio Linguaglossa

Oriflamme

Raffigurazione dell’Oriflamme

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Copertina-Aman-L'orifiamma[1]
L’Orifiamma deriva dal francese Oriflamme, parola composta dal latino aurea flamma, fiamma d’oro era lo stendardo reale dei Re di Francia. Era in origine la bandiera sacra dell’Abbazia di Saint Denis, la bandiera rossa o arancione-rosso sventolava su una lancia. Si pensa che originariamente fosse la lancia l’oggetto importante, e che lo stendardo fosse solo una decorazione, tuttavia col tempo questo è cambiato. Pare che il suo colore derivi dal fatto che fosse stato bagnato dal sangue di San Dionigi, beatificato da poco. L’Orifiamma divenne in seguito lo stendardo dei Re di Francia e veniva portato in testa alle truppe reali ovunque esse incontrassero il nemico. Il portatore dello stendardo, Il Porte Oriflamme, divenne una carica (come ilMaresciallo di Francia, il connestabile) altamente onorifica, poiché era molto pericoloso reggere un vessillo tanto importante e vistoso in battaglia. Nel libro di poesia di Silvio Aman l’orifiamma dà il titolo al volume: ad un tempo colore di fondo e chiave di interpretazione della sua poesia. C’è dunque un colore di fondo: il “do diesis” del parlato di sottofondo, un colloquio con un “tu” immaginario, femminile e/o maschile, ad un tempo, bussola e direzione di senso che fornisce un binario fermo e stabile al dettato poetico, il suo respiro metrico e tonale. Il senso è un rumore di fondo, parole che stanno al fondo del fondo, che scorrono sul fondale del piccolo teatro del mondo privato dei personaggi in scena:

Fra le poltrone e i tavoli
dove troneggia l’ozio di una donna
con un toupet a torretta
e dei pendenti ancora più orgogliosi,
ci sono ovunque argenti e vetri,
cose che vanno e vengono,
cose che lui voleva e l’altro perse
un tempo. Quando? – Lei non lo sa dire.
I proprietari sono già arrivati
dove ognuno giunge.
Dietro al ritrato di una donna bionda,
dei brocanteurs che tramano
non sai che cosa ancora
su certi argenti appartenuti a un principe.
Dalla porta sul retro, un muro
che grandi rose bianche foderano,
mentre le cose esposte
e i doni ormai dispersi
parrebbero rimpiangere i vicini,
l’eterno buio di una tomba etrusca.

Il senso di un istante può apparire all’improvviso ma senza alcun rutilante sfarzo di ossi di seppia né tramite l’incastro di potenze metaforetiche o metafisiche; è piuttosto un fruscio lessicale, il frusto, il dimenticato, il rimosso che ritornano in un istante e in un istante svaniscono. Questo è il senso, l’unico senso cui la poesia di Silvio Aman può accedere ma non come ad una comoda dimora ma come una esile zattera sbattuta dal moto ondoso del quotidiano e della «crisi» che oggi attraversa sia il quotidiano che il metafisico, di qui la problematicità del discorso poetico di nominare il «sacro», o il «quotidiano», entrambi caduti e defenestrati dalla «nominabilità» in poesia («Parlarti dalle Empuse è inutile»):

Giammai un sentore
o che qualcuno guardi in su
a quei balconi accesi,
non una donna che si sporga
fra le bassure e il cielo
e l’indice puntato del gabbiere
additi trepidante il senso
di questa nostra attesa

Ci sono molti oggetti nella poesia di Aman ma sempre inseriti, anzi incastrati, in un colloquio tra un io e un tu, all’interno di un quadro, di una situazione, attorno ad un evento (che quasi mai avviene). Il prototipo e il progenitore dell’evento è l’«attesa» dell’evento, la durata dell’«attesa». Non quindi fenomenologia di una situazione esistenziale quanto fenomenologia di una crisi che avrà finalmente il suo punto di fuga, di non ritorno, di esplosione o di implosione sul filo teso di un esserci delle personae che abitano universi paralleli e, inevitabilmente, estraniati l’uno all’altro:

Poi tu mi inviti sul sofà
dai bei cuscini a fiori bruni e viola.
Non so cosa pensare…
è come fossimo laggiù, a Cirene –
ma offrendoti una rosa
che il tuo rossore approva
io sento il tuo tormento;
è l’ora che ci chiama – ansiosi amici –
a dare ancora un senso ai giorni.
È questo a farci vivere,
e illusa per il velo della luce
mi piace tu non veda: non guardare!
Più in là dei glicini infantili
sta il mondo sconfinato dell’assenza
col suo pallore estremo
(…)
Tu sei lassù, fra il biondo e l’ombra
delle finestre a bifora,
oltre le foglie che nessuno, immagino,
potrebbe mai annientare.
Parlarti dalle Empuse è inutile,
degli anni che verranno,
e d’altra parte è vero:
disponi i dolci giorni della vita
attorno al tuo bel volto
mentre le amiche – o non piuttosto uccelli? –
gorgheggiano vocali cristalline
o in calmi e oscuri allunghi di velluto
ciò che consiglia l’ora.
Vi adoro e non vi posso mai imitare,

Una galleria di «ritratti» dunque, o nature morte, ciascuna con il proprio stendardo, l’orifiamma bene in vista o nascosto come uno stigma o un marchio del destino (incompiuto). Una galleria di ritratti in diminuendo di squisita fattura stilistica:

È marzo ormai, e lungo il viale in fuga
la fresca apparizione dell’ignoto.
Si sente qualche foglia stridere…

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