Centenario della nascita di Vittorio Sereni (Giorgio Linguaglossa)

sereni

Centenario della nascita di Vittorio Sereni
di Giorgio Linguaglossa

il critico Pier Vincenzo Mengaldo rilegge l’opera del poeta di Luino. «Fra i classici del Novecento oggi è il più amato dai giovani»
Gli anniversari dei poeti sono un’occasione per il culto del loro ricordo e la rilettura della loro opera. È il caso del centenario della nascita di Vittorio Sereni (1913 – 1983), intellettuale e poeta che resta una delle voci più influenti del Novecento. Si è tenuta a fine ottobre, a Milano, una tre giorni organizzata dalla Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori dove alcuni italianisti hanno fatto il punto sul poeta di Luino, in particolare, Pier Vincenzo Mengaldo che al poeta luinese ha dedicato molti e importanti scritti, collcandolo fra i classici del Novecento. Nel volume Per Vittorio Sereni (Aragno, 2013) Mengaldo traccia un amicale ritratto di Sereni uomo: «sono stato suo amico. L’ho conosciuto molto bene. È stata la fortuna della mia vita. Riservato e inquieto, sempre insoddisfatto e alla ricerca, Sereni nell’arte come nella vita rifuggiva dalla retorica e da ogni atteggiamento pedagogico. A differenza di Ungaretti – ma anche di Luzi e di Zanzotto – non amava i toni perentori, ultimativi».
«Per dirla alla buona, era un poeta esistenziale – sintetizza Mengaldo – lavorava sulle esperienze dirette. Moltissimo sulla propria memoria. E diversamente dai suoi contemporanei lo faceva senza nessuna tendenza orfica. Il suo era un procedere “raso terra” che miracolosamente diventava sempre una forma perfetta, qualcosa di estremamente terso e affascinante».«Sereni non è certo un poeta a cui si possa togliere qualcosa», «è un poeta di una essenzialità di produzione pari a quella di Leopardi, che ci ha lasciato solo 41 Canti. Le raccolte di Sereni sono quattro e tutte rastremate, essenziali. Per quello che ho potuto cogliere – aggiunge Mengaldo – dipendeva anche dal suo modo di lavorare. Non si metteva a tavolino ad attendere il ricordo. Lasciava che emergesse la memoria e poi si metteva a scrivere». «In quel monumento che è l’edizione critica delle poesie di Sereni curata da Dante Isella si può vedere il lavoro variantistico: sin dal Diario d’Algeria (1949) Sereni sposta dei blocchi qua e là, abbandona poesie lunghe in favore di poesie brevi, la sua elaborazione non tocca solo il dettaglio, ma il lavoro d’insieme».Nel libro Per Vittorio Sereni Mengaldo ci informa del modo di lavorare di Sereni: per stratificazioni successive, accenna a una affinità con il modo di dipingere di Paul Cézanne: «Tanto amo il maestro di Aix che tenderei a dire che tutto il XXI secolo è cezanniano», Cézanne «ha creato un modo di lavorare per stratificazioni che, a mio avviso, influenza profondamente anche la letteratura e la musica».
«Sereni amava molto alcuni pittori in particolare Ennio Morlotti, anche lui maestro delle stratificazioni. Con De Staël c’era però qualcosa di particolare», dichiara Mengaldo, «Sereni ne approfondì la conoscenza anche attraverso il poeta francese René Char. Soprattutto in Stella Variabile (1981, Einaudi, 2010) lo avvicina a De Staël un modo di creare per frammenti essenziali. Tutta la serie che s’intitola Traducevo Char è di un’essenzialità impressionante. In poesia quello che non si dice è altrettanto significativo di ciò che si dice. E quel modo di scrivere versi penso arrivi a Sereni (che pure era un poeta molto personale) anche attraverso il corpo a corpo con Char». All’obiezione di Franco Fortini secondo il quale Char era un poeta del sublime e dunque molto lontano dalla sensibilità del poeta di Luino, ribatte: «Credo che Fortini avesse ragione». (a proposito del rapporto Sereni-Char si legga Due rive ci vogliono Donzelli, 2010). «Sereni nel secolo scorso è stato uno dei più grandi traduttori insieme a Montale. I poeti in genere traducono per affinità o per contrasto. E il caso dell’ultima traduzione da Char è un chiaro caso di contrasto. Bisogna però tener conto che Sereni ha cominciato con Char per affinità, traducendo Fogli di Hypnos (1946) che sono un qualche analogo dal punto di vista della Resistenza della guerra del Diario d’Algeria di Sereni. Quello che lo ha spinto a tradurre quei versi (tradotti anche da Celan) fu un caso di affinità. In Ritorno Sopramonte invece è per contrasto. Il sublime in Char è sempre dichiarato, è sempre cercato, mentre Sereni non era un poeta sublime. O meglio: cercava il sublime per vie meno affermative, più sottili, più implicite». Come Char è stato il poeta della Resistenza francese, la prigionia in Algeria impedì a Sereni di dare il proprio contributo alla lotta contro il nazi-fascismo. «Sereni era riluttante ad ogni ideologia dichiarata», chiosa Mengaldo. «Ma non vuol dire che non avesse sue convinzioni. Era vicino alle idee socialiste. Anche se per un certo periodo si avvicinò al Pci. Del resto era anche inevitabile. Con la crisi e il disfarsi del Psi, il Pci in Italia diventò l’unica forma di socialismo possibile». Si ricordi che Sereni, era stato allievo di Antonio Banfi, aveva frequentato la scuola fenomenologica di Milano vicina a Giustizia e libertà e fu redattore del “Giornale di Mezzogiorno” di Riccardo Lombardi.
«In quel capolavoro che è “Diario d’Algeria” si vede che quella è stata una ferita che non si è più rimarginata. La ferita di Sereni è stata non poter partecipare direttamente alla Resistenza. Anche per questo si sentì sempre una persona inadeguata al suo tempo. Su tutto ciò s’innesta poi l’esperienza neocapitalistica che Sereni ha vissuto da vicino lavorando per Pirelli e poi, a lungo, per Mondadori. Un capitalismo che gli ha fatto dire “non lo amo il mio tempo, non lo amo”». «Nel Diario di Algeria il tema del prigioniero si affianca a quello del viandante. E colpisce il numero di poesie in cui Sereni mette in scena in modo più ristretto il tema del viandante, ovvero spostarsi da dove si è andando in cerca di qualcosa di diverso da quello che si è».
Al contrario da Mengaldo, io non considero un «capolavoro» il primo libro di Sereni, gli preferisco l’ultimo, Stella variabile del 1981 dove padroneggia meglio il registro medio-basso ed ha ormai assimilato l’abbassamento stilistico e lessicale delle sua poesia che aveva perseguito lungo quattro decenni di lavoro. Fu un risultato duraturo per la poesia italiana? Forse sì, e forse no. A breve termine sicuramente sì. La vittoria incontrastata di Sereni significò però l’abbandono di un’altra via che era stata tracciata e abbozzata dalla poesia di un Fortini il cui ultimo libro paradigmatico, Composita sovantur (1994), indicava una diversa idea di sviluppo per la poesia italiana a venire. È stato un bene?, è stato un male?. Ai posteri l’ardua sentenza. Io ritengo che porre in questi termini la questione Sereni significa non voler vedere gli elementi irrisolti e di derivazione dal post-ermetismo che sono presenti come retaggio nella poesia di Sereni e che la rimozione di una tale problematica non sia stata utile alla poesia italiana. Con il senno di ciò che è accaduto alla poesia italiana del secondo Novecento si può affermare che oggi c’è bisogno di una chiarificazione critica sulle circostanze che hanno determinato il successo della linea sereniana, tantomeno è utile oggi la «museificazione» di un poeta e di un modo di fare poesia, perché ciò comporta non vedere le altre vie e le altre possibilità che l’egemonia della linea sereniana ha contribuito a mettere in sordina: un nome per tutti, la poesia di Angelo Maria Ripellino.

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1 commento
  1. Vittorio Sereni non può competere come poeta assolutamente con Ripellino e non solo; quanto al >traduttore> anche qui impallidisce davanti allo slavista traduttore. Sereni è stato solo un funzionario – burocrate – di una certa poesia non alta, prudente, incapace di dire altro altrove; resta nel suo cantuccio impaurito dalle novità di tutte le avanguardi poetiche, incapace dunque di affrontarle e lottare, insomma di infilarvisi e dire la sua: non ha mai avuto capacità traduttive eccelse tali da spaziare in tutte le letterature europee… p.e. la cultura slava l’ha conosciuta per induzione, per seconda mano e non perché l’ha tastata, tradotta, manipolata, illustrata (come del resto Montale che si beccò insieme a Pasolini i rimbrotti dello slavista! il primo disse a sproposito di pasternak, il secondo del poeta praghese Holan!)… insomma Il Sereni meglio che come traduttore – coi suoi limti – che poeta (Mengaldo dice che conoscerlo è stata la fortuna della sua vita: ha puntato sul cavallo sbagliato, e non solo, su un poeta parecchio pauroso di scrivere fuori dalle righe e di realizzare criticamente comparazioni fuori dala norme accademiche. Personalmente mi ha dato fastidio che la copertina del numero di settembre della rivista Poesia di settembre sia stata dedicata al Sereni, quando un poeta boemo, Otokar Brezina l’avrebbe meritata ad occhi chiusi. Ma si sa vince sempre qualcosa che sta sempre al di sotto…
    Antonio Sagredo

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