“Le leggi dei padri” di Marco Mittica, RPlibri – 2023, lettura di Luciano Nota

La raccolta Le leggi dei padri di Marco Mittica si presenta come un’operazione di archeologia dell’anima e della storia, dove il verso si fa bisturi per incidere la carne di un presente percepito come frammentato e privo di approdi. Mittica non si limita al lirismo personale, ma edifica una cattedrale di riferimenti colti – dai Barbari allo Stupor Mundi, dalla Chiesa al pensiero arabo – per indagare quello che definisce il “genotipo delle rovine”. La storia, in queste pagine, non è un semplice ricordo, ma una struttura viva che continua a sorreggere il nostro “nulla” quotidiano. Il cuore dell’opera risiede in una tensione costante tra il desiderio di ordine e la deriva verso l’anarchia. Se da un lato l’Impero e la Legge appaiono come un “guscio calcareo” infrangibile ma incapace di ostacolare l’infinito, dall’altro il poeta ne svela la fragilità intrinseca. Un esempio folgorante di questa condizione è la poesia 2:

Genotipo delle rovine/ che cadono dove amarsi-amare/ abbatte i confini, la legge,/ le case dei padri,/ le stanze delle madri./ I porti non portano più/ stoffa, ma esperti di anarchia/ che sanno cosa fare in questo nulla.

In questo scenario, la Chiesa si inserisce come un ordine che tenta di colmare il vuoto, offrendo un senso di appartenenza che è al contempo “monotonia” e “policromia”. In Primatum Petri, Mittica descrive magistralmente questa seduzione dell’ordine che tenta di riparare il senso di smarrimento:

Nei tuoi sogni di anarchia si insinua/ il desiderio di un ordine, vecchio/ o nuovo, che ti dia un più appagante/ sogno di libertà. Si perde/ tra le nevi di quel secolo lontano/ il Vescovo di Roma: ti porta le sue maglie,/ la sua monotonia, la sua policromia,/ il senso di appartenenza/ che avevi perduto. Si insinua, dicevo/, e tu ci credi, e rivedi il tuo perduto Impero.

Lo stile di Mittica è marcatamente materico, capace di far convivere l’alto e il basso con una naturalezza spiazzante. La solennità del lessico storico e filosofico (termini come uroboro, tremisse, mores) viene bruscamente interrotta da immagini di realismo crudo, come le “mosche che bestemmiano” durante una danza rituale. E’ una poesia che non teme di sporcarsi con la materia per cercare una verità che vada oltre la “misura” abbagliante del mondo, affrontando anche la distanza incolmabile tra gli individui, quegli “uomini di mezzo” che si muovono tra le ombre. La figura del poeta emerge dunque come un osservatore privo di “torri né mura”, incaricato di una missione faticosa: quella di trasmettere un segnale, pur rinunciando alle regole troppo rassicuranti della tradizione. L’essenza di questo impegno è racchiusa nel testo eponimo, Le leggi dei padri, che chiude idealmente il cerchio della ricerca:

E’ faticoso dover trasmettere/ questi segnali, dire la fatica/ per dire che ho parlato per chiedere/ silenzio, per rinunciare a tutte/ le regole rassicuranti della tradizione/ e dire finalmente, in questo deserto,/ una buona notizia: un basilico/ precoce di voce.

In definitiva, Marco Mittica ci consegna l’immagine di un’umanità sospesa nel tentativo di recuperare un senso di appartenenza perduto. Scrive con la consapevolezza che la poesia non può fermare la caduta dei confini, ma può, attraverso la fatica della parola, decifrare il codice del nostro stare al mondo, restituendoci una dignità che è tutta nella ricerca, lucida e dolente, della nostra eredità.

Luciano Nota

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