Tre poesie di Paul Valéry

AVT_Paul-Valery_8595Paul Valéry, poeta e scrittore francese, nasce a Sète nel 1871.  A 19 anni pubblica qualche poesia nella Conque a cui seguirono altre sino al 1896. Lo troviamo a Parigi nel 1892 dove si lega con i poeti simbolisti. Per circa venti anni non dà alla stampa più poesie. Solo nel 1917 pubblica La jeune Parque (La giovane Parca) il cui tema è la ricerca di se stessi. Subito dopo scrive Aurore, Palme e comincia Le cimetiére marin. Nel 1922 raccoglie in Charmes le nuove poesie. Qui il poeta rappresenta le proprie contraddizioni interiori e le proprie tentazioni. Le cimetiére marin, che di Charmes fa parte, è una passeggiata tra le tombe di un personaggio che si smarrisce nelle sue meditazioni sulla vita e sulla morte, sino a quando la vista del mare lo riconcilia all’esistenza. Il mito di Narciso è presente in tutta l’opera di Valéry: Narcisse parle; Fragments d’un Narcisse di Charmes e, più tardi, Cantate du Narcisse. L’ultimo poema in prosa, pubblicato postumo, L’Ange (L’Angelo) parla di un angelo che si contempla nello specchio di una fontana e si vede uomo in lacrime preda di una infinita tristezza: simbolo della frattura dello spirito e della inadeguatezza umana. Muore a Parigi nel 1945.

 

VALVINS

Se sciogliere tu vuoi la foresta che lieta
Ti vèntila alle foglie tu ti confondi se
Vai sul canotto lieve, ormai sacro al poeta,
Scintillante di soli in accensione che

Errano sulla bianca fiancata alla carezza
Della Senna increspata o prèsaga del canto
Del Pomeriggio mentre tuffa una lunga treccia
Il gran bosco e la tua vela mischia all’incanto

Dell’Estate. Ma sempre presso te, abbandonato
Dal silenzio ai crescenti gridi del vivo azzurro,
L’ombra di qualche foglio di libro, sparpagliato,

Trema come la tua vela e scivola sulla
Carne della verde acqua di polvere coperta
In mezzo a un lungo sguardo, la Senna semiaperta.

 

I PASSI

Nati dal mio silenzio,
posati santamente,
lentamente, i tuoi passi
procedono al mio letto
di veglia muti e gelidi.

Persona pura, ombra
divina, come dolci
i passi che trattieni.
O iddii, quali indovino
i doni che mi attendono
sopra quei piedi nudi!

Se da protese labbra,
per’ acquietarlo, all’ospite
dei miei sogni prepari
d’un bacio il nutrimento,
non affrettarlo il gesto
tenero, dolcezza
di essere e non essere:

io vissi dell’attesa
di te, il mio lento cuore
non era che i tuoi passi.

 

IL CIMITERO MARINO

Un tetto calmo, invaso da colombe,
Palpita tra i pini, tra le tombe;
Giusto il Meriggio vi forma di fiamma
Il mare, il mare sempre rinnovato!
O compenso al pensiero, un prolungato
Sguardo che mira la divina calma.

Che puro lavorio di lampi sfuma
Tanti diamanti d’indistinta schiuma,
E quanta pace si può concepire!
Quando sopra l’abisso un sole pausa,
Opere pure d’una eterna causa,
Scintilla il Tempo e il Sogno è sapere.

Tesoro certo, tempio di Minerva,
Massa calma e visibile riserva,
Acqua che increspi il ciglio, Occhio serbi
Tanto sonno su un velo di fiamma,
O mio silenzio!… Edificio nell’alma
Ma vetta d’oro in mille embrici, Tetto!

Tempio del Tempio riassunto in sospiro,
Salgo e m’involgo in questo punto puro,
Tutto conto dal mio sguardo marino;
E come offerta mia agli dèi, suprema,
Dissemina lo scintillio sereno
Lungo l’altezza uno sdegno sovrano.

Come il frutto si scioglie nel gustare,
Come in delizia muta la sua assenza
In una bocca ove la forma smuore,
Io qui assaporo il mio fumo futuro,
E il cielo canta all’anima dissolta
Lo sfarsi delle rive in risonanza.

Bel cielo vero, guardami mutare!
Dopo tanta fierezza, dopo tante
Strane inerzie piene di vigore,
Io m’abbandono a questo spazio ardente;
L’ombra mia passa sopra le dimore
Dei morti: io piego a ognuna che essa sfiora!

L’anima esposta ai fuochi del solstizio,
Ti sostengo, mirabile giustizia
Di luce in armi prive di pietà!
Pura ti rendo al luogo che t’adduce:
Specchiati!… Ma riflettere la luce
Suppone d’ombra una cupa metà.

Per me solo, in me solo, solo mia,
Presso un cuore, sorgente di poesia,
Tra il nulla vano e l’evento puro,
L’eco attendo della grandezza interna,
Amara, oscura e sonora cisterna,
Che sempre suona in me un vuoto futuro!

Sai, falso prigioniero del fogliame,
Golfo che rodi queste griglie grame,
Sugli occhi miei, segreti abbacinanti,
Che corpo mi trae dove tutto cessa?
Che fronte attira a questa terra d’ossa?
Qui una scintilla pensa ai miei assenti.

Chiuso, sacro, in un fuoco senza ingombri,
Scaglia di terra preda della luce,
Questo luogo mi piace, alto di faci,
Fatto d’oro, di pietra e alberi oscuri;
Ove tremola il marmo su tante ombre;
Sulle mie tombe dorme il fido mare.

Spendido cane, scaccia l’impostore!
Quando, solo, in sorriso di pastore,
Pascolo a lungo, armenti misteriosi,
Il bianco gregge di tranquille tombe,
Tieni lontane le caute colombe,
I sogni vani, gli angeli curiosi!

Venuto qui, l’avvenire è torpore.
L’insetto nero gratta la secchezza;
Tutto è bruciato, sfattosi in vapore
Fino a non so quale severa essenza…
La vita è vasta, essendo ebbra d’assenza,
La mente è chiara, e dolce l’amarezza.

Stanno nascosti i morti in questa terra
Che li riscalda e ne asciuga il mistero.
Là Mezzogiorno, senza movimento,
In sè si pensa e a se stesso conviene…
Testa completa e perfetto diadema,
Io sono in te il segreto mutamento.

In me solo contieni i tuoi timori!
I miei rimorsi, i miei dubbi, i doveri
Sono il difetto del tuo gran diamante…
Ma un popolo, nella notte pesante
Di marmi, alle radici delle piante,
Già ha preso le tue parti lentamente.

Si sono sfatti in una densa assenza,
Rosso limo sorbì la bianca essenza,
Passò nei fiori il dono della vita!
Dove sono dei morti i motti usati,
L’arte speciale, le singole menti?
La larva fila ove nasceva il pianto.

Il gridìo di ragazze stuzzicate,
Gli occhi, i denti, le palpebre bagnate,
Il bel seno che gioca con il fuoco,
Il sangue ardente al labbro che si arrende,
Gli estremi doni che un dito difende,
Tutto va sottoterra e rientra in gioco!

E tu, anima grande, speri un sogno
Che non avrà i colori di menzogna
Che agli occhi umani fan qui l’onda e l’oro?
Via vaporando canterai qualcosa?
Tutto va! La presenza mia è porosa,
La santa impazienza anch’essa muore!

Magra immortalità indorata e nera,
Consolatrice dall’orrido alloro,
Che della morte fai seno materno,
Bella menzogna, compassione astuta!
Chi non conosce, e chi non li rifiuta
Quel teschio vuoto e quel ghigno in eterno!

Padri profondi, teste inabitate,
Che, sotto il peso di zolle ammucchiate,
Confusi i passi, siete terra ormai,
Il vero tarlo, il verme inconfutabile
Non è per voi stessi sotto le lapidi,
Vive di vita e non mi lascia mai!

Amore, forse, o odio di me stesso?
Il suo dente segreto è a me sì presso
Che ogni nome gli può convenire!
Che importa! Vede, vuole, tocca, intende!
Gli paice la mia carne, e anche giacendo
A lui vivo, vivo d’appartenere!

Zenone! Duro Zenone Eleata!
Mi hai trafitto con quella freccia alata
Che vibra, vola e che non vola! Vita
Mi dona il suono, e la freccia mi uccide!
Ah! il sole… quale ombra di testuggine
Per l’anima, a gran passi Achille immoto!

No, no!… In piedi! Nell’era successiva!
Spezza, o corpo, la forma fissa! E bevi,
O mio petto, quel vento che si leva!
Una frescura, dal mare esalata,
Mi dà respiro… O forza salata!
Corriamo all’onda per balzarne vivi!

Si, mare immenso fatto di deliri,
Pelle di fiera e clamide forata,
Da mille e mille idoli solari,
Idra assoluta ebbra di carne azzurra,
Che ti rimordi la coda iridata,
In un tumulto che al silenzio è pari,

S’alza il vento!… Affrontiamo la vita!
Sfoglia il mio libro quest’aria infinita,
Spizza in polvere l’onda intorno ai blocchi!
Volate via, pagine abbacinate!
Rompete, onde! Rompete d’acque liete
Quel tetto calmo al beccheggio dei fiocchi!

Paul Valéry (Traduzione di Mario Tutino)

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