Italo Calvino, “Il danaro fa tutto”. Fiabe italiane trascritte in lingua dai vari dialetti

italo_calvinoEra per me – e me ne rendevo ben conto – un salto a freddo, come tuffarmi da un trampolino in un mare in cui da un secolo e mezzo si spinge solo gente che v’è attratta non dal piacere sportivo di nuotare tra onde insolite, ma da un richiamo del sangue, quasi per salvare qualcosa che s’agita là in fondo e se no perdercisi senza più tornare a riva, come il Cola Pesce della leggenda“.

Italo Calvino

 

IL DANARO FA TUTTO

(Genova)

C’era una volta un principe ricco come il mare. Gli venne voglia di farsi un palazzo, proprio in faccia a quello del re, ma più bello ancora di quello del re. Finito il palazzo ci fece scrivere sulla facciata questa scritta: Il danaro fa tutto.
Il re esce, vede quella scritta e legge. Fece subito chiamare il Principe, che, essendo nuovo della città, non era ancora stato a Corte.
– Bravo – gli disse, – ti sei fatto un palazzo che è una meraviglia. Al confronto, casa mia pare una capanna! Bravo, e di’, sei tu che hai fatto scrivere che il danaro può tutto?
Il principe cominciò a capire che forse era stato troppo ambizioso.
– Signorsì – rispose, – ma se a Vostra Maestà non piace, ci vuol poco a farla scrostare…
– No, non pretendo tanto; volevo sentire da te cosa volevi dire con quell’ iscrizione. Crederesti di potere, con i tuoi danari, farmi ammazzare?
Il principe capì che le cose si mettevano male per lui.
– Oh, Maestà, mi perdoni… Faccio subito cancellare quella scritta! E se non le piace il palazzo, me lo dica e lo riduco tutto a calcinaccio.
– E io ti dico di no… lasciala stare. Però, visto che dici che con i danari si può tutto, dimostramelo. Ti do tre giorni di tempo per riuscire a parlare con mia figlia. Se riesci a parlarle, bene, te la sposi… Se non ci riesci, ti faccio tagliare la testa. Siamo d’accordo?
Il Principe restò in un’ambascia; non mangiava più, non beveva, non dormiva; pensava solo, notte e giorno, al modo di portar via la pelle. Il secondo giorno, certo ormai di non venirne a capo, si decise a far testamento. Non c’era più speranza: la figlia del re l’avevano chiusa in un castello, con cento guardie intorno. Il Principe, pallido e mogio come uno straccio, s’era rassegnato a morire. Venne a trovarlo la sua balia, una vecchia bacucca che lo aveva allattato quand’era bambino, e che lui teneva ancora a suo servizio. A vederlo così affilato, la vecchia gli domandò cosa avesse. Tira e molla, lui le raccontò la sua storia.
– Ebbene – disse la balia. – Ti vuoi dare per perso? Manco per ridere! Ci penso io!
Corse zoppicon zoppiconi dal più grande orefice della città e gli comandò un’oca tutta d’argento che aprisse e chiudesse il becco, ma grande quanto un uomo, e vuota dentro. – Per domani deve essere pronta.
– Per domani? Siete matta! – esclamò l’orefice.
– Ho detto per domani! – e la vecchia tirò fuori un sacco di monete d’oro. – Pensateci: questa è la caparra; e domani a consegna vi do il resto.
L’orefice era rimasto a bocca aperta. – Allora è un’altra faccenda, – disse. – Si può provare. E l’indomani l’oca era pronta: una meraviglia.
La vecchia disse al principe: – Prendi il tuo violino e entra nell’oca. E appena siamo in strada mettiti a suonare.
Presero a andare per la città: la vecchia si tirava dietro l’oca d’argento con un nastro; il principe dentro suonava il violino. La gente faceva ala a bocca aperta. Tutti correvano a vederla. Corse la voce fino al castello in cui era rinchiusa la figlia del re e lei domandò a suo padre il permesso di vedere lo spettacolo. Il re disse: – Domani è scaduto il termine per quel fanfarone del principe e tu potrai uscire a vedere l’oca.
Ma la figlia aveva sentito dire che la vecchia con l’oca l’indomani avrebbe lasciato la città e il re allora diede il permesso che l’oca fosse portata nel castello, perché la figlia potesse vederla. Era quel che aspettava la vecchia. Quando la Principessa fu sola con l’oca d’argento, mentre stava a sentire incantata quella musica che usciva dal suo becco, vide tutt’a un tratto l’oca aprirsi e saltarne fuori un uomo.
– Non abbiate paura, – disse l’uomo. – Sono il Principe che deve potervi parlare per non essere decapitato da vostro padre domattina. Voi potrete dire d’avermi parlato e salvarmi.
L’indomani il Re fece chiamare il Principe: – Allora, t’è servito il tuo denaro per parlare a mia figlia?
– Sì, Maestà, – rispose il Principe.
– Come, vuoi dire che le hai parlato?
-Domandateglielo.
E la figlia, chiamata, disse come il principe era nell’ oca d’argento che il re stesso le aveva fatto portare nel castello.
Il Re allora si tolse dal capo la corona e la mise in testa al principe: – Vuol dire che non hai solo i danari, ma anche il cervello fino! Sta’contento, ché ti do mia figlia in sposa.

 

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