“Dottor Marx, storia di un umanista alle soglie del diluvio digitale” di Carlo Maria Steiner, Felix Krull Editore – 2018

51i66f94O4L._SX314_BO1,204,203,200_Dottor Marx, storia di un umanista alle soglie del diluvio digitale“, è l’unica opera di Carlo Maria Steiner. Un romanzo drammatico, profondo come le acque del mare, pervaso da una sensibilità finissima e conturbante. Apparentemente decadente, ma in realtà classico. In cui tutto si corrompe emanando un profumo di vita. Un romanzo antico e modernissimo. Realista e visionario. Erede inconsapevole e schivo della possente tradizione mitteleuropea.

 

I

ll giorno volgeva alla sua precoce fine invernale. L’aria era umida e fredda, un fastidioso vento tagliente spazzava ad intervalli la piazza. Sulla soglia di un possente portone ad arco se ne stava rannicchiato un gatto nero. Aveva formato una palla quasi perfetta e, simile ad un grosso piumino da cipria tremante, fissava con i suoi severi occhi gialli semichiusi il lastrico bagnato della piazza deserta. Nella cartoleria di fronte si erano appena spente le luci. In giro non si scorgeva anima viva. Tra sé e sé, Minze imprecò. Il suo padrone avrebbe già dovuto essere spuntato da mezz’ora! Ricordava bene come avesse fissato un appuntamento per le diciassette e trenta con Marcel. Che gli fosse capitato di nuovo qualcosa, a quella testa vuota di un figlio di papà? Chissà, magari gli era finalmente riuscito d’impiccarsi a una solida quercia tedesca o d’inghiottire quella lametta da barba dorata che, non proprio conformemente all’ultima moda, portava appesa alla catenina. In tal caso ora il dottor Marx doveva trovarsi in qualche ufficio di polizia alle prese con la descrizione delle turbe psichiche del suo protetto… Ecco che finalmente avanzò raso muro, con passo rigido, un uomo dal bavero rialzato… Con uno straziante lamento, Minze cercò di fargli capire che avrebbe dovuto aprirle il pesante portone. Ma quello era così assorto nelle proprie personali preoccupazioni, oppure semplicemente così ottuso, che non si girò nemmeno a guardarla. Dov’erano, a quell’ora, gli innumerevoli abitanti della città? Da nessuna delle case circostanti provenivano odori di cucina, da nessuna parte risuonava una voce. Solo in alto, sotto il vecchio tetto aguzzo a due spioventi, tremolava dietro i vetri di una finestrella una luce sospetta. Persino la fontana che, con le sue figure neogotiche di grigio cemento, neanche in estate, è vero, faceva un effetto travolgente, ma che contribuiva pur sempre a movimentare un po’ la piazza, persino la fontana risultava nell’attuale stagione accuratamente nascosta sotto una ricopertura di legno, che la proteggeva dai forti sbalzi di temperatura. E siccome tutt’intorno i vecchi edifici erano stati rinnovati di recente secondo freddi criteri razionali, all’attento sguardo di Minze si offriva un paesaggio di desolazione e di sconforto in cui, come su infiniti altri corpi celesti, gli unici elementi vitali erano la polvere e il vento… Trascorse ancora un po’ di tempo, poi la gatta percepì in lontananza dei passi noti e, qualche attimo dopo, dal buio vicolo che conduceva al fiume, emersero le sospirate figure: il colosso di centoventi chili, dalla capigliatura scomposta e dalla lunghissima barba, e l’esile giovincello, leggermente curvo, che faticava a tenere il passo con lui. A quel che sembrava, il dottor Marx era di nuovo riuscito a convincere un paziente che la passeggiata lungo le sponde invernali del Dörsach si combinasse in modo eccellente con il lavoro di scavo. Dal canto suo, Marcel, dopo aver resistito valorosamente per una mezz’ora ed essersi reso conto che il freddo polare, oltre a paralizzarlo fisicamente, gli impediva perfino di connettere, doveva aver pregato il suo onnipotente e tuttavia accondiscendente medico di fargli terminare l’ora di terapia nello studio. Mentre ora si avvicinava, sotto la luce al neon dei lampioni, a Minze, tremava inequivocabilmente e, poiché da qualche minuto aveva preso a cadere una neve farinosa, appariva anche spolverato di bianco. La salutò con il tono sciocco e manierato, da molti ritenuto confacente ai bambini, e fece per accarezzarla. Ma, mormorando paternamente: “Su, entra, altrimenti ti becchi una polmonite!”, il dottor Marx aprì il portone e lo spinse dentro. Minze sgusciò tra le gambe di Marcel e li precedette entrambi verso lo studio. Questo era allestito in una casetta di legno che una volta fungeva da rimessa per gli attrezzi da giardinaggio nonché da ricovero invernale per le piante sensibili al gelo. Morto il giardiniere, lo spazioso ambiente era stato convertito già da diversi anni, con poca spesa, al nuovo uso. Passando per una sorta di trascurato vestibolo, in cui si vedevano una polverosa libreria a vetri, tre sedie impagliate e un tavolo affollato di riviste specializzate, di fogli scritti a penna ed altri oggetti, si perveniva nello studio vero e proprio, più simile in verità a una serra che a uno studio. Piante lussureggianti scalavano i muri su rustici graticci, mentre felci gigantesche e addirittura minacciose rendevano difficile al novizio intuire il sentiero che permetteva di progredire in tale ambiente. Il corpulento dottore si abbandonò con la consueta pesantezza contro lo schienale della sua consunta poltrona di cuoio. Nella luce vacillante della candela, che ardeva solitaria davanti a lui sulla massiccia e un po’ malandata scrivania di mogano, la sua espressione appariva indecifrabile. Ma tutta la sua attitudine, il respiro regolare e profondo, come lo sguardo vuoto e privo di partecipazione, avrebbero potuto facilmente destare in un osservatore irriverente il sospetto che egli sfruttasse l’ora di terapia per schiacciare un pisolino: che, cioè, dormisse ad occhi aperti. Avviluppato in una coperta di lana, Marcel sedeva curvo e rattrappito di fronte a lui su una delle due vecchie sedie di cuoio che, insieme a un lettino di velluto a coste marrone, completavano l’arredamento dello studio. Poiché per il suo padre confessore il verde, combinato con il profumo della cera di api e l’ipnotico guizzare della fiamma, rappresentava il presupposto ideale per la buona riuscita di un’indagine introspettiva, la temperatura e l’umidità dell’aria nella stanza non dovevano mai scendere al di sotto di un certo limite. La conseguenza di questa impostazione era che ora l’esile giovincello, mentre guardava i fiocchi di neve che planavano incorporei nell’oscurità al di là dei vetri, gelava e sudava ad un tempo. […]

Carlo Maria Steiner

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