Cono Cinquemani, “ZIA FAVOLA – Una storia siculish”, Aut Aut Edizioni – 2017

Copertina Zia Favola1960. Favola Cinquemani, la zia siculo-americana, per il suo settantesimo compleanno compra una macchina da scrivere e inizia a raccontare la sua vita, divisa tra la Sicilia e l’America. San Cono e Novaiorca, il porto e l’approdo, sono solo alcuni dei luoghi “di passaggio” raccontati nel romanzo scritto in siculish per unire i due mondi della siciliana “col trattino”. Un racconto in prima persona di un viaggio a volte intenso e tormentato, altre ricco di gioie e successi, che condurrà il lettore dalla Sicilia all’America di inizio Novecento. Per svelare l’intimità della protagonista, l’autore ha utilizzato quel particolare linguaggio parlato dai siculoamericani, i siciliani “col trattino”, il siculish. Il glossario dei termini siculish permette al lettore di respirare i profumi dell’emigrazione e sentire la nostalgia di una patria fusa in una nuova identità. Il libro, attraverso la vita di Zia Favola, vuole rendere omaggio alle storie di molti siculo-americani emigrati.

***

Mi chiamo Favola Cinquemani, chista è la mia storia. Una storia siculish. Dicuno chi parru siculish, halfu miricanu e halfu sicilianu. È vero, tutti i voti chi vogghiu parrari italiano o siciliano forghettu comu si dice bene e faccio michisi di miricanu e di sicilianu. Amissari se non parru chiù bene il siciliano o ancora peggio l’italiano, ma dopo cinquanta anni chi vivo a Novaiorca ho forghettatu come si parla e di più come si scrive. Da cinquanta anni vivo nel Bruccolino, nel Bensinosti, il mio quartiere che, qua nella Merica, è pieno di siciliani immigrati. Bruccolino, per me, è la vera Littele Italy, o meglio ancora la Littele Sicily. Questo distritto è fatto di popolo che è venuto qua per confermare il futuro della loro vita. Alcuni sou sou sono riusciti, altri littelo di meno; alcuni hanno fatto grande bisinissa e nell’altra mano altri era meglio se non salivano sul ferrubottu. Oggi, 18 aprile 1960, lunedì, è mio compleanno. È l’ora du tè e prima che arrivano le mie amiche voglio iniziare un mio desiderio: il sogno di scrivere una storia, la mia storia personale. Prima di fare partire la mia mascina da scrivere, ho giocato il longhi plei che ascolto in questi giorni, il preferito di questi giorni: The Theme From A Summer Place. Questa musica bellissima di Percy Faith mi fa stare very vellu, è perfetta per aiutare una ghella di settanta anni a non forghettari la sua memoria. Scrivo con il mio presente di compleanno: la Smith-Corona, una mascina da scrivere che ho comprato questa matina. Un paccu ranni ranni, cu cinque longhi plei registrati da ascoltare che mi sono serviti per prendere confidenza nella scrittura. Nel mio salone ho preparato tutti cosi, basta solo che arrivano gli invitati. Tutte le cappe per il coffi sono supra la tavola, i sanguicci con la cippa amma pronti per i bois, le checche per le mie amiche e nel friggideri c’è pure l’aiscrima. Ci vuole allista un chilo di aiscrima per come veninu affamati chiddi amici di me. Ho preparato pure la mia bevanda preferita che alli miricani piace soprattutto se metto tanto ghiaccio, una bella piccia di acqua fresca con la gingirella e limone. La copia del giornale «Progesso Italoamericano», invece, è pronta per gli amici che hanno fatto l’aiscule. Non importa se si sporca, c’è tutto il tempo per polisciare. È stato un poco difficile mettere la carta nella mascina, ma finalmente posso scrivere questa storia. Sono classe 1890, fui nata a San Cono, un piccolo paese della provincia di Catania, da Maria Tirara e Giuseppe Vinurussu. Tirara e Vinurussu non sono cognomi veri, sono i nicchinome di mia madre e mio padre: Maria Nicolosi e Giuseppe Cinquemani. A mia madre la sentivano chiamare la Tirara perché le femmine del mio paese erano brave a incantare i serpenti e lei era la più brava. A mio padre lo chiamavano Vinurussu perché faticava nella campagna con le vinuiarda. Dei dui nicchinome tenete bene a memoria quello della Tirara perché sarà un nome importante per la mia vita nella Merica. Quando nasce una ghella in Cicilia, succedeva un brodello, anche se devo scrivere che nella mia famiglia io sono stata un dono speciale. In Cicilia, in tanti paisa della mia bella isola, se sei la prima figlia per obblico ti mettono il nome della nana paterna altrimenti la situazione diventa un trubbulu. Mia nonna si chiamava Vincenza e mio padre così mi doveva registrare nella municipalità, ma dopo che mia madre aveva avuto una grande fait con mia nonna Vincenza, si ha fatto promettere da mio padre di cambiare nome perché al contrario lo lasciava solo. Mio padre era tanto innamorato di mia madre la Tirara e quasi tutte le volte faceva quello che diceva idda. Quella volta, per la scelta del nome da dare a me, le cose sono andate diverse, un poco differente. Dopo due giorni che fui nata, il 20 di aprile 1890, mi hanno segnato con il nome di Favola Cinquemani. Mio padre è andato nel distritto della municpalità e ha deciso il nome di Favola senza il consentu di mia madre. Diceva che se non si doveva mettere il nome di sua madre, almeno voleva essere lui a decidere un nome che doveva diventare un augurio per la mia vita. Così mi ha segnato Favola Cinquemani, la favola che racconto in questo libro che avete tra le mani. Sono stata figlia unica, anche se dopo la mia nascita i miei genitori hanno provato tante volte per avere un figlio maschio. Come ho già scritto, nelle famiglie di contadini si sa che è meglio avere almeno un figlio maschio per portare avanti la campagna. In una famiglia siciliana se non c’è almeno un boi si possono mettere male le cose e si possono verificare tanti cosi trubbuli. Mi ricordo che oltre nel dire come augurio “auguri e figghi masculi”, se nascevano solo femmine in una casa la colpa era della moglie. Se, invece, nascevano maschi voleva dire che il marito era stato bravo nel concepimento. La mia vita non è triste come quella che Lady Torrance racconta a Val Xavier nel bellissimo film Pelle di serpente; sono di origine italiana ma non sono depressa come la donna del film giocato dalla bellissima Anna Magnani. Da piccola, grazie al mio tempiramento, sempre ho voluto reagire alle forme di razzismo, forse perché le echisperienze mi hanno messo a pensare cosa e come fare. La echisperienza mi ha messo sempre davanti a una domanda e io rispondo sempre. Ezzetti. Non mi chiamo solo Favola Cinquemani, a sette anni mi sono battezzata da sola con un secondo nome: Favola Cinquemani “la pilurussa”. Così li chiamano i bambini e le ghelle con i capelli rossi in Sicilia. Siccome che i bambini nell’età della scuola sono molto cattivi, ho capito che dovevo inventare da sola e subito un nicchinome. Prima che ci pensavano gli altri ci ho pensato sola nell’anticipare le lingue longhi di altri. Oggi il popolo con i capelli rossi riceve tante scecchenze, oggi i pilurussi ricevono tanti stringiuti di mano, ma dalle cose che ho letto nella Merica non è stato sempre così. Ho letto che nell’antica Roma i romani costringevano le prostitute a colorare i capelli di rosso. Al corso di teatro che frequento la domenica, ho saputo, invece, che nel teatro greco gli schiavi erano sempre colorati di rosso. Come sempre, dietro ogni forma di razzismo che poi viene accettato, c’è sempre una storia longa longa. Di sicuro, posso scrivere che quando ero piccola, ancora prima di inventare il nicchinome di Favola “la pilurussa”, il parroco del mio paese di nascosto mi ha detto: «Non c’è mai stato un santo con i capelli rossi!». Era il primo dell’anno e chistu è stato il pinnulia più brutto da augurare a una bambina piccola come me. […]

 

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