“Tu insegnavi ai ragazzi”, “Non cercavo la fine, non era la morte”, due poesie di Antonio Santori e un ricordo di Paolo Ruffilli

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A quasi dieci anni dalla morte, avvenuta nel 2007 a soli quarantasei anni, mi piace ricordare la figura e l’opera di Antonio Santori, poeta di grande qualità e originalità. Volendo cercare ciò che unisce Antonio Santori alla tradizione italiana della poesia, al di là delle molteplici possibili tangenze occasionali, l’unico vero dato assoluto e dunque significativo è l’adesione a quella predominanza musicale che lega tra di loro a doppia mandata i poeti eredi del “filone operistico”, ultimo dei quali nella modernità Giorgio Caproni. Santori ha in comune con questi poeti intimamente melomani, “compositori” che usano le parole come note, non solo la dominante della musica quale traino esclusivo della parola poetica (il ritmo che detta legge a tutto il resto, di una sonorità insieme dissonante e squisita), ma anche la costruzione architettonica, cioè poematica, di un “insieme” che non è mai l’usuale ed occasionale raccolta che somma pezzi vari e sparsi. La chiave di lettura della poesia di Santori è la continuità nella distensione. E non a caso il poema per quadri successivi è la misura preferita, prima in “Saltata” (NCE, 1998) e poi in “La linea alba” (Marsilio, 2007), in modo ancora più esemplare. La compattezza di “libro” (di ogni “libro” di Santori, che dunque non è mai, come si diceva, una semplice raccolta di poesie, ma un’opera vera e propria) è il percorso di una voce del profondo abissale che insegue, mentre la vive con intensità, una definizione della vita, in “La linea alba” alle sue stesse origini in un rispecchiamento dinamico (di sostanza e di pensiero) pre- e post-natale dentro l’utero materno (quello particolare e individuale di una donna e, insieme, quello dal valore universale di categoria dell’umanità). È un fall out che sgorga oltre la traccia bruna della linea alba a fornire le parole che, legandosi in un discorso, danno forma alla voce. E tale voce, interiore proprio perché sale su direttamente dalle interiora, insegue la definizione di quella vita che in mille rivoli e frammenti continuamente scivola via, scorre lasciandoci orfani, inafferrabile eppure tenuta, provata e riprodotta, perfino poi goduta sia pure in modo discontinuo nella trafila di qualche attimo appena. La storia di questi attimi, riconsiderati a metà tra la memoria e la loro consistenza di realtà: ecco la caratteristica della poesia di Santori. Qualcosa di molto particolare e originale e suo tratto personale inconfondibile: l’oggetto che, nel flusso mentale, vive anche per una sua interna consistenza, per una sua fisicità che vince il tempo e il moto e travalica le frontiere dell’astrazione del pensiero. Una poesia insieme della cosa e del suo simbolo, che canta epicamente questo viaggio di un uomo (di ogni uomo) al termine della notte della vita, in “La linea alba”. L’ingresso del fisiologico, lo definirei. Quel fisiologico che si fa ossatura del filo mentale, riconquistando appunto il simbolo alla sua consistenza fisica, materica. In una poesia che gonfia e palpita di un’ansia della vita, a cui tentano di opporre margini di distacco e di presa di distanza i paradigmi simbolici del pensiero. Quei concetti, idee, principi e criteri che ci riportano all’anima insieme illuministica e passionale di Santori e che stanno ad indicare il laboratorio continuo, vulcanico, che è la sua personalità. Dentro quel gioco di testa e di cuore che riesce a far “cantare” (nel pieno senso musicale, oltre che specificamente lirico), dentro la storia d’amore di un uomo e di una donna, il mistero della fisiologia dell’interiorità. Lo ricordo con queste due poesie, la prima tratta da “Saltata”, la seconda da “La linea alba”:

Paolo Ruffilli

Tu insegnavi ai ragazzi
la follia. Forse per questo
ti preoccupavi di fingere.
Sognavi versi afatici,
una piccola libreria
da stringere, un sogno
di metallo, denso di cornici.
Avevi compreso di essere
inaudito, di vivere
come i suoni delle radici
o come il senso della corsa
del cavallo, verso il mondo
immenso. Non avevi amici,
se non i tuoni e le stanze
dove a volte ti creavi,
o il giallo furibondo
negli occhi di Euridice
e la borsa in cui stivavi
rivolte e danze.
Non intendevi essere felice.

*

Non cercavo la fine, non era la morte
l’improvvisa atmosfera, cercavo la ciurma rarefatta
e il vento della creazione, il niente che si scopre
dietro la vita, dietro l’amore.
Perché ci sono spazi enormi da riempire
che sono spazi da inghiottire. Ci sono luoghi che dormono,
come strumenti in attesa dentro le casse,
luoghi di carne, di mascelle spalancate,
luoghi di sgomenti e di resa, luoghi dell’amore.
Ma sempre, sempre, dietro gli occhi di ognuno
ci sono gli occhi di un altro che guardano la fine:
le nasse ammonticchiate, prossime al sussulto,
lo stupore dentro l’acqua delle ostriche
invasate dalla luce, nostro identico culto
sotto le stelle.
Perché ci sono occhi da respingere
che sono occhi da accogliere.
Ci sono volti che nascono sotto i nostri corpi
e si nascondono tra le coperte
e altri disperati che si confessano e si dileguano,
dolcemente. E sempre, sempre, ogni gesto del chiarore
è un gesto dell’ombra, come lo sguardo separato
delle donne, quando aprono le gambe, lentamente.
Tutto si divincola tutto è in fuga.
Nessuno può parlare di ricordi.
La mano fasciata da un fazzoletto gigante,
legato in fretta, il soffio forte della nascita
l’ultimo giorno di dicembre, il respiro
di mio padre nella morte vigilata,
una salvietta sporca in un ristorante.
Nessuno può parlare di ricordi.
Rimane solo il senso di uno smarrimento,
l’incredibile rifugio delle cose
che crediamo di spostare, il senso della fine,
il vero sentimento.

Antonio Santori

 

santoriAntonio Santori è nato a Montreal (Canada) nel 1961. È stato docente di filosofia, poeta, saggista, redattore di riviste letterarie. Ha diretto “Laboratorio”, rivista multimediale e telematica di poesia presente su Internet. E’ stato direttore editoriale de “L’Albatro Edizioni”. Ha pubblicato: Quei loro incontri… (i Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese) (Antenore 1985, Premio Pavese 1993); Verso la meraviglia d’oro (dono e incoscienza in Nietzsche) (Il Lavoro Editoriale 1990); Infinita (NCE 1990); Albergo a ore (NCE 1992); Saltata (NCE 1996); Pavese e il romanzo tra realtà e mito (Laterza 1999), La linea alba (Marsilio 2007). Ha curato La sfida della ragione (Guaraldi 1996) e Acqua. Storia di un simbolo tra vita e letteratura (Transeuropa 1997). Suo il saggio Il senso religioso nella letteratura del ‘900 (Laterza 2001). È scomparso a Civitanova Marche nel 2007.

 

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