Stralci dal racconto per il festival “Di tracce, di acque e di ninfee” tenutosi a Venezia Mestre il 10 settembre 2016 e una prosa lirica di Giovanni Asmundo

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Volo su una laguna allagata di sole, l’orizzonte è vibrante per la troppa luce, talmente pura da scolorare. Venezia, immota e fantasmatica. Volo di campanile in campanile, ridisegnando la città come in una pianta prospettica. Sfioro i tetti, mi abbasso fino all’acqua nell’intimità dei rii, sotto le alcove dei ponti, volo sui campielli e sulle corti, sui glicini e i cipressi nascosti, conquisto rarità di altane sospese sui tetti, dopo infinite scale a leonardesca, a tribunale, a bovolo, petrigne, tarlate, escheriane e giunto all’ultima altana, insieme all’ultimo respiro trattenuto, l’animo resta sospeso; e si riversa sulla laguna. Chiudo gli occhi.

[…]

Il suono dell’elastico del taccuino. Ed eccomi ancora qui, seduto alle Zattere, tra uno spruzzo d’onda e uno di seppia. L’ombra della matita nella luce radente. Se non fosse per il tepore del sole che pizzica ancora sulla pelle, potremmo trovarci molto più a nord. Sembra davvero la San Pietroburgo di Brodskij, parallela a questa fondamenta dei Incurabili, con le sue alghe gelate e le sue cupole di porcellana. La pioggia di ieri ha lasciato pozzanghere azzurre e dorate a scacchiera sui masegni scuri. Adesso il sole si specchia sulla pietra d’Istria, pozza di luce concreta, tangibile, eterea, abbagliante.

[…]

Gli unici riflessi dorati in tutto il bacino sono le due finestre occidentali del tamburo e della lanterna di San Giorgio, due scintille di mosaico che segnano come un traforo di luce cosmica la cupola perfetta. Prendo un vaporetto, seguo quest’ultimo tratto del Brenta che da terraferma si insinua tra Zattere e Giudecca, portando con sé echi di ville, labirinti di bosso e risate antiche, costumi settecenteschi. E ripenso a Goethe, al suo viaggio in Italia maggiore e minore; decido di cercarne le tracce.

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Scendo alla fermata di Vallaresso, tra genti accalcate. È proprio vera la solitudine della folla da Goethe descritta. Mi scaglio tra le calli strette e lunghe delle Frezzerie, alla ricerca della sua temporanea dimora; esisterà ancora l’Hotel Regina d’Inghilterra? Lo cerco nei pressi del Ramo dei Fuseri, ma trovo soltanto chincaglierie. Immagino il poeta affacciarsi da una qualche stretta finestra color topo, osservando di scorcio quest’umile ponte. E proseguo per calli semibuie, tra spilloni d’oro nascosti in sotoporteghi oscuri, bacini di gondole, voci di giocatori di dadi d’altre epoche; fino alla bocca di piazza per antonomasia. Gli arconi di San Marco mi attirano così come una nave è chiamata in un porto dalle costellazioni, ammainate le vele. Accarezzo col pensiero le porte di bronzo ageminato; entro. Nella basilica, si estinguono i riverberi un po’ fiochi sotto il grande oro scuro delle volte possenti, dalle quali le ali di mille angeli sembrano sempre sul punto di prendere vita. Sembra di sentirsi come in una radura, al centro di una selva di colonne di marmi di tutto il Mediterraneo. Il pavimento del nartece luccicava ancora, come se fosse fatto di conchiglie, bagnato dal mare, dall’acqua alta.

[…]

E scivolo come un pesce tra la folla, tra le città mediterranee di pietra scolpite sul basamento di Santa Maria del Giglio, bianca come un velo di sposa, e le foglie d’acanto infinitamente mosse dei Santo Stefano, come se un colpo di vento le avesse appena scompigliate. La luce del meriggiare si fa pallida e assorta, pastellata, si sta già raffreddando lentamente, giorno dopo giorno, mentre le sere si accorciano, tingendosi di una levità azzurrata, sempre più simile a quelle strisce di luce strozzata e pazza di bellezza, quando le sue bande d’oro vengono strangolate tra le riseghe delle montagne e certi cieli plumbei, così simili a quelle distese dei quadri di Bellini, punti di fuga trasformati in orizzonti spalancati, sebbene al tempo stesso compressi. Scalando certi ponti, sembra di restare sospesi in un tempo pastellato anch’esso, che cova sulle acque indorate di sbieco, avvampa tra scintille di cocciopesto sugli intonaci nella luce radente, spalanca scuri pinti ad olio e oro dal sole, tra staffilate di bora. E giù di corsa per il ponte di legno dell’Accademia, gli scalini a due a due, per saltare appena in tempo sul battello che romba piano, salpando per la volta di canale.

[…]

Percorriamo il ventre acqueo della città, sulle tracce di Byron stavolta, immaginandolo mentre risale lungo il Canal Grande a nuoto. Scivoliamo sull’acqua, ascoltando le sue bracciate nella notte, mentre mattoni scartellati e colonne di spolio si lasciano lambire dalle acque, che li cullano amorosi. Ed ecco sorgere dal fondo del canale palazzo Mocenigo, dove il poeta si soffermò nel suo soggiorno veneziano.

[…]

Venezia è deserta. I canali sembrano ormai olio nero di pece d’arsenali medievali, danteschi. Sotto i piedi tutto è cavo, i passi si arrampicano sulle pareti nel vuoto teatrale, nell’acustica perfetta delle calli deserte. Le notti sembrano bianche, al camminare dei sognatori, per il silenzio soffice come neve sulla Nevà, come di suoni assorbiti. Ascoltiamo il variare della città, il palpitare d’orecchio e pupilla, nell’alternarsi unico di compressioni e dilatazioni. È caduto il silenzio sui Santi Apostoli, con la cappella Corner e le sue vertigini tortili; sulla laguna nord, dall’isola muta e fiorita fino alle sirene di schiume e merletti, fino alle paludi plumbee di Torcello. È silenzio sullo scrigno di Santa Maria dei Miracoli e in campo San Giovanni e Paolo, fin dentro la camera oscura del Canaletto. Tace l’organo immenso dello Spedaletto, tace Barbaria delle Tole, è silenzio fino all’orlo del mondo. Sbuchiamo all’improvviso in campiello de le Gate. Qui abitò il Foscolo. Un misterioso muro dissimula uno sconfinato giardino nascosto, appartenente un tempo ai Cavalieri di Malta. Solo una minuscola porta. Mi immagino vestito alla marinara, mentre la spingo piano e la apro stupefatto, con cigolio simile a un miagolare. Per ritrovarmi, magari, a Zacinto.

***

A cera persa

(secondo posto al Premio nazionale di Prosa Lirica inedita in occasione del “viaggio chiamato amore” di Dino Campana e Sibilla Aleramo)

Se sapessi che stringi fra le dita i germogli di me, tutto nuovo e tremante. Sapere, non sapere. Trattieni ogni parola e rechi i tuoi silenzi alla sorgente; e resto qui, lungo le ore disattese, presso l’arco della tua fronte, rosso oro della terra e maschera antica da commedia. E odo il palpitare di una stella appena nata, sfiorando il tuo polso di corallo rosa pallido. E il sentire diviene battito, scalpito e infine tumulto; e rinascerei cavalcando un delfino, nello scintillio fugace contro i fianchi delle tue montagne all’alba, nella profondità del mio mare che canta, profumato canta. Se ci discioglieremo in paratassi, i piedi andando, danzando in erranza, bagnati, alzando schizzi di battigia, se i dattili saranno spade fendenti le onde in spume, se immersi in una lingua fresca d’isole incarneremo dialetti di vento, ebbene non avremo zampe né ali né branchie; vestiremo una corporeità cangiante, ma inseguiremo il tuffo negli abissi, tra colonne lambite dalle lave. Una volta ritornati alla stabilità, trascinandoci su sabbie roventi e terre nere, di frammento in frammento ogni riconquista d’approdo sarà un dolce e inesorabile smarrirsi, disgregarsi. Ma sapremo camminare a testa alta al cospetto degli antichi, sotto le ciglia delle statue, pur sapendo di non poter ambire a completezza. E forse, al volgere dei giorni canuti, sarà proprio tale incompletezza a condurci per mano.Che importa, che importa del bronzo, una volta che hai impresso i polpastrelli nella matrice tiepida. Tu giaci nell’incavo profondo del mio braccio, a cera persa.

Giovanni Asmundo

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2 commenti
  1. Uno spartito musicale costruito da note di toni e spessori diversi, magistralmente articolato e sonante di parole, di descrizioni e sentimenti: sprazzi di quadri ambientali, visioni di opere artistiche e strutture della città, fasto e testimonianze della gloriosa Repubblica di San Marco, descritti, come in volo sul cielo di Venezia, con senso di meraviglia e vivida partecipazione, con risonanze e richiami storici, culturali, che hanno animato il passato e che ancora vivificano calli, canali, borghi e ponti . Una complessa armonia di suoni di un compositore, padrone delle parole e delle sfumature, che sa sollecitare con arte tutte le corde del linguaggio e dei sentimenti.

  2. Sulle tracce di Goethe e dell’Hotel Regina d’Inghilterra, che più non c’è, e su quelle di Byron al Canal Grande e a palazzo Mocenigo, dove il poeta si soffermò nel suo soggiorno veneziano, nelle notti bianche che riportano con la memoria a Brodskij sulla Neva di antica fascinazione…, in campiello de le Gate dove abitò il Foscolo…, alla ricerca di una Venezia memorabile di suggestioni poetiche, storia e di sogno.
    Prosa lirica di grande suggestione. Sfugge ad ogni definizione, classificazione tradizionale.
    Mi chiedo: dove si sta muovendo la prosa nella letteratura contemporanea? e dove la lirica? quale il prossimo orizzonte di poesia dopo la prosa e viceversa?

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