“Nulla dies sine linea”: Giordano Bruno e lo stralcio commediante esteso filosoficamente, di Michele Rossitti (seconda parte)

giordano-bruno-a-campo-dei-fioriLa riflessione del firmamento mentale è tecnica che rispetto alla mnemotecnica di luoghi e figure accredita prassi di spirito attraverso il timbro celebrale di archetipi accesi. Con il loro plagio a immagini mnemoniche, s’arriva all’individuazione dei poteri enciclopedici sulla materia, derivanti da analisi e sintonia con le sfere superiori. Una volta fisse e indelebili nella psiche, si imbalsama il riflesso mentale dell’intero cosmo, con sano acquisto di memore presbiopia e intelletto. Il De umbris idearum specifica trenta intenzioni d’accoglimento della luce divina grazie a istologia volontaria per le ombre ideali, poi raffigurazioni descritte. Le intenzioni si appuntano a influssi cabalistici e simbologie del cantico di Salomone: una ruota, spaziata in trenta “settori”, contrassegnati con lo stesso numero di lettere illustra la nicchia capillare d’ogni intenzione. Tutte infine confluiscono verso il centro del Sole-intelletto e la ruota risponde all’arte della memoria circolare, distinta da lettere che visualizzano intenzioni al posto di attributi divini. Quindi, la disponibilità a rinunce riguardanti proposizioni antitrinitarie è perciò respinta e l’Inquisizione romana, estradatolo dopo peripezie da Venezia, impone abiura. Bruno non rinnega il progetto di riforma egizia, la trasmigrazione delle anime, l’infinità dei mondi e viene dato al boia per scindere Atene da Melo. La valutazione del diritto si pratica nei ragionamenti solo su base di forza paritaria, se vi è disparità i fortissimi esigono l’impossibile, i giusti genuflettono. Uomini e Dio vanno sottomessi alla legge naturale, tanto aborrita ma assunta dagli esportatori di Carità che spinge chi detiene le chiavi a testarle su sfratati, corvi in clergyman o gonnella. “Ricevuta che già c’era” senz’essere stata stabilita dalla Cattedra di Pietro però trasmessa ai successori, la scusante ragion di stato del “così fan tutti” si garantisce abluzione pilatesca nei mea culpa. Nel Medioevo, Re Luigi il Santo caldeggia di sventrare chi dubiti incredulo o solo si sospetti eretico e, per scusarlo, la si dice mentalità del tempo ma è falso. Poco prima, i cattolici di Béziers, invece di ammazzare i loro concittadini catari, si fanno uccidere piuttosto di consegnarli alle autorità e nessuno li ha canonizzati. Il cuore sulle labbra è genuino, leva mutande a lupi travestiti da agnelli e virgolato da diarrea assicura la sua illibatezza competizione e diritto informativo. Bruno con la sua ultra-filosofia inalvea i comuni bisogni elementi mentre si concretano finestra di reciproca solidarietà: la telegrafia di embrioni evolutivi a sauna in clorofille empiriche si profila assuefazione endocrina di nato-dio già imprenditore “naturalmente” divino. La Congregazione per la Dottrina della Fede, a testa china, teme quindi le tecnologie avanzate sotto la statua incappucciata di un Bruno che sprona sincerità e bellezze dell’idea naturale nei confronti d’indirizzi ripresi quando la sua verve incentiva brani da Trismegisto o talmudici con l’innaffio di studi contemporanei. Se l’Uno, inteso caposaldo assoluto di materia e natura, rimonta la concezione del numero di Pitagora, mescola l’inconciliabilità eleatica dell’essere parmenideo immutabile e immobile alle poli-centrifughe di Eraclito perché passività ostile e remissione apatica sono nefandezze da bandire. La perizia commisurata ai meriti raggiunti con l’ingegno permette di indiarsi, il castigo per l’ozioso che snobba dignità attributiva di talenti prolifici e settoriali, tramite metempsicosi, si artiglia galeotto in fossili orridi e zombi. Vicissitudini d’innumerevoli trasformazioni danti l’esplicarsi della materia-vita di Bruno si onorano difesa biografica e riscossa eugenetica, in sé matita trasmutante volta a porre la Chiesa negli scandali che ha meritato. La Storia, alla stregua degli eventi cronologici, è soggetta a contrarietà: a fasi fiorenti si alternano periodi lugubri dove il consorzio degli uomini sembra disintegrarsi. L’alternanza di prosperità a cadute non è ritorno eterno di situazioni identiche, già compiute Ieri e la smisurata produttività dell’unica sostanza non deve costringersi sterile ripetizione del già accaduto e concluso. La ciclicità del cosmo conosce primizie d’inflorescenza e vecchiezze decadenti ma lume d’avvento dell’imberbe solarità retta è il nolano Toth-Mercurio, venuto perché sgambetti d’Aquino e fiocchi fresca energia di multe alla Vulgata. In Bruno, la stretta intesa tra mente e mano varca la scolastica per fidanzarsi sintassi grafica tra scienza medica, disegno meccanico e asporti chirurgici nelle tavole leonardesche e di Vesalio. Filosoficamente è impossibile affrontare il problema della causa prima, Dio, e per la seconda, principio naturale dell’universo di competenza interpretativa, Bruno pone a plinto infiniti enti che si producono nel tempo sola sostanza. I mondi meiotici, le genie di cui l’universo è costituito sono di conseguenza concepiti accidenti d’unica materia universale, gravida d’entità che incessanti pullulano nel suo grembo natura smisurata, schiaffo a Duns Scoto. Se è vero che ogni frammento cosmico rivive ovunque si travisa che ciascun vivente, uomo, angeli, Dio stesso nasca dal caos primigenio: crasi accompagnatoria all’intersezione fra cultura scritta ufficiale e orale, parrebbe la “teoria del formaggio e i vermi” che ha guizzato Domenico Scandella “Menocchio” alla prelazione combustibile sulla piazza di Portogruaro nell’agosto 1599. Definitiva del Sant’Uffizio di Aquileia e Concordia Sagittaria proclama: “Interrogatus respondit: […] quando mio padre e mia madre morsero, io era picolo et non ho mai praticato con alcuno che fusse eretico, ma io ho il cervel sutil et ho voluto cercar le cose alte che non sapeva… L’animo mio era altero et desiderava che fusse uno mondo nuovo”. Rispetto al mugnaio friulano, Bruno, pur condivisa l’audacia nell’esporsi, rompe localismi e autodidattica, getta il guanto cosmopolita a un emerso che naturalizza più suo. Esercita azioni feconde, attinte dall’esperienza unificante dei sensi, con eroico furore di sguardo alla dimostrabilità effettivamente riassuntiva vive crogiuolo sostanziale di veridica essenza trascritta sul piano gnoseologico. Un affisso nelle vie di Roma a esecuzione avvenuta recita: “Giovedì mattina in Campo di Fiore fu abbrugiato vivo quello scelerato frate domenichino da Nola, di che si scrisse con le passate: eretico obstinatissimo, ed avendo di suo capriccio formati diversi dogmi contro la nostra fede, ed in particolare contro la SS. Vergine ed i Santi, volse obstinatamente morire in quelli lo scelerato; e diceva che moriva martire e volentieri, e che se ne sarebbe la sua anima ascesa con quel fumo in paradiso. Ma ora Egli se ne avede se diceva la verità.”. Per contatto, i soggiorni tedesco e praghese, dopo l’inciampo parigino, espongono la trilogia lucreziana De triplici minimo et mensura, De monade, numero et figura e De innumerabilibus, immenso et infigurabili su stampo atomistico di ontologia cosmologica. Fuori dai trattati esisterebbe un tipo di materia con una massa e attrazione di gravità analoga alla tradizionale ma irrilevabile, perché non emette radiazioni elettromagnetiche, invisibile a telescopi secenteschi e sonde Nasa. Scienziati chiamano la misteriosa tipicità materia oscura, e non potendola sorvegliare la cercano con altre sofisticazioni dopo Einstein. Dotata di massa deve poter influenzare l’orbita dei corpi celesti conosciuti, la sua esistenza è potenzialmente provabile con l’osservazione dei moti planetari, siderali e galattici. Indizi recenti potrebbero confermare l’esistenza della materia oscura, ma a oggi nessuna delle prove censite è sufficiente a identificarla però i primordiali buchi neri paiono candidati ottimali. Corpi celesti ultra densi si formano alla nascita dell’Universo non dal collasso di una stella ma da gas presenti durante le doglie successive al Big Bang. Con contrassegni di black hole, non sarebbero rilevabili in radiazioni elettromagnetiche perché dei buchi neri appena scoperti le bloccano e rendono difficile prevederne presenza e quantità, come capita per la materia oscura. Il multiverso di Bruno smacca la bugia di Aristotele: lo spirito divino, Anima mundi che per la sua unicità e indivisibile immanenza connette ciascun istituto all’altro, permette laburista l’agire di corpo su corpo. Il capodanno neopositivista del Terzo millennio è l’ariostesco ribaltone di etere – illusione ottica- con viso, senza ritrovarsi fuliggine sparsa da Ponte Sisto. Bocce con Bocce fendono e spellano l’insoddisfatta propensione d’isolare il congegno recondito nell’attrito tra perfetta lisciatura di tondi e varietà clandestina del suo gheriglio. L’esterno è inesistente: il parto si svolge discreto in budella fra guance lisce e ammiccanti, dai volumi decisisi alla perfezione dell’Informale e dal Monolite di Kubrick in “2001 A Space Odyssey”. L’onda gravitazionale fra trascendenza e individuo di Cusano pencola nella vena satirica e burbera di Bruno, presente storico che intreccia nodi al fazzoletto, utili a scorgere fili portanti e preservarli telai. Anti tomista, Campanella neo cementifica teologia e filosofia su gigli evangelici d’autentica Provvidenza mentre Bruno è il più serio, folle vizio di revisionare la piramide filosofica nei venerabili gatteggi anticristiani. Incita gli aguzzini a metter legna per scottar in osso inerzia di palo ma far dialogare relatività di sbalzo in anticipo sui massimi sistemi, Galileo e Newton che malgrado alt han stipulato la fisica sui suoi carboni. Imbronciati tra spasimi si rivolgono ai torturatori, rendono sereni lo spirito come stessero per riceverlo di nuovo. Fumano aeriferi lo smog, bivacchi agli emicicli di Bernini che taccheggiano metal detector a guide indiane e fedeli rammaricati dai Patti Lateranensi.

Michele Rossitti

 

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