Uno sguardo critico ai versi di un poeta siciliano: Francesco Lioce, di Giorgio Taffon

nera_fedeltaIn vista della prossima sua raccolta poetica che uscirà entro pochi mesi per l’editore  Marco Saya, al quale diversi autori devono molto per la sua attenzione e sensibilità, mi sembra opportuno offrire ai lettori della rivista alcune annotazioni sul primo libro di Francesco Lioce, La nera fedeltà dell’ombra (Roma, Giulio Perrone, 2013), vincitore del Premio Villa Torlonia. Esiste un’autofiction anche in poesia, come nella narrativa? Nella poesia di giovani autori del nostro tempo presente? Certamente è esistita lungo il Novecento nei grandi poeti italiani, da Saba ad Ungaretti a Montale a Quasimodo: e di certo questi ultimi due sono per il poeta Lioce dei forti punti di riferimento. Ma oggi, nel nuovo millennio, a fronte di una costellazione esplosa di stili, di finalità, di lingue poetiche, come orientarsi? Quale valore assume il poetare? E dunque, a proposito di auto fiction, le vicende esistenziali personali possono garantire a un giovane poeta una verità da esprimere, un’autenticità di temi del vivere divenuti sostanza della propria interiorità? Il tema fondamentale che Francesco Lioce nella sua prima raccolta di versi va a scegliersi è quello del rapporto figlio – padre: il padre non appare nella raccolta di Francesco, suddivisa in 9 sezioni che stanno ad indicare un percorso di vita dalla fanciullezza alla prima  maturità, solo come figura genitoriale, biologicamente datore di vita, ma simbolicamente il padre rappresenta, lungo la raccolta, tutta una cultura geoantropologica, di origini strettamente siciliane  (la provincia di Caltanissetta), e allora si tratta di sapersi sradicare, di saper passare da una riva all’altra, lasciando il padre dall’altra parte (v. Padre e figlio). Sono occorsi al poeta altri luoghi, altre culture, per rendersi autonomo, ed ecco allora presentarsi nello scorrere delle sezioni l’universo di Roma, con la presenza culturale di Piergiorgio Welby (Ocean terminal), suo parente, gli studi universitari, le prime presenze dell’avventura esistenziale;  e poi quello di alcuni luoghi giapponesi, nei quali protagonista diviene una figura femminile d’amore (L’albergo sull’acqua). Queste esperienze quasi diaristicamente (Montale) annotate, questi lacerti di vita sofferta confessati nei versi, coinvolgono il lettore? Le ansie espresse, le fissità e i mutamenti del vivere, il gioco sempre altalenante di sentimenti a volte opposti e contrari, possono affascinare chi si avvicina a questi versi? L’immaginazione poetica di Lioce sa essere affabulatrice? O invece rischia di flettersi su una sorta di sfogo autoriflessivo? Mi pare che su questi interrogativi ci si debba soffermare per sostenere o meno che la scrittura del poeta ha il passo di una vera originalità e sostanza espressiva di sicuro valore. E allora devo dire che al fondo della sua poesia la lotta più intensa, più difficile, è il liberarsi anche dalle paternità letterarie, senza ucciderle, senza escluderle. E difatti le spie delle lezioni da Lioce rielaborate sono molto ben coperte, al punto che certi “calchi” lessicali, ad esempio, non risultano di maniera, o succubi di letterarietà nobile, ma “cadono” appiombo nel corpo del verso con attenta coerenza espressiva (mi riferisco a certi pascolismi, montalismi, e a certe immagini quasimodiane). Ne viene fuori, nelle poesie legate alle radici siciliane, un tono mitografico privo di grandezze sproporzionate, ma vero. Sono i piccoli-grandi miti delle infanzie e fanciullezze di ciascuno di noi, immersi in scenari dove il dato naturalistico, ad esempio, offre possibilità di esplicare un approccio profondo alla realtà, che può anche incutere ansie e panico. Come la stessa educazione al sesso, che segna gli anni romani dello studio e della prima piena autonomia:  e anche qui Lioce si dimostra molto attento al dettato del verso, e soprattutto al ritmo, che, pur  se quasi rinuncia esso ritmo all’uso della rima, lo fa per “cantare” e raccontare affabulando  stati d’animo, emozioni, e sentimenti che sono stati di tutti noi. Molto convincenti sono le liriche legate al soggiorno nipponico, dove tutti gli elementi del reale, anche quelli più immediatamente naturalistici, divengono immagini interiorizzate, sguardo interno e suono della voce poetante: è qui che possiamo pienamente misurare l’autonomia che Francesco è andato a maturare anche sul piano della tradizione poetica “paterna”: è qui che approfondisce la tradizione anche come “tradimento” e come “trasmissione”, rinnovandone moduli formali, e rendendoli pienamente correlativi oggettivi espressivi del proprio personale mondo di immagini, sentimenti, emozioni. E ora restiamo in attesa della nuova raccolta che uscirà entro quest’anno e che, afferma l’autore, si porrà come prosieguo di temi figure linguaggio già presenti nella raccolta qui da me “letta”.

Giorgio Taffon

 

 

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