Wassily Kandinsky,”PUNTO LINEA SUPERFICIE”, (Adelphi) , di Roberto Taioli

27217559f9cb99f0eabaaa7d0606d449_w240_h_mw_mh_cs_cx_cyPUNTO LINEA SUPERFICIE  è un saggio  di estetica, ove Wassily Kandinsky raccoglie le tracce delle sue lezioni   che tenne  dal 1922 alla  Bauhaus. In quegli studi egli mirava  a determinare la natura e le proprietà degli elementi essenziali della forma, innanzitutto  il punto, la linea e la superficie. Scopo di Kandinsky è di voler fondare una rigorosa scienza dell’arte; tutti i successivi problemi che deve affrontare un artista avrebbero dovuto essere risolti matematicamente e tale sarebbe stato il destino dell’arte futura, affidarsi alla matematizzazione.  La matematizzazione è tuttavia un problema se essa non lascia leggere  sotto di essa le operazioni reali su cui essa si compie. Più che il progetto di una scienza esatta, ciò che ancora oggi colpisce nell’opera , è l’abbozzo di una  metafisica della forma elaborata dall’artista. Per Kandinsky la forma, naturale o artificiale che sia, è la manifestazione significante di una realtà, è tensione di forze,   e può essere compresa solo in rapporto al suo sottofondo invisibile, alla sua natura nascosta. Con questo passaggio all’invisibile, viene abbandonato il  recinto dell’estetica tradizionalmente intesa di senso puramente descrittivo  e si entra in un regno diverso, ove ogni forma diventa un essere vivente;  in tal regno l’artista ci introduce come un rabdomante  che rintraccia e traduce continuamente l’uno nell’altro, segni sonori, grafici e cromatici. La  ricerca di Kandinsky sembra avvicinarci ad un’eideteca delle essenze delineata dal filosofo Edmund  Husserl, cui si perviene dopo aver ridotto la realtà ai suoi elementi essenziali e costitutivi. Così procedendo,  all’interno di questo trattato, al tempo stesso di pittura e di geometria qualitativa, ci accorgiamo di partecipare ad una grande avventura fantastica. Kandinsky insegna ad ascoltare la forma,  ed il suo insegnamento ci mette in un nuovo rapporto con l’opera d’arte, ci apre una possibilità di esplorazione che, come scriveva egli stesso, è “la possibilità di entrare nell’opera, diventare attivi in essa e vivere il suo pulsare con tutti i sensi”. Si sente in Kandinsky la presenza dell’altra sua opera teorica del 1910  Lo spirituale nell’arte, una sorta di proclama mistico nel quale l’artista stabilisce un’empatia profonda tra interiorità ed esteriorità in un rapporto di convivenza e partecipazione;  l’esteriore deve corrispondere ad una necessità interiore, vista come l’incontro della spiritualità dell’artista con le esigenze del suo tempo e della forma espressiva scelta. In altre parole l’artista deve esprimere esclusivamente se stesso, la sua epoca resa nell’arte. Punto, linea e superficie non può quindi essere letto senza le riflessioni di Kandinsky contenute nel libro del 1919,  al quale idealmente si accompagna, rappresentandone in un certo senso la continuazione e lo sviluppo.

Esaminiamo ora qualche riflessione di Kandinsky contenute nel volume.

Nel libro l’autore elabora il suo metodo,  partendo dall’elemento più semplice, il punto,   che assunto come entità in movimento, determina la linea geometrica in modo tale che dai movimenti della linea si possa arrivare alla creazione delle superfici.

Il punto è l’elemento da cui si generano tutte le altre forme, come un  centro germinativo; la linea stessa è infatti la sua più diretta conseguenza  manifestazione del punto in movimento,  e  che si autoproduce.  Il punto è per Kandinsky  “un’entità invisibile. E’ la traccia del punto in movimento, dunque un suo prodotto” . Esso è anche l’elemento che deve essere inizialmente negato per poi venire incorporato  nella nuova entità nascente, la linea. Dal punto di vista astratto il punto rappresenta ”l’unione suprema e unica tra silenzio e parola”; si pensi per esempio alla condizione in cui  ci si trova all’inizio di un percorso progettuale; abbiamo davanti  un foglio bianco, una generale condizione di confusione e incapacità di prendere una direzione e fare una scelta, simile alla condizione del silenzio e del vuoto. Il passo immediatamente successivo è rappresentato dal primo punto che  tracciamo sul foglio,  un segno che diventa così il punto di unione con la prima parola, o traccia  e che mette in moto il percorso progettuale. Il punto può  così generare processi artistici che aumentano geometricamente d’intensità.

La linea è per Kandinsky la più diretta conseguenza della traccia di un insieme di punti che generano una complessità nello spazio generativo. Essa è “la massima antitesi dell’elemento pittorico originario – il punto”. La linea in tal senso può essere definita come elemento secondario. Kandinsky definisce  la linea  la forma più concisa dell’infinito, in qui avviene  “il salto dallo statico al dinamico”.  In particolare la linea orizzontale corrisponde al freddo, la linea verticale corrisponde all’infinta mobilità calda, la linea diagonale è l’infinita mobilità caldo-freddo. La linea è l’unica entità che in funzione del suo addensamento, può generare una superficie; le linee  spezzate e angolate entrano in una seconda categoria di linee, che serviranno a determinare il piano e la superficie. Anche nella linea i limiti sono confusi e fluidi, tutto dipende dalle proporzioni e dal suo movimento.

La superficie.  Per “superficie di fondo” si intende la superficie materiale destinata ad accogliere il contenuto dell’opera, lo sfondo sull’opera deve incardinarsi. Può essere designata per Kandinsky  con la sigla SF. La SF schematica è delimitata da due linee orizzontali e da due verticali che la defi -niscono come entità autonoma nel suo ambito.  Una volta stabilita la caratterizzazione delle linee orizzontali e verticali, il suono della SF deve manifestarsi chiaro da solo; due elementi della quiete fredda e due elementi della quiete calda sono due suoni doppi della quiete che determinano il suono tranquillo/oggettivo della SF. Questa combinatoria che dà luogo a nuove forme di aggregazione, non è per Kandinsky mai completamente oggettiva, ma può essere concepita solo in senso relativo. Non è possibile raggiungere mai una assoluta oggettività.

Interessanti sono anche le riflessioni di Kandinsky sul concetto di tempo.

Per l’artista russo il tempo si rende riconoscibile più nella linea che nel punto. La lunghezza, infatti,  è anche un concetto temporale  oltre che  geometrico. L’uso del tempo tuttavia si conforma alle caratteristiche della linea.  Seguire il tracciato di una linea retta è temporalmente diverso che seguire una curva, anche se sono di pari lunghezza.  L’elemento temporale è quindi tutt’altro che trascurabile perché di fatto, nel caso delle due linee sopra ricordate, determina due lunghezze diverse.

Anche le  situazioni di sopra e sotto sono oggetto di riflessione per l’artista,  che in questa sede si presenta nella veste di  un pensatore, un homo theoreticus.

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Ogni essere vivente è continuamente in contatto ed in relazione con le dimensioni del “sopra” e “sotto”.  Per analogia ciò avviene anche riguardo alla SF poiché anch’essa costituitosi, diventa  un organismo vivente.  Ogni artista, scrive Kandinsky, “sente il respiro della SF ancora inviolata- anche se inconsciamente – e che egli, ne sia più o meno cosciente, si sente responsabile di fronte a questo essere, e si rende conto che un oltraggio sconsiderato fatto ad esso avrebbe in sé qualcosa del delitto”. L’artista con il suo spirito “feconda”  questo essere allo stato nascente, sapendo che  la SF  sarà accogliente e recettiva, come un grembo, per ospitare un  nuovo organismo vivente, che non è più primitivo, ma ormai formatosi. Questo grande afflato umanistico permea l’opera dell’artista che teme la cancellazione dell’uomo a vantaggio della tecnica: “Oggi l’uomo è completamente occupato dall’esterno e per lui l’interno è morto. Questo è  l’ultimo gradino della discesa, l’ultimo passo nel ‘vicolo cieco’ – un tempo luoghi di questo genere si chiamavano abissi, oggi basta la modesta espressione di ‘vicolo cieco’. L’uomo ‘moderno’ cerca la pace interiore, perché è assordato dall’esterno e crede di trovare questa pace nel silenzio interiore”. Anche le forme rigorose della matematizzazione della natura (come avviene in Galileo e in Newton) non possono obliare e rimuovere la base esistenziale e vissuta  da cui si originano le operazioni.  In tal senso l’opera teorica di Kandinsky si presenta come una sintesi originale  di atteggiamento scientifico e  ricerca spirituale. Galileo, come ricorda Husserl nella Crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale  è un grande  scopritore e  al contempo ricopritore di ciò che ha svelato poiché ha matematizzato i plena su cui ha operato.

Roberto Taioli

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2 commenti
  1. Kandinsky è il padre riconosciuto della pittura astratta. Quel che non mi so spiegare è perché l’astrattismo, in Italia, a livello popolare (non specialistico e nemmeno amatoriale) non abbia mai attecchito tanto. Viaggiando in Europa può ancora capitare che ci si trovi in un autogrill dove tovagliette per la colazione o tende o altro siano decorate con motivi alla Mondrian. Non qui da noi, nemmeno Fontana, Melotti… Per quanto se ne sia fatto, e ancora se ne fa, pare che la modernità non passi dall’astrattismo. Mah, sarà che siamo circondati da tanto Barocco e Rinascimento.

  2. Il saggio ”PUNTO LINEA SUPERFICIE”, analizzato da R. Taioli è portatore di ricchi stimoli e di riflessioni non solo sul tema dell’arte e della pittura astratta, ma anche sulla complessa attività artistica ed intellettuale di Kandinsky che investe pittura, riflessione filosofica, poesia…
    Mi paiono molto interessanti le sottolineature che il critico propone. “Kandinsky insegna ad ascoltare la forma, ed il suo insegnamento ci mette in un nuovo rapporto con l’opera d’arte, ci apre una possibilità di esplorazione che, come scriveva egli stesso, è “la possibilità di entrare nell’opera, diventare attivi in essa e vivere il suo pulsare con tutti i sensi””.
    Ed ancora: “Dal punto di vista astratto il punto rappresenta ”l’unione suprema e unica tra silenzio e parola”…: un problema risolto “matematicamente”
    A tal proposito ricorderei una poesia di Kandinsky, VUOTO, da (Suoni, 1913):
    Vuoto.
    sinistra, in alto nell’angolo, un puntolino.
    destra, nell’angolo in basso, altro puntolino.
    E al centro niente di niente.
    E niente di niente è tanto, tantissimo.
    In ogni caso assai più di qualcosa.
    Condivido pertanto l’asserto finale: “…In tal senso l’opera teorica di Kandinsky si presenta come una sintesi originale di atteggiamento scientifico e ricerca spirituale.”

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