Tommaso Campanella e l’inessenziale accettazione della povertà: la sfiducia nella regimentale invadenza del divino, di Michele Rossitti

portraitSecondo l’astronomia tolemaica il sole, nella sua orbita attorno al globo terrestre, percorre il cerchio dello zodiaco dove si congiunge con le varie costellazioni. Il ventun marzo d’ogni anno incontra Ariete. Da una cella è riconoscibile l’inizio della primavera, quando l’astro per eccellenza culmina nello splendore. L’inno Al Sole di Campanella ripone il significato letterale per riprendere un concetto dantesco, la stagione degli amori periodo divinamente prescelto per dar corso alla creazione. Il lessico mistico del Sole, pantheon di Dio e sua apoteosi, comprende tutte le affinità boschive, perfino le più inerti a rischio estinzione. Allattate dall’influsso straordinario sublimano ed imitano la fonte luminosa nel tentativo riuscito di emularla. Il gareggiamento intenso di sagra ineffabile s’accartoccia pallida asma su Campanella, inserito al vertice dei casati umbratili che stinge al buio della segreta, punito dal tribunale regio. Da Napoli, spera di affrancarsi adesso che il Sole, sul carro del vincitore, impera nel trascinare a sé i sacrifici di una vita. È aggettivo d’influenza sul mondo, innalza ai suoi calori il presente, rasserena disgrazie e tracolli. La cima verde degli alberi sorge a palingenesi e trasla alla luce levante gli ospiti larvati nelle propaggini: il flash è funzionale allo status di Campanella che dovrebbe volgere a rinascita con lo svincolato trascinamento di spirito e arti quando invece gli si strozzano nell’oscurità delle catene.
La virtù solare induce i DNA potenziali nelle linfe delle piante a proliferare sana epidemia in fiori contagianti: il letargo delle vite, all’avvento primaverile, risolve luminoso l’inerzia proverbiale per il risveglio di roditori e rettili. Tutto è capolavoro d’una spiritualità benigna che tuttavia viene contesa nonostante l’innocente adori e guardi all’assoluto con fervore.
Il lamento della condanna lo esclude dal godimento perché il Sole è tabernacolo del Dio innervante, sua imago visibile e suprema epifania, segno sommo del suo fuoco. La distintiva qualità filosofica di Campanella è donata laddove il Sole si mostra cardine della vita, sollievo che presiede al movimento dell’universo. Maestà sensibile determina le peculiarità endemiche del pianeta mentre le cose derivate, o seconde, dipendono dall’Essere Primo. L’evidenza colleziona una devozione superiore alla scia celebrativa del bestiario che esalta il Signore nel Cantico di Francesco. A Dio, il poverello d’Assisi vi giunge per via indiretta dato che nessuno deve nominare e comprendere l’onnipotenza sublime. Al Sole non è inno d’amore con le creature rese positive da presenzialismo divino e nemmeno atto di umile riconoscenza al Creatore. Assenti elogio e benedizione, deposta la spoliazione d’orgoglio nel subire tribolazioni e castighi per Francesco ulcere di divina carità nella pena, fede delibera che, pur senza adottare sereni volontà imposte, sia lecito partecipare dell’universale armonia. L’originaria imperfezione o peccato inoltre è privazione d’essere, causa deficiente e il nesso tra le persone della Trinità non diverge dalla divina essenza, una e schietta di “sé a sé”. Nel testo, la disertata ortodossia che consegnerà Campanella al Sant’Uffizio prolifera dai giudici che lo segregano e diserbano dal raggio di generosità, offerto agli esterni in comodato gratuito. L’accusa al malgoverno diventa sete accorata di vastità intramontabile e l’appello alla spada di Cristo in guerra non cederà passo alla Corona spagnola, tantomeno ai confratelli biondeggiati dal cupolone. La venuta di Cristo è potenza che fraziona: le gerarchie e l’obbedienza costruiscono la consuetudine per evitare che i credenti abbiano contatto repubblicano con la Scrittura, riservano il compito ai clerici e rimettono ai credenti la merenda delle briciole domenicali purché non si arroghino titolo di giudizio, prerogativa invece basilare. È il golpe fallito di Francesco. Per Campanella le interconnessioni di sorvegliato lo conducono alla totalità del genere umano. Soltanto nel curialismo politico si giudica settorialmente, una frattura sempre più larga si fende fra l’opinione confezionata negli scranni cardinalizi e il pensiero che si modula con sguardi propri. Campanella a differenza di Francesco abita due città: la rocca del nord è autocoscienza, la metropoli del sud è principio non telesiano deista ma perseguito con perizia quando il consorzio terracqueo viene a trovarlo “Emmanuele” nell’umidità, “Dio-con-noi” lo bracca e non riesce a emanciparsene. Giunge all’Anima mundi in cammino dal suo corpo facente funzione di Libro dei morti egizio e nel circondario delle nature rintraccia il vestigio di presenza divina. Gli ecosistemi ambientali, regolati da ratio incontaminata, benché all’oscuro della Rivelazione, sono per modus vivendi vicinissimi alla condotta d’una società davvero coerente, nonostante manchi loro il suggello dei sacramenti. La legge cristiana purgata da abusi, cioè ripristinato il vangelo autentico, sarà signora mondiale e spento il diverbio dei particolarismi religiosi si riaffermerà per rigenerare l’unione in un restaurato cattolicesimo. Il papa, vicario di Cristo, è la prima ragione che guida l’intera umanità conquistata dalla Chiesa missionaria. Volere giustizia pretende conflitto pacifico che scompagina ordini, motorizza parafrasi e di continuo stabilisce fraterne biodiversità teocratico-universali, a prescindere dall’esito riabilitativo della ritrattazione assolutoria. A Campanella importa l’ottimo proposito d’alleggerire la penuria popolare, i profittatori che vi hanno lucrato gridano vendetta al cospetto di genti dilaniate da intrallazzi e dal taglieggiamento di banditi. Furti e sollevazione periferica non dimentichino nella cronaca di Calabria il massacro valdese del 1561 dove, presenzianti Viceré e inquisitore, vengono trucidati in undici giorni duemila innocenti. Un laser metodico dardeggia giunture e costato di Campanella a Castel Nuovo presso il sotterraneo di Sant’Elmo, al palazzo romano dell’Inquisizione, nella Serenissima e loco carceris al convento della Minerva. Lo Spirito gli affida la Verna partenopea a ricompensa fedeltà d’ergastoli: la diagnosi si riscontra nel contegno del sofferente mentre ispettori e canonici tacciono lo stupro del gotha che sprezza lezioni d’anatomia vantate stregonerie patavine. L’ipocondriaco Urbano VIII raffredda la stima, influenzato dalla corte rancorosa perché Campanella è antiaristotelico e appoggia la predestinazione d’impronta gesuitica e di Molina, non la tomistica, assunta dai priori domenicani. Se si eccettua il millenarismo giovanile della congiura che lo farà arrestare, le sue simpatie vanno alla monarchia ispano-asburgica, poi abbandonata perché incapace di concertare il vasto impero di nazionalità comprese. Deluso, Campanella s’entusiasma alla Francia non solo precipitato da contingenze d’immigrato volontario, a quel regnante spetta infatti il compito di braccio secolare del pontefice per la piena teocrazia universalistica. Il suo testamento è l’Ecloga in portentosam Delphini natitvitatem, celebrativa dell’erede al trono Luigi XIV, futuro Re Sole. Il diritto metafisico del frate di Stilo trionfa conseguente nel cosmo, comprensorio istitutivo di tutti i fari tecnici e scientifici, addizione governativa della penna sagace e del creato.

Al Sole

M’esaudì al contrario Giano. La giusta preghiera
drizzola a te, Febo, ch’orni la scola mia.
Veggoti nell’Ariete, levato a gloria, ed ogni
vital sostanza or emola farsi tua.
Tu subblimi, avvivi e chiami a festa novella
ogni segreta cosa, languida, morta e pigra.
Deh! avviva coll’altre me anche, o nume potente,
cui più ch’agli altri caro ed amato sei.
Se innanzi a tutti te, Sole altissimo, onoro,
perché di tutti più, al buio, gelato tremo?
Esca io dal chiuso, mentre al tuo lume sereno
d’ime radici sorge la verde cima.
Le virtù ascose ne’ tronchi d’alberi, in alto
in fior conversi, a prole soave tiri.
Le gelide vene ascose si risolvono in acqua
pura, che, sgorgando lieta, la terra riga.
I tassi e ghiri dal sonno destansi lungo;
a’ minimi vermi spirito e moto dài.
Le smorte serpi al tuo raggio tornano vive:
invidio, misero, tutta la schera loro.
Muoiono in Irlanda per mesi cinque, gelando
gli augelli, e mo pur s’alzano ad alto volo.
Tutte queste opere son del tuo santo vigore,
a me conteso, fervido amante tuo.
Credesi ch’ogge anche Giesù da morte resurse,
quando me vivo il rigido avello preme.
L’olive secche han da te pur tanto favore:
rampolli verdi mandano spesso sopra.
Vivo io, non morto, verde e non secco mi trovo,
benché cadavero per te seppelito sia.
Scrissero le genti a te senso e vita negando,
e delle mosche fecerti degno meno.
Scriss’io ch’egli erano eretici, a te ingrati e ribelli;
m’han sotterrato, vindice fatto tuo.
Da te le mosche e gl’inimici prendono gioia;
esserti, se séguiti, mosca o nemico meglio è.
Nullo di te conto si farà, se io spento rimango:
quel tuo gran titolo meco sepolto fia.
Tempio vivo sei, statua e venerabile volto,
del verace Dio pompa e suprema face.
Padre di natura e degli astri rege beato,
vita, anima e senso d’ogni seconda cosa;
sotto gli auspici di cui, ammirabile scola
al Primo Senno filosofando fei.
Gli angelici spirti in te fan lietissima vita:
a sì gran vite viva si deve casa.
Cerco io per tanti meriti quel candido lume,
ch’a nullo mostro non si ritenne mai.
Se ‘l Fato è contra, tu appella al Principe Senno,
ch’al simolacro suo grazia nulla nega.
Angelici spirti, invocate il principe Cristo,
del mondo erede, a darmi la luce sua.
Omnipotente Dio, gli empi accuso ministri,
ch’a me contendon quel che benigno dài.
Tu miserere, Dio, tu chi sei larghissimo fonte
di tutte luci: venga la luce tua.

Michele Rossitti

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