Marco Gatto, “L’impero in periferia”, Galaad Edizioni – 2015 letto da Francesco M. T. Tarantino

limpero-in-periferia-325x487Pur essendo docente, Marco Gatto non ha mai l’aura del ruolo e i suoi scritti sono ben lungi dalla saccenteria professorale, più che da lezione sembrano avere un carattere confidenziale che spiega i meccanismi del potere e della critica filosofico-letteraria con la preoccupazione che il lettore li comprenda e ne faccia tesoro quasi invitandolo ad intervenire per modificare l’assetto della società; sembra proprio dire: i filosofi hanno soltanto interpretato il mondo, a noi tocca modificarlo! Leggendolo ho avuto, non solo in questo ma in tutta la sua produzione, l’impressione di essere tornato a scuola di marxismo, e mai come adesso ce ne sarebbe bisogno, visto l’avanzare della xenofobia e il rigurgito di istanze populiste e fasciste funzionali al capitalismo e alle grandi movimentazioni finanziarie che determinano il destino degli Stati e delle singole persone.

L’opposizione diventa sempre più blanda e mediante l’omologazione dei media si va verso una forma di rassegnazione che rende ancora più possibile il gioco del potere finanziario attraverso le banche e le diverse mafie che imperversano nel mondo e rendono innocui i movimenti spontanei di ribellione che per lo più si limitano ad una forma sterile di indignazione. Forse quello che Marco vuole dirci è che indignarsi non basta! Infatti scorrendo il suo libro quel che appare chiaro è la distanza tra la cultura massificata, imposta dai modelli tele-talk-show dove imperano i tuttologi e le case editrici stabiliscono cosa scrivere e cosa leggere e addirittura in quanto tempo consumare il prodotto perché c’è già il prossimo in arrivo, e la Cultura che è vita e trae origine dai bisogni e dalle storie della gente all’interno di una comunità. La Cultura che non può prescindere dai meccanismi dei rapporti conflittuali tra chi ha e chi non possiede niente, neanche il futuro; quella Cultura che non è avulsa dalle cause che hanno indotto un cambiamento determinando un’alterazione dei rapporti di produzione e della distribuzione della ricchezza; la Cultura che rivendica un’appartenenza e la propaga in ogni sua manifestazione.

Il libro di Gatto mette in evidenza con estrema chiarezza e con dovizia di argomentazioni che il Meridione, da un punto di vista culturale, vive ancora lo stallo del Vuoto Letterario pasoliniano, lo strumento della critica resta un’imprescindibile possibilità di riconversione della stasi in cui  la Calabria è caduta perché il sistema tardo capitalistico l’ha pianificato e gli intellettuali calabresi privi di ogni coordinamento si sono adagiati nel quietismo dell’esistente diventando sordi ad ogni stimolo della propria terra. Ecco perché può sussistere una realtà come Rosarno senza che ci si indigni più di tanto, lo sparpagliamento in cui ci si muove ci lascia annegare nel ristagno di una morta gora di periferia destinata ad accentuare la disgregazione sociale di cui parlava Gramsci. L’esposizione motivata di alta critica marxista da parte dell’autore evidenzia l’estremo intreccio di potere del capitale finanziario che ha invaso ogni ambito della vita individuale e collettiva, mediante i mezzi di comunicazione e l’editoria in generale, inserendosi nelle relazioni umane e, addirittura, determinandole in modo tale che ogni cosa diventi un tassello di un puzzle del disegno preordinato del Capitale. Tutta l’intellettualità calabrese, dall’Università ai sedicenti “liberi pensatori”, scrittori, poeti, narratori sono omologati ad un progetto di globalizzazione che li annichilisce, consapevolmente o inconsapevolmente, in un rifugio coatto di individualismo e intimismo che al più li rende nostalgici dei fasti della Magna Grecia del tempo che fu ma che resta tale. Tutto ciò li rende asettici con una mancanza progettuale di riscatto delle proprie radici e dell’asservimento all’impero del malaffare in cambio di un prestigio fittizio e localistico.

Quello che emerge dalla lettura di questo straordinario libro è un’analisi del reale che consente di intravedere i meccanismi che hanno voluto l’emarginazione della Calabria, quale terra un tempo di riserva e oggi una centrale dello smistamento della droga e di ogni altro traffico internazionale (vedi Gioia Tauro). Per muoversi in una società disgregata, dove l’antica assenza dello Stato ha permesso il radicamento della ndrangheta, necessitava la copertura politica debitrice del consenso mafioso per fini elettorali, in tutto questo movimento sono incappate tutte le forze politiche, sindacali, culturali perdendo di vista l’ambito territoriale in cui si vive e l’arresa a che da altrove qualcuno calasse per colonizzare una terra la cui immagine, tra lamenti e folclore, era già compromessa e priva di un itinerario culturale che riflettesse la periferia quale possibile sponda di un divenire alternativo al becerume politico-affaristico. Invece no, si è voluto che questa terra si accodasse all’andazzo del resto d’Italia e del mondo con la persistente separazione Nord-Sud: ricchezza-povertà. ¿Che fare? Partendo da Marx, Gatto ci inoltra nelle categorie di analisi marxista che ci dovrebbero permettere di incidere nella realtà in cui viviamo assumendoci l’onere e la responsabilità di un cambiamento; attraverso la dialettica si può comprendere la realtà, la quale mediante la critica letteraria, può sfociare in una filosofia della storia degli uomini all’interno delle loro relazioni e dei rapporti economici, politici, sociali, culturali.

Nella misura in cui la coscienzializzazione di tali rapporti permette di reinterpretare la storia nel suo dinamismo, si riesce a comprendere che l’individuo non è a sé stante ma è intessuto in una trama socio-economica che genera una filosofia del conflitto dove la riarmonizzazione passa attraverso un cambiamento che va a ridefinire i ruoli e la geografia della conflittualità ideologica.

In un diorama siffatto ¿quale ruolo può incarnare il poeta, lo scrittore, l’intellettuale di Calabria? Gatto fa un’analisi spietata sull’assenza di un coordinamento tra i narratori, i poeti, aggiungo, i musicisti calabresi, la mancanza di un progetto comune sui contenuti da espletare attraverso la produzione letteraria che miri alla rinascenza di un territorio sconquassato sempre più alla deriva. Il punto di vista prospettico dalla periferia può rendere intelligibile il traverso della composizione della nazione all’interno di un’Europa che ha perso il senso e la misura della sua ragion d’essere in una concatenazione planetaria economica sì, ma soprattutto etico-sociale in una politica d’incontro e non di divisione e dispersione delle risorse umane.

Attraverso l’analisi puntuale delle opere di diversi scrittori e poeti di Calabria e del Sud, in genere e del mondo, comunque che vivono la periferia, l’autore ci indica un modello sulle cui tracce inscenare un’analisi che si può tradurre in un racconto, in una poesia, in una musica; tracce di storia reale letta in una prospettiva della periferia e scritta con gli strumenti della dialettica, della critica, della coscienza di appartenere ad una alterità distopica e alternativa.

 Scrive Gatto a pagina 227: “la Calabria è oggi, nella mente di tutti, il luogo dell’orrore nazionale […] Eppure, i motivi per cui è possibile descrivere oggi la regione come l’avanguardia di un’Italia postmoderna e compiutamente americanizzata sono gli stessi che, svuotati della loro apparenza giornalistica e televisiva, indicano l’esistenza di un laboratorio sociale fatto di contraddizioni, di evidenze materiali e di situazioni politiche che, proprio perché spinte all’eccesso, proprio perché accettate nella loro spudorata sincerità superficiale, risultano capaci di aprire nuove possibilità di conflitto e di comprensione.” Da qui la necessità che ogni operatore culturale si adoperi a far nascere un soggetto di classe capace di garantire un riscatto collettivo altrimenti ci si avvia verso una deriva irreversibile.

La figura dell’intellettuale militante, del poeta, dello scrittore e del saggista immerso nella realtà, capace di analisi critica e quindi proponente una visione alternativa e dinamica della storia e della realtà stessa è senza dubbio, per Marco Gatto, quel Franco Fortini che ha saputo incarnare, attraverso la sua produzione letteraria, quella militanza culturale e politica capace di riabilitare la forza contrastiva del pensiero dialettico. Era inevitabile che una critica letteraria, culturale, politica che interpreti la quotidianità della realtà come filosofia della storia, non potesse non avere come riferimento l’itera opera di Fortini dal momento che in essa è ricapitolato un percorso dialettico di interpretazione e ricostruzione dei significanti che soggiacciono all’interconnessione dei fenomeni che criticamente e, di volta in volta, vanno analizzati e sedimentati in una teoria critica, oggi mancante, ma necessariamente da ricostruire onde evitare la deriva di cui parlavo pocanzi.

C’è poco da illudersi, ci dice Gatto, una critica letteraria per essere militante non può prescindere dall’ideologia quale chiave di lettura della narrazione della realtà, che traducendosi in un nuovo alfabeto critico, comune alle varie forme espressive, possa generare una semantica che tenga conto del tempo in cui si vive ma da un punto di osservazione privilegiato che inglobi la critica, la politica, l’ideologia. È a questo che sono chiamati i poeti, gli scrittori, i musicisti, gli operatori culturali tutti. È un percorso siffatto che può innescare il riscatto nella e dalla periferia vivendola come veicolo trainante della cultura italiana prima e occidentale poi.

Concludo riportando alcune righe di Gatto che a pagina 126 scrive: “Così come si può stabilire un terreno comune d’azione, e così come la realtà è irrefutabilmente unica e totale davanti ai nostri occhi, allo stesso modo si può agire su tale irriducibile identità per affermare le differenze che la compongono, quella pluralità di punti di vista che contribuisce a rendere dialettica la realtà stessa e il nostro tentativo di afferrarla con la ragione.” Una bella lezione!

 E parafrasando Said, di cui Gatto sta parlando, aggiungo: ciò che dobbiamo desiderare deve essere l’idea di una coesistenza rispettosa delle differenze tra i popoli nonché della storia comune delle lotte per la sopravvivenza che accomuna ogni popolo.

Grazie a Marco Gatto per quest’altro bel libro di cui ci ha fatto dono.

Francesco M. T. Tarantino

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