“Niente” significa: Mausoleo Zen ai fantasmi monumentali esplosi dalla creatività, di Michele Rossitti

clip_image004Prima di consumare un pasto i giapponesi congiungono le mani in segno di ringraziamento e pronunciano “Itadakimasu”. Consuetudine ha purtroppo cancellato il senso dell’antica espressione che significa “Ricevo in dono la tua vita”: è anticamera di devozione verso il cibo e l’energia vitale grati a gente e fattori che hanno concorso a portarlo in tavola, dal contadino al pescatore ma pure l’acqua, il sole, la terra. L’importanza rituale degli alimenti assume nella scuola Zen rilievo e poesia unici. Regole sul modo di prepararlo e servirlo, come disporre le suppellettili sul tavolo, lavarle e riporle dopo l’uso. L’osservanza delle norme regala vigore al corpo e libera la mente con benefici inestimabili al vivere quotidiano. È il vuoto, sede del tutto, a superare il pieno.

Qualsiasi atto concentrato, frutto di lungo esercizio è via di salvezza e accogliere il caso piuttosto di forzare il corso delle cose è regola per una vita rasserenante. Con la medesima velocità si consumano gesti che hanno ereditato una paziente preparazione: un colpo di spada, una mossa di karate, la scrittura di un ideogramma. La rapidità associata allo Zen distrattamente parrebbe elusiva e nettare di una gioia inebriante, riluttante all’analisi. Più di ogni altra, invece, una serie pressoché infinita di elettroshock attribuisce a piccole illuminazioni i satori, le scossine che attraversano un empio profano e, più che allo Zen, gli appartengono al vissuto: piccoli proiettili di intensità fibrosa lo fendono dritto alle costole di una natura profondamente malinconica, nello sconvolgimento e rinnovo del suo ciclo. Si concentra senza pause sulla frazione fulminea dell’attimo, come lo haiku più celebre della poesia giapponese: «Nel vecchio stagno/una rana si tuffa/ il rumore dell’acqua».

La metrica nasce sulle ginocchia mentre Word è aperto sul file che la contiene: sotto il naso, una raganella ribolle nella vasca da giardino rompendo il silenzio per un unico istante prezioso. La lirica non muore nei tasti ma trasmigra razza tempista altrettanto pasciuta, secondo Kawabata si racconta evento in palmo di mano.

La sofisticata ritualità scandisce il fondo arcaico e tribale che gravita spinte nascoste, le cerimonie più elaborate del Giappone. I lottatori di sumo impegnati in una gara di forza dove tutti i sensi e nervi sono tesi a battere l’avversario sbandierano che la concorrenza dentro la specie è impeto che muove il mondo, non l’amore. Ancor prima che i lottatori disputino l’incontro è facile parteggiare per chi si mostra tranquillo, quasi apatico con l’astio nelle cornee, dei due il più feroce.

A decidere il tappeto è però un anonimo xilografo che intaglia gli stessi contendenti e scavalca muscoli o agonismi tramite cromatica diversa. La sconfitta appartiene a decaloghi etologici che maturano i destini in una chiocciola infinitesimale, inchiostrata e stampata su tinte già applicate dal tempo certosino.

Intenta a concretizzare la spiritualità materica, Osaka contribuisce con Yoshihara che guida il calligrafismo tradizionale ai massimi limiti, alleato al dominio dell’energia fisica tipico delle arti marziali. Osteggiato poi riammesso dopo la scomparsa, durante esibizioni al confine tra teatro e pittura il protagonista getta secchi di colore su tele enormi su e giù dall’altalena, dipinge muri con le mani e un giorno, invitato Fontana, lancia palloni giganti nel cielo. Commuoversi a un Notturno di Chopin, scendere dal palco in platea e insaponare di shampoo la testa a John Cage, sforbiciargli la cravatta per ammirazione e lasciare il teatro: la video arte coreana di Nam Paik cessa nel bar limitrofo con la telefonata che annuncia la fine dell’opera. Spodestata l’apartheid fra discipline creative e liberalizzato il flusso tematico di metodi e persone, in Kiss Kiss Kiss Yoko Ono trasforma happening pubblico il tentativo di concepire un figlio, coito di pace e fiducia. L’informale lordo del nulla Gutaj, prestito d’ispirazione allucinogena per Kerouac e Ginsberg, rifiuta il dogma estetico; si valorizza segno-gesto e suggerisce l’Action painting statunitense. In risposta, la corrente europea si orienta impressione duttile, valorizza gli scarti, utilizza l’olio come pasta densa e v’include le cicatrici del Secondo conflitto sul vecchio continente. Il californiano Sam Francis firma le opere a base di colore accecante e macchie liquide su campo bianco, lasciate sgocciolare in verticale.

Le asimmetrie di Towards Disappearance e le voragini svuotate al centro intonano l’oasi di concordia nipponica debitrice a Monet invalidato da cateratte, dove torbide ninfee paiono ospitare il rumore delle note di Cage. Mai più stampe policrome seducono gli artisti con i piatti paesaggi ottocenteschi perché principio di Mark Tobey è il movimento, il ritmo frenetico di minuscoli tratti invade il quadro, orgia allusiva al formicolio di conclavi sorpresi in Tropicalism da micro telescopi traduce gesti d’intimità meditativa. Questi all over livellano il psicografico Le Bateau Ivre del berlinese Wols da icona nautica a lisca ittica martoriata di croci; disillusione del pennello, lo scafo s’identifica microfono spasmodico di tensione nervosa. Sulla sua scorta anche Mathieu spreme direttamente i tubetti usati alla maniera dei pastelli per scoraggiare lo zampino ragionato e agevolare l’istinto che deve prevalere nella battaglia I Capetingi ovunque, trincea reciproca fra pittore e tela.  Un affronto pirotecnico della performance decorativa assicura l’esibizione in compagnia di sparuti curiosi. Spettacolare, il collega Fautrier intonaca a spatola strati ostetrici di colla e bianco, vi precipita polvere variopinta che origina bassorilievi sensuali sull’onda delle bagnanti di Renoir. Raggiunta la maturità, i cadaveri degli internati dalle S.S. che tentano di avvicinarsi al filo spinato per restarne folgorati alterano la macabra giostra di carne e panna acide; resesi sfuocature nauseabonde di feti e torsi si trasfigurano lastre maniacali da anatomopatologo. L’allergia refrattaria per le accademie consente il divorzio dai legami tradizionali alla pari di paranoidi o fanciulli che marinano aule e sollevano dai pugnetti poietiche chimere. È così che L’Art Brut di Dubuffet esemplifica sinonimi orfani di linearità consequenziali. Paul Klee e l’antirazionalismo di Rousseau sommati a viaggi sahariani accostano i risultati alla ritualità primaria del culto infantile per la vita: gessi, graniti combinati alla tecnica ad olio nuotano ludici nel cavalletto mai austero fra astrazione e figura. Credenziale di successo si rivela la serie dedicata ai nudi femminili: il busto massiccio di Dea madre s’immola idolo di fertilità primigenia quando, incrociate le visiere freniche della grottesca Mucca con il naso sottile, impersona assurdo un mimo alla Ionesco. Al teatro del paragone, s’ascrivono sipario calante Mishima e il San Sebastiano di Guido Reni, la virilità intellettuale e il martire ieratico trafitto nell’esasperazione gay d’un pessimismo edonistico. Conscio d’instabilità esistenziali esibisce all’estasi mediatica il seppuku contro un patto demo occidentalista reo d’abiure a favore della demilitarizzazione valoriale.

Cinguettii rotti attorno al vivaio delle siepi di tasso corteggiano in quest’ora il gelso centenario della proprietà, crepitano piante da agraria o rubate nei campi per saggiare un vialetto d’irrivelabile frescura brossure sapienziale. Allora, mente attenta su opuscoli d’esperti, seleziona piantine nel periodo vegetativo migliore o durante la stasi con adeguato riposo, poi decide per la composizione.

La parentela dell’anfibio che ritira i cerchi di pc per rintanarsi sul Salva d’un magnetico click con suo cugino, epicentro nel vetroresina della cisterna, conferma che gli organismi autoctoni crescono solo all’aperto, altri o famiglie arboree, importate in latitudini temperate, richiedono scrupolose premure.

In giardino o veranda, lo scopo millenario della coltivazione Bonsai è creare un catalogo mignon e atavico di natura nei groppi coriacei. Geneticamente nessuna pianta è nana, ogni esemplare può esser sfruttato per la coltura; la fisioterapia nei deboli millesimi delle sue squame di drago lo annovera baluardo universale. Pinzatura di gemme, il potare e la filatura con dosaggi meticolosi di concime s’adoperano nel limite e stimolo del fitness, facili per alberi a foglie ipotrofiche rugano il lifting dell’età. Alla luce delle perizie, ogni colonna di tronco e rami che aneli fusto legnoso va posta in vaso per ridurle sviluppi radicali di sorbire eccessivo nutrimento.

Mantenuti in periodica postura i miei macisti irrobustiscono polsi venosi, su chiome bifide saettano atletici tra le forbicine d’un pollice ginnasta.

Michele Rossitti

                                                                                   

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