Dario Accolla “Omofobia, bullismo e linguaggio giovanile”, Villaggio Maori Edizioni – 2015

Omofobia Seconda EdizioneI casi di cronaca degli ultimi dieci anni registrano un’impennata di aggressioni, attacchi alle associazioni per i diritti delle persone LGBT, suicidi di giovani omosessuali, discorsi d’odio pronunciati da politici, esponenti della chiesa, personaggi del mondo dello sport e dello spettacolo. Dalla «pulizia etnica contro i culattoni» auspicata da Giancarlo Gentilini nel 2007, allora prosindaco leghista di Treviso, al «froci in squadra? Meglio di no» di Antonio Cassano, nel 2012 ai campionati europei di calcio, passando per le tragiche morti di studenti irrisi per la loro presunta omosessualità, questo è il contesto socio-culturale nel quale sono immerse le giovani generazioni dell’Italia di oggi. Omofobia e transfobia fanno parte di una sub-cultura di massa, dentro la quale impariamo a priori a giudicare la vita di milioni di esseri umani che hanno la “colpa” di non essere individui che si innamorano o provano attrazione fisica per altri di sesso opposto. Il veicolo primario di questo complesso di pregiudizi, stereotipi e diffidenze è proprio il linguaggio. Il gay, nello specifico, diventa una sorta di uomo nero e clown allo stesso tempo: qualcosa di cui avere paura quando se ne parla e qualcuno da deridere pubblicamente quando ci si trova di fronte alla sua esistenza reale o, peggio ancora, presunta. Scopo di questo lavoro è analizzare in quali forme si verifica il processo di “costruzione linguistica del diverso”, in uno dei luoghi nevralgici della formazione dell’identità di ognuno/a di noi: la scuola. Tale costruzione parte da secoli e secoli di pregiudizi scaturiti da motivazioni di tipo antropologico, culturale o religioso. Contrariamente ad altre categorie discriminate, come ad esempio neri o ebrei o più recentemente i rom, gli appartenenti a quella che chiameremo alternatamente gay community, comunità LGBT o “popolo arcobaleno” non sono fisicamente distinguibili – ad eccezione delle persone trans e sebbene la discordanza con il genere di appartenenza (mascolinità per le donne effeminatezza per i maschi) sia considerata un indizio di omosessualità – per cui si disprezza una categoria sociale prima ancora di (ri)conoscerla. La peculiarità delle forme di odio e sospetto verso omosessuali e transessuali merita, perciò, nelle pagine seguenti un’attenta trattazione a cui si dedicherà il primo capitolo per poi vedere, nel secondo, quali forme questi sentimenti assumono nelle interazioni giovanili, analizzando origini e dinamiche del bullismo e soffermandosi sulla tipicità di quello omo-transfobico. I capitoli successivi (dal terzo al quinto) si focalizzeranno, invece, sul linguaggio cominciando con una panoramica su quegli usi giovanili in cui si innesta il discorso omo-transfobico. Si entra, quindi, nel vivo dell’indagine proposta a un gruppo selezionato, del quale si forniranno i dati socio-culturali e un’interpretazione critica degli elementi raccolti e analizzati. Negli ultimi capitoli, infine, analizzeremo le azioni di contenimento e superamento dello stigma contro gay, lesbiche e trans e si faranno le valutazioni finali sul lavoro svolto. Occorre, inoltre, fare alcune precisazioni sulle scelte linguistiche adoperate in queste pagine riguardo alcune categorie specifiche, come la sigla “LGBT” e l’uso alterno delle parole “omofobia” e “transfobia”. Per la prima questione, preferisco utilizzare la sigla ridotta e non quella più lunga che comprende le categorie di queer e intersessuali solo per una maggiore leggibilità del testo. Mi rendo conto che queste categorie subiscono trattamenti sicuramente odiosi e peculiari, ma è anche vero che nella percezione giovanile il fenomeno delle sessualità non normative – quelle cioè che non vengono riconosciute come tradizionali e legittime – si riduce prevalentemente alla valutazione negativa dell’omosessualità, almeno nel contesto scolastico, alla quale vengono ricollocate più facilmente anche le persone trans. Per tale ragione a volte si usa il termine “omofobia” in un contesto più globale, che include le altre forme di discriminazione e si accenna alla transfobia quando il contesto lo richiede. Un’ultima precisazione va fatta sulla natura della ricerca e su quelli che potrebbero apparire come i suoi limiti. La sua finalità è quella di vedere in che modo il discorso sociale contro le persone LGBT si coniuga con gli usi giovanili. È quindi uno studio prevalentemente linguistico, che si servirà di alcuni dati statistici per porre in luce alcuni fenomeni e lasciarne in ombra altri, che con gli scopi prefissati nell’indagine poco c’entrano. Sarebbe interessante, a tal punto, approfondire le percentuali e i dati quantitativi di alcuni fatti incontrati come ad esempio il grado di repulsione in base al genere di appartenenza, le forme di omofobia interiorizzata dentro la parte omosessuale e transessuale del campione, stilare quadri sinottici su scala regionale e territoriale e via dicendo. Questo studio, tuttavia, non vuole fornire un focus così dettagliato su questi aspetti, ma indagare sulle realizzazioni linguistiche e le forme di narrazione del “diverso”, lasciando agli studi sociologici la facoltà di approfondire certe tematiche, sicuramente importanti.

(Introduzione, pp 7-10)

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