Rispolverare i classici: tre epigrammi di Callimaco di Cirene

Callimaco-nascita-morte

Callimaco di Cirene (III sec. a.C.) fu il maggior rappresentante della poesia alessandrina. Lavorò alla Biblioteca e al Museo di Alessandria e fu poeta alla corte di Tolomeo II. Propugnò, contro l’epica omerica, l’epillio, piccolo poema epico a carattere erudito. Della sua opera poetica, tranne gli Epigrammi e gli Inni, ci avanzano scarsi frammenti. Tra le elegie è famosa la Chioma di Berenice, tradotta da Catullo e dal Foscolo. Tra le altre opere, le Tavole, Ecale, Aitia, Giambi.

 

V – 146

Sono quattro le Grazie.
Ora alle antiche tre se n’è giunta
un’altra, formata da poco, fresca
ancora di profumi: la splendente
Berenice, più ammirata di tutte.
Ora senza di lei
le Grazie non sarebbero più Grazie.

VII – 80

O tu che passi davanti alla mia
tomba, sappi che sono figlio e padre
di un Callimaco di Cirene. Tu
forse conoscerai l’uno e l’altro. Uno
guidò gli eserciti della sua patria
e l’altro modulò canti più forti
dell’invidia. Nessuna meraviglia:
le Muse non ignorano, da vecchi,
gli amici che guardarono ragazzi
con occhio benevolo.

XII – 43

Non amo la poesia comune e odio
la strada aperta a chiunque.
Odio un amante goduto da tutti
e non bevo a una pubblica fontana.
Odio ogni cosa divisa con altri.
Certo, Lisània è bello! Bello! E ancora
non l’ho detto che un’eco già ripete:
” E’ anche d’un altro”.

(traduzione di Salvatore Quasimodo)

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5 commenti
  1. Callimaco, raffinato poeta alessandrino di Cirene, vissuto nel III sec. a. C., rinnovò la poesia greca con la sua dichiarazione di poetica “mega biblion mega kakon”, cioè “un libro grosso è un grosso malanno”, polemizzando contro i lunghissimi poemi omerici e simili a favore degli epigrammi e di brevi poemetti, denominati “epilli”, la cui caratteristica doveva essere la ricerca culturale ed erudita, l’efficace brevità e concisione espressiva, il meticoloso “labor limae” per ottenere la perfezione stilistica e l’originalità rispetto agli altri poeti.
    Lo dimostra chiaramente nel terzo degli epigrammi proposti, affermando: ” Non amo la poesia comune e odio / la strada aperta a chiunque”. Questa eredità poetica passò ai poeti latini Ennio, ma soprattutto a Catullo e ai Neoteroi, a Virgilio, a Tibullo, a Properzio. Alla bellissima Berenice, sposa del re Tolomeo, Callimaco dedicò non solo l’epillio mitologico “La chioma di Berenice”, tradotto da Catullo e dal Foscolo, amanti dell’alessandrinismo, ma anche il primo di questi epigrammi in cui la paragona alle Grazie che con lei divengono quattro. E’ evidente la “brevitas” elegante del poetare callimacheo.
    Una creazione tipica degli Alessandrini, tra i primi Callimaco, è l’epitaffio per amici, parenti, persino animaletti amati. In quello qui proposto, dal tumulo si leva una voce (Edgar Lee Masters fu amantissimo di questi epitaffi) che presenta il sepolto dicendo che è “figlio e padre / di un Callimaco di Cirene”. E’ palese l’orgoglio di Callimaco, amato dalla Musa fin da ragazzo e da lei ispirato nella composizione delle sue poesie raffinate.
    La splendida traduzione di Salvatore Quasimodo onora la raffinatezza ed eleganza di Callimaco.
    Lode a Luciano Nota per questa proposta di vera poesia immortale.
    .
    Giorgina Busca Gernetti

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