La paura per la libertà. Così nacque il Cristo si è fermato a Eboli, di Giovanni Caserta

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Una parentesi quasi oscura, avvolta in un alone di mistero,  rimaneva la permanenza di Carlo Levi a Firenze. La cosa pesava particolarmente, considerato che a quei mesi di forzato isolamento, tra l’inverno del 1943 e l’aprile del 1945, avvenne che egli scrivesse il Cristo si è fermato a Eboli. Solo a frammenti si veniva a sapere che egli fu accolto in casa da una certa signora Anna Maria Ichino, che, molto coraggiosamente, si era data la pena di prendere sotto la sua protezione i perseguitati dai tedeschi e dai fascisti. Qualche altra notizia si riusciva a raccogliere circa i tempi e i modi della stesura del capolavoro leviano. Da qualche altra fonte si riusciva a sapere che il manoscritto, steso a matita, stranamente era finito in America, per atto di vendita della Ichino. Erano, insomma, notizie abbastanza confuse e frastagliate, che non si riusciva a ricucire in modo organico e chiaro. Vi ha provveduto Nicola Coccia, che, in questi giorni, pubblica un volume  dal titolo L’arse argille consolerai, Pisa, edizioni ETS.

Il titolo è tratto da una poesia di Carlo Levi, che è stato la ragione prima della ricerca e del libro. Nicola Coccia è un giornalista, che ha cominciato  come collaboratore dell’”Avanti“ nel 1966. Ha poi lavorato nella redazione fiorentina del “Lavoro” di Genova, diretto da Sandro Pertini. Arrivò quindi alla “Nazione”. Fiorentino, egli conosce tutto della sua città, particolarmente affascinato dalle giornate, tragiche ed esaltanti nello stesso tempo, della Resistenza fiorentina e dei suoi eroi partigiani. Il volume è, perciò, innanzitutto una larga e articolata cronaca di quelle giornate, e anzi settimane. Vi compaiono tutti i personaggi storici, e non storici, con il loro coraggio e amore per la democrazia. Noi che avevamo subito il fascino di Pratolini e della movimentata ricostruzione letteraria della guerriglia cittadina attraverso il romanzo Cronache di poveri amanti, abbiamo finalmente riempito la “favola” con la storia. Sfilano, nelle pagine di Nicola Coccia, nomi come quelli di  Manlio Cancogni, Leone Ginzburg, Carlo Cassola, Vasco Pratolini, Adriano Olivetti, Aldo Garosci e numerosi altri. E compare Umberto Saba con  Linuccia Saba e con Paola Olivetti, due delle donne amate da Carlo Levi. Anche di Anna Maria Ichino, in verità, nei mesi in cui fu rifugiato da lei, Carlo Levi diventò l’amante, benché la Ichino avesse già un bambino di pochi mesi, avuto da altro uomo.4494

Il racconto di Nicola Coccia, che si svolge rapido così come dev’essere una cronaca giornalistica, parte da Aliano, sede di confino di Levi. Ad Aliano Levi è sepolto; ad Aliano è legata la sua grande fortuna di scrittore e di intellettuale. Il racconto si chiude a Firenze, dopo l’esperienza del confino, il grande evento-rivelazione della sua vita, in cui è racchiusa tutta la sua fortuna di personaggio tra i più importanti della cultura e della intellettualità italiana, tra primo e secondo Novecento. Il confino aveva fatto sì che, nella realtà di Alano, egli si ritrovasse e si riconoscesse nella profondità del suo essere. Quella esperienza trasferì nel libro-saggio Cristo si è fermato a Eboli, su sollecitazione e quasi forzatura di Manlio Cancogni. Scriveva con la matita, strumento più fluido, più lieve e più continuo della penna. Anna Maria Ichino ribatteva i capitoli a macchina. Intorno scorrazzavano i tedeschi, i fascisti  e urlavano le vittime. Era un clima di paura.; Levi viveva chiuso in una stanza, in un mondo chiuso. C’era la condizione per scrivere. Lo avrebbe detto. Per scrivere aveva bisogno di prendere le distanze dalla cronaca e dalla storia. Aveva bisogno, cioè, di una atmosfera ovattata, calda, cullante, come nel liquido amniotico. Solo così riusciva a mettersi in contatto col profondo, che è al di qua o al di là della storia e delle vicende umane, segnate dall’orologio.  Doveva vivere isolato come erano isolati i suoi contadini di Aliano. Viene da dire che, senza la paura per la propria libertà, che lo teneva chiuso e solo, e senza  una donna che l’accudiva e maternamente ne curava la salvezza, forse non sarebbe nato il Cristo si è fermato a Eboli.

Giovanni Caserta

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