Nel 750° della nascita di Dante: E se licito m’è, o sommo Giove, […] son li giusti occhi tuoi rivolti altrove? (Purgatorio, VI, vv. 118-120), di Giovanni Caserta

Dante-Alighieri-300x234Come è noto, ogni canto sesto della Divina Commedia fu da Dante dedicato alla questione politica, e, in particolare, allo status politico del tempo, visto nelle diverse articolazioni territoriali. Il canto VI dell’Inferno fu dedicato alla condizione di Firenze; alla condizione dell’Italia, invece, fu dedicato il canto VI del Purgatorio; alla condizione dell’Impero, e quindi dell’Europa, fu infine dedicato il canto VI del Paradiso. Come si vede, a mano a mano che si sale dall’Inferno al Paradiso, l’orizzonte si allarga, fino a diventare imperiale, cioè europeo e, per quel tempo, universale.

Il canto VI del Purgatorio trova Dante ancora nell’Antipurgatorio, nel momento in cui si avvia verso la porta del Purgatorio. Ad accompagnarlo nel cammino è, per un certo tratto di strada, una folla di morti per violenza, immagine dell’Italia del tempo, che, rosa da bestiali lotte interne, fu costellata da orribili fatti di sangue. Tutti gli spiriti fanno ressa, costituendo una “turba spessa”, cioè confusa e senza regole. Ognuno di essi chiede a Dante di essere ricordato in terra, nella speranza che parenti ed amici possano pregare per loro, accorciando, in tal modo, la loro permanenza in Purgatorio, per loro particolarmente lunga, essendo distinta in due fasi. C’è una prima fase di permanenza nell’Antipurgatorio, che è periodo di attesa prima di entrare nel Purgatorio vero e proprio, ove cominceranno il loro vero ciclo di purificazione; e c’è la permanenza nel Purgatorio. Nell’Antipurgatorio rimarranno tutto il tempo della loro vita, secondo la legge del contrappasso, la quale vuole che, come per pentirsi hanno atteso l’ultimo momento della loro vita, così, prima di entrare nel Purgatorio, devono attendere lo stesso periodo di tempo. E’ la regola generale, ancorché diversa nel caso di coloro che, come Manfredi, sono morti in contumacia di Santa Madre Chiesa, cioè in stato di scomunica. Per costoro, infatti, il periodo di permanenza dura trenta volte il tempo della loro scomunica.

La  folla che preme su Dante e Virgilio, tuttavia, mentre è fotografia dell’Italia e del mondo in genere, è anche occasione perché Dante dia sfogo alla sua rabbia e al suo disgusto, cui si accompagna un feroce monito ai responsabili della vita politica. All’inizio, in verità, non ci sono parole, ma scene, immagini e fatti. L’immagine della concordia e dell’amore è data attraverso una ingegnosa trovata. Virgilio, che, per essere poco pratico del luogo, nel Purgatorio si muove sempre un po’ a disagio, chiede della strada da percorrere ad un’anima severa, pensosa e silenziosa, che, con sussiegoso e malinconico  distacco, osserva quanto gli si muove intorno. E’ Sordello da Goito, poeta provenzale vissuto prima di Dante, che, in vita, inorridito dallo spettacolo di disordine e confusione che gli regnava intorno, aveva scritto un Lamento in morte di Ser Blacatz.  Era dedicato ad un nobile e generoso signore provenzale, Ser Blacatz, che fu luminosa eccezione nella realtà del tempo. Sordello, significativamente, invita i signori a mangiarne parte del cuore, sì da ereditarne coraggio e nobiltà.

E’ curioso notare come Sordello da Goito, nelle vicende politiche di quegli anni, si schierasse con Carlo d’Angiò. Disceso in Italia con Carlo d’Angiò, a Benevento, combatté contro Manfredi, ghibellino, da Dante tanto ammirato e appena incontrato nell’Antipurgatorio. Ma come sempre, anche in questo caso, più che le azioni compiute e le scelte operate,  contano, per Dante,  le intenzioni morali. L’operazione è stata fatta per Catone l’Uticense ed è stata fatta per lo stesso Manfredi. Sordello da Goito, indipendentemente dalla sua collocazione politica, è, infatti, un uomo che, preoccupato per le condizioni in cui versava la società del suo tempo, non ha esitato a lanciare i suoi strali e il suo nobile appello alla moralità, con ciò non discostandosi da Dante. Può interessare invece, in tale contesto, che, persino in Lucania Basilicata si avvertiva la tragedia di quegli anni. E’ vero, infatti,  che Potenza veniva rasa al suolo proprio da Carlo d’Angiò, ed è vero  che, sulla distruzione di Potenza e, in genere, sui disastri della guerra, in perfetta sintonia con Sordello da Goito, Eustachio da Matera, un giudice, scriveva un Planctus Italiae , cioè un “pianto” dell’Italia e per l’Italia.

E’ a Sordello da Goito, dunque, che si rivolge Virgilio, per chiedere notizie sulla via da percorrere. E’ stato attratto e rassicurato dalla sua faccia altera e disdegnosa, e dal muoversi lento e onesto dei suoi occhi. Come persona sicura di sé, che sa stare al di sopra delle parti per  cogliere torti e ragioni di tutti, Sordello si limita a guardare, anzi a sogguardare i due strani personaggi che gli passano davanti. Notevole è la similitudine con il leone che, sicuro della sua superiorità, e della sua immunità rispetto alla vita confusa che si svolge nella foresta, posa e riposa, guardando come assente, da vero re. Virgilio, forse anche un po’suggestionato da tanta severità e solennità, gli si accosta da solo, quasi timidamente. Ma Sordello non sente nemmeno la sua domanda, tanto è assorto e tanto è fisso nel pensiero di un mondo che va  in rovina. E’ l’unica cosa che lo preoccupa. Perciò, alla domanda risponde ponendo un’altra domanda. Vuol sapere da dove vengono mai quei due strani personaggi. E vuol saperlo, curioso di vedere quanto di male portano dal mondo, magari dalla loro città. Virgilio, allora, riesce appena a dire “Mantova…”. Probabilmente, secondo la maggior parte dei commentatori, voleva dire “Mantova mi generò”; ma non finisce la frase, perché Sordello, in risposta ai tanti odi che rovinavano la “sua” Italia, sente di trovarsi di fronte ad un corregionale, anzi connazionale, un fratello, o quasi. Perciò, con grande trasporto, senza nulla voler sapere di più, “surse del loco ove pria stava”, e, come di corsa, va incontro a Virgilio, gridando festoso: “Io son Sordello / della tua terra” (Purgatorio, VI, vv. 73-75 ). E l’un l’altro abbracciava.

La scena è occasione perché, da quella imprevista manifestazione d’affetto e slancio nazionale, scaturisca prima la scintilla e, poi, la fiammata di una delle più forti invettive politiche di cui è piena la Divina Commedia. Con rapida impennata, infatti, Dante va su altro tono, decisamente alto, così esplodendo: “Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta, / non donna di provincie, ma bordello!” (Purgatorio, VI, vv. 76-78 ). Quindi, facendo uso della personificazione, e rivolgendosi all’Italia come a persona viva, la invita a guardarsi intorno e dentro, e ad osservare il triste spettacolo di cittadini che, pur cinti dalle stesse mura, sono l’un contro l’altro armato. Non è che Dante, con anticipo di sei secoli, pensi ad una Italia, Stato indipendente. Nella sua visione politica, infatti, c’è solo l’Impero e, quindi, l’Europa, che, sotto la regia dell’imperatore, ne amministra le provincie. L’Italia, per l’appunto, non è immaginata come uno Stato indipendente, ma come  provincia e, tra le provincie, la signora, essendo pur sempre la terra in cui c’è Roma e il papale ammanto.

L’Europa o Impero, in questa ottica, non è se non il supremo organo istituzionale, che dovrebbe sovrintendere e garantire la pace e la legalità, provincia per provincia. Il problema quindi è amministrativo e di leggi generali che, valide, siano da rispettare e fatte rigorosamente rispettare in ogni provincia. Tale è il compito dell’imperatore. Purtroppo, a questo dovere l’imperatore ormai più non attende. Ci sono leggi valide, certo, già dal tempo di Giustiniano, che, ordinando il corpus iuris, dette solida costituzione  all’Impero. Il problema è che quelle leggi sono disattese, essendo l’imperatore debole e, per di più, interessato solo alla vita della Germania, sua patria, ove risiede. Di qui un consequenziale attacco ad Alberto imperatore, da Dante definito, spregiativamente, “tedesco”.  Segue un feroce e minaccioso augurio: “ O Alberto tedesco ch’abbandoni / costei [l’Italia] ch’è fatta indomita e selvaggia, / e dovresti inforcar li suoi arcioni, // giusto giudicio dalle stelle caggia / sovra ‘l tuo sangue, e sia novo e aperto, / tal che ‘l tuo successor temenza n’aggia!” (Purgatorio, VI, vv. 97-102 ). E’ una invettiva che, ormai, si associa alla maledizione.

L’augurio, in realtà, era nei fatti, perché, nel 1307, Alberto aveva dovuto assistere alla morte del figlio; lui stesso, quindi, l’anno successivo, nel 1308, era venuto meno di morte tragica, per assassinio. Dante, che scriveva dopo il 1308, sapeva tutto. Né deve meravigliare tanto vigore, fino alla maledizione. Non bisogna dimenticare che Dante, come i suoi contemporanei,  aveva una visione teocentrica e provvidenziale della storia. Tutto, cioè, era regolato da Dio, che la sua volontà esercitava attraverso i cieli. Lo stesso Impero, secondo Dante, era stato disegno divino, premessa  alla costituzione e istituzione della Chiesa Romana. Purtroppo, a tramare contro l’imperatore e, quindi, a peggiorare la situazione, ci si  era messa proprio la Chiesa Romana, che, anziché esser devota, cioè fedele alla sua funzione spirituale, e lasciare mano libera all’imperatore, pretendeva di sostituirlo,  senza averne, peraltro, la forza. A guidare l’Impero, paragonato ad un cavallo inquieto, infatti, ci vuole la pressione degli speroni e, quindi, un  cavaliere che monti in sella. La Chiesa, invece, pretendeva di guidarlo per la cavezza, tirandolo come a guinzaglio.

I risultati di tanto disordine e confusione erano evidenti. Bastava guardarsi intorno. In quattro terzine, tutte inizianti con l’imperativo “vieni”, e dicendolo “crudele” e “senza cura” , Dante preme sull’imperatore Alberto, invitandolo ad un viaggio in Italia: “Vieni a veder – dice – Montecchi e Cappelletti, / Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura: / color già tristi, e questi con sospetti! // Vien, crudel, e vedi  la pressura / de’ tuoi gentili, e cura lor magagne: / e vedrai Santafior com’è oscura! // Vien a veder la tua Roma che piagne / vedova sola, e dì e notte chiama: / Cesare mio, perché non m’accompagne? // Vieni a veder la gente quanto s’ama! / E se nulla di noi  pietà ti move, / a vergognar ti vien della tua  fama!”. Né basta. Al limite della bestemmia e del sacrilegio, Dante, rivolgendosi direttamente a Dio, e, chiamandolo scandalosamente “Giove”, gli chiede se, per caso, gli occhi suoi non siano rivolti altrove, verso un progetto più generale, di cui all’uomo sono nascosti fini e termini. E’ infatti incomprensibile e assurdo che “le città d’Italia tutte piene / son di tiranni, e un Marcel  diventa / ogni villan che parteggiando viene” (Purgatorio, VI, vv. 124-126). Dov’è Dio?

 Al limite del sarcastico è anche la conclusione del canto, che, come spesso accade in Dante, si focalizza e concentra sulla condizione di Firenze, ben presente e ben dolorosa per lui. Usando, al posto dell’invettiva, l’arma della ironia, anzi, come si è detto, del sarcasmo, chiama beata Firenze, che, in tanto  sconquasso, è la sola a godere di buone leggi e ordine civile.  A Firenze, infatti,  tutto è in regola, grazie ad un popolo che ben si adopera. Sono  molti, infatti, a Firenze, quelli che si intendono e parlano di giustizia, pensosi delle sorti della città. Si direbbe che Atene e Sparta, quanto a buone leggi, fecero ben poco rispetto a Firenze. Quindi, giocando sul doppio significato di “sottile”, che può avere il senso di “particolarmente intelligente e ben studiato”, ma anche di “fragile e facile alla rottura”, Dante può dire che, a Firenze, i provvedimenti sono tanto sottili , “ch’ a mezzo novembre / non giugne quel che d’ottobre” si fila (Purgatorio, VI, vv. 142-144). Di qui gli innumerevoli mutamenti di ordinamenti, che altro non significano se non profondo disagio e malessere, con incapacità di trovare la posizione giusta. “Quante volte – dice Dante, rivolgendosi alla sua città – quante volte, del tempo che rimembre, / legge, moneta, officio e costume / hai tu mutato e rinovate membre! // E se ben ti ricordi e vedi lume, / vedrai te somigliante a quell’inferma / che non può trovar posa in su le piume, / ma con dar volta suo dolore scherma” (Purgatorio, VI, vv. 145-151).

Cambiare di posto, infatti, mentre è di per sé segno di esistente sofferenza, è creazione di altro malessere, se non si studia bene la nuova posizione, ovvero qualora le riforme siano affidate ad improvvisatori e avventurieri, che ritengono il cambiamento, di per sé, un miglioramento. Come non pensare alle smanie riformistiche del nostro tempo? Così, di pasticcio in pasticcio, si eliminano i Senati e le Province, si cambiano le Costituzioni, e si portano le nazioni alla rovina. Nella confusione nascono sindaci improvvisati e dalle idee confuse, spesso maramaldi. Mai come oggi, infatti, in una Italia senza ideologie e rissosa, “un Marcel diventa / ogni villan che parteggiando viene”.  S’io dico il ver –  scrisse Dante -, l’effetto nol nasconde” (Purgatorio, VI, v. 38 ). Noi, a distanza di sette secoli, con lui amaramente sottoscriviamo.

Giovanni Caserta

 

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