I quattro ritratti di Dante Maffia, di Francesco M.T. Tarantino

DIFFIDARE-DALLE-IMITAZIONI-DANTE-MAFFIA1In alcuni paesi della Calabria si dice che per conoscere bene una persona bisogna consumare insieme almeno tre sfornate di pane, se non sette. Le sfornate d’un tempo, cioè di quando le donne mettevano a cuocere nel forno a legna quei bei pani di due tre chili che uscivano croccanti e profumati.  Con Dante Maffia, con cui ho il piacere e il privilegio, da qualche anno, di condividere viaggi ed esperienze comuni, credo di avere ormai consumato parecchie sfornate di pane, non so quante, ma sufficienti ormai a poter dire qualcosa di lui, di come si comporta, agisce, lavora, pensa. Un vulcano. Lo so, è stato già detto e ridetto, ma la constatazione vale a ribadire e a confermare la verità. Dorme poco o niente, durante la notte legge, prende appunti, progetta. “Sono ore proficue”, dice, “perché il silenzio aiuta la meditazione e la concentrazione”. Ma poi è facile vederlo concentrato in mezzo alla folla, dentro la baldoria di una stazione o di una fiera. Mi sono reso conto che il ritratto che di lui ci ha regalato Francesco Perri risponde a sacrosanta verità: non sosta mai, e non gli sfugge mai nulla. Riesce ad osservare contemporaneamente mille cose e poi ricordarsele. Sì, la sua memoria è prodigiosa, non solo ricorda migliaia e migliaia di versi, di opere di poesia e di critica, ma anche una infinità di fatti quotidiani, a cominciare da quelli della sua infanzia e a finire ai più recenti. Dai miei calcoli, riesce a leggere almeno un libro al giorno, se non di più, e a scrivere con una passione che è pari soltanto a quella degli innamorati quando scoprono l’oggetto del loro amore. Dante Maffia lo scopre ogni giorno, con dilatazioni che a volte sembrano incredibili: pare che sia sempre al suo primo impatto con la poesia, con la letteratura: la sua sete di imparare è costante e avida, il suo atteggiamento quello di chi è sempre sull’uscio di una biblioteca incantata e spera di trovare il gioiello di parole capaci di illuminare il mondo. Per molti aspetti è un bambino ricco di tenerezza, di desideri, di incanti. Basta niente per portarlo nelle emozioni più intense e più grandi: un’alba, un tramonto, un libro ancora da leggere, due occhi di bella ragazza, un piatto di pasta al pomodoro. Pur avendo pranzato e cenato con lui ormai centinaia di volte non sono riuscito comunque a stabilire qual è la sua pietanza preferita. Mangia come se non avesse visto cibo da giorni, è ingordo, ha il piacere dei sapori forti, se si esclude la besciamella comunque mangia di tutto. E legge di tutto con una curiosità insolita, riportando poi ogni lettura, ogni pagina sempre alla letteratura, alla poesia.  Ho letto quasi tutte le sue opere, in versi e in prosa, e ho cercato di stabilire un rapporto tra come si muove, come si comporta e come scrive. C’è, direi, una perfetta simbiosi, una uguale alchimia, un medesimo modo fatto di grazia, di forza, di convinzione. Dante Maffia non è uomo che passa dentro le cose senza accorgersene, distrattamente. Ha la consapevolezza del suo fare ed è per questo che sta attento a tutto, come lui dice, “se ci si distrae dal vivere si rischia di inghiottire rospi e di calpestare le formiche”. Ha della vita il senso della sacralità ed è lui stesso ogni volta a viverla e a sentirla come dono che però non tiene per sé. Gli ho dedicato un poemetto ispirato soprattutto dai suoi ultimi due libri di poesia, Io, poema totale della dissolvenza e Il poeta e la farfalla nei quali trovo il senso totale della poesia fuso attraverso i millenni e ridato al lettore con le asprezze e le sintonie personali. Opere colossali, che se venissero lette con la dovuta attenzione, diventerebbero lievito necessario per comprendere molte cose dell’essenza umana.  Il carattere di Dante Maffia ha qualcosa che ricorda certe figure emblematiche della storia. Non faccio nomi per non sembrare esagerato, ma mi viene facile dire che è capace di usare la sferza e la dolcezza con la stessa forza al momento opportuno. E’ il parere anche di altri amici e amiche che sono testimoni del suo essere disponibile in assoluto e del suo rinserrarsi quando avverte la slealtà, la malafede, il malanimo, la lordura morale. E’ forse questa la ragione per la quale o lo si ama o lo si odia. Non lo si teme mai, tanto è vero che, ho potuto constatarlo di persona, vecchi e ragazzi gli danno del tu e lo chiamano per nome, perfino gli ex alunni, la gente semplice, gli operai, gli impiegati, gli spazzini.  Non assume mai atteggiamenti sussiegosi, vive la letteratura e i riconoscimenti che non gli mancano, come un altro vive la quotidianità del suo lavoro. No, non per indifferenza, ma perché li sente come un dono da condividere con chi gli sta accanto. Volevo scrivere una sorta di ritratto di questo scrittore che sento fratello d’anima e che ho imparato a rispettare per come agisce nei rapporti d’ogni giorno, ma forse ho appena adombrato alcuni aspetti del suo carattere e del suo modo di fare. E’ certo che seguirlo nella sua forsennata ricerca di scrittura che insegue l’assoluto è una bella avventura che mi rende privilegiato. A volte lo sento come chi entra nell’inferno e ne esce purificato, proprio così, altre volte come chi ha intravisto la verità e l’essenza divina e ne è arricchito e spaventato; altre ancora come un viandante che ha il tascapane vuoto e anela tuttavia a riempirlo di stelle anziché di pane. Un sognatore che sa riconoscere la concretezza dei sogni, un poeta che vive la poesia, come più volte ha confessato nelle numerose interviste che gli sono state fatte, come una fede, come la vera, grande religione del suo essere nella strada che va verso l’Infinito. Solo per un terzo è il protagonista di Auto da fe’ di Elias Canetti, per un altro terzo è Pedro Paramo di Juan Rulfo, per il restante terzo è Garabombo di Manuel Scorza. Ma sì, per il centesimo mancante è Gargantua di Rabelais.

Francesco M. T. Tarantino

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6 commenti
    • Andate, andate
      d’ogni lingua non vi curate:
      se non sapete
      perché scrivete?
      E’ forse nella fretta un qualche inciampo?
      Da questo ed altri indizi cerco scampo!

      P.S.
      Con tutto il rispetto dovuto agli abati

  1. Che smarrimento oltre lo smarrimento!
    Cado in un fosso e m’assopisco
    svegliandomi in un altro firmamento,
    mi scopro fesso e m’intristisco

    dinanzi a tanto ingegno del poeta
    che pensa sia apologia
    esporre un’immagine inconsueta
    di chi sa la diritta via.

    Abbasso il mio capo e m’allontano
    da tanta scienza evidenziata,
    ritiro dunque questa mia mano
    da una polemica sbagliata.

    P.S. Con la stima e gli auguri di sempre maggior successi: non sequitur.

  2. Tarantin, né tu ne io siam fessi!
    Dunque, non intristir nei fossi!

    Tesser troppe lodi d’un amico
    a me parrebbe mirarsi l’ombelico.

    La diritta via? Per quel che ancor vale
    non è scender e salir per l’altrui scale.

    P.s.
    Buone feste a te e a tutti/e.

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