Pasolini: morte di un poeta, di Guido Gerosa

001_idroscalo_ostiaIl poeta più impegnato, la coscienza dell’Italia degli anni Sessanta e Settanta, l’uomo più contestato, odiato e processato, che aveva denunciato le stragi, viene assassinato la notte di domenica 2 novembre 1975. Un delitto mai chiarito nella sua dinamica, che segna il decennio con la sua ottusa violenza e con il suo mistero. Il cadavere fu ritrovato in uno spiazzo a una ventina di metri da via dell’Idroscalo, la strada che da Ostia porta alla foce di Fiumara Grande. Tra baracche abitate solo nei giorni di festa, questo era un luogo di ritrovo di coppiette e di omosessuali. Un ragazzo di vita romano, Giuseppe Pelosi detto “Pino la Rana”, 17 anni, fu fermato nella notte dai carabinieri per guida pericolosa, poi in carcere confessò di essere l’omicida. Pasolini lo aveva “rimorchiato” dalle parti della stazione Termini, in una zona dove si riuniscono ragazzi dediti alla prostituzione, e in auto l’aveva portato a Ostia. Era sorto un aspro litigio sulla prestazione sessuale e “Pino la Rana” aveva barbaramente picchiato il “cliente” e lo aveva finito investendolo con l’auto. Ma a più di trentacinque anni dall’assassinio l’enigma rimane più aperto che mai. Probabilmente non ci fu un diverbio per un motivo sessuale occasionale, ma un agguato molto preciso. 002_Pino_PelosiE forse Pelosi non agì da solo. Secondo le ricostruzioni di chi ha indagato per anni sui caso e secondo il film di Marco Tullio Giordana, Pasolini. Un delitto italiano, contro il poeta avrebbe agito un commando di killer di destra desideroso di castigare l’intellettuale per le sue prese di posizione, molto ascoltate, per la sua battaglia combattuta sempre da una posizione indipendente, per il processo alla Democrazia Cristiana e allo strapotere dell’epoca. Il cadavere di Pasolini venne ritrovato in condizioni raccapriccianti, come mostravano le foto impietose pubblicate dall’Espresso. A terra era rimasto un anello d’oro con la pietra rossa. Si saprà poi che apparteneva all’assassino. La polizia seguì le numerose tracce di sangue fino al vicino campetto di calcio. Là erano stati abbandonati la camicia di Pasolini tutta macchiata di sangue, il giubbotto di pelle e un mazzo di chiavi. Ma nessuno aveva assistito al delitto. Era la notte della domenica e fari di auto sciabolavano nel buio novembrino. Quello era un luogo ideale per un crimine. Una landa desolata, popolata solo di baracche abusive.

IL LAMENTO FUNEBRE DEL POETA

Il viso informe del cadavere non consentiva il riconoscimento. Ma la chiave dell’identificazione – annota il cronista Fabrizio Carbone su Stampa sera di lunedì 3 novembre 1975 – venne dal giubbotto. All’interno si leggeva il nome Pasolini. Fu chiamato Ninetto Davoli, il migliore amico del poeta e interprete di molti suoi film, che ruppe in un pianto disperato. Alberto Moravia arrivò a Ostia atterrito: il cadavere dell’amico era lontano, già quasi all’obitorio. «È orribile, è orribile…», ripeteva meccanicamente l’autore de Gli Indifferenti ai giornalisti del TG che lo intervistavano con morbosità. Intanto si stringevano le maglie dell’indagine, nei termini ambigui che rimarranno poi invariati per decenni. Finiva arrestato Pino Pelosi. Due carabinieri in servizio di pattugliamento lo fermarono senza però associarlo al delitto. Il giovane procedeva contromano a gran velocità, in una strada di Ostia a senso unico, al volante dell’Alfa Gt grigia metallizzata di proprietà di Pasolini. Erano quasi le 2 di notte del 2 novembre. “Pino la Rana” era evidentemente sotto shock, procedeva in stato ipnotico. Non seppe dare spiegazioni, balbettò poche parole a difesa. Lo arrestarono per furto d’auto e guida senza patente. Poteva forse passarla liscia. Ma mentre lo trasportavano al carcere minorile di Casal del Marmo commise l’errore di lamentarsi con un carabiniere: «L’anello! Mi sono perso il mio anello! Era d’oro, con un rubino. Lasciate che vada a cercarlo, So dov’è. È un valore». Si scopre che l’auto è di Pasolini. Appena il corpo viene identificato, è chiaro il nesso tra il ragazzo di vita e il delitto. 003_La_RicottaPasolini negli ultimi tempi ha ricevuto innumerevoli minacce di morte. Ma, curiosamente, l’ipotesi della vendetta politica viene subito lasciata cadere e si punta con decisione sul delitto sessuale. Pelosi lo accredita con le sue ammissioni sgangherate e con il linguaggio da protagonista dei romanzi della vittima. Pasolini lo ha rimorchiato alla stazione alle 23. Si ricostruiscono con dovizia di particolari le ultime ore dello scrittore. È un film desolato, sordido e violento, in cui l’epopea della vita del poeta si mescola agli odori acri della squallida vita di borgata. Pasolini, 53 anni, è rientrato a Roma da Parigi il giovedì precedente. Il sabato sarà la sua ultima notte. Il più grande poeta e personaggio pubblico del decennio, l’uomo che per il clamore destato dai suoi interventi viene paragonato a “vati” come Carducci e D’Annunzio, è omosessuale e spesso incontra i ragazzi di vita negli angoli bui della Roma più equivoca. «Una follia. Metteva a rischio ogni notte la sua vita», racconta Ninetto Davoli. E proprio con Ninetto, Pasolini trascorre la sua ultima sera nel ristorante Il Pomodoro del quartiere San Lorenzo, la zona popolare nel sud di Roma. C’era la famigliola di Davoli al completo: moglie e due figli. Pasolini parla di sé, della sua arte e del film cui sta lavorando. È triste, affranto. «Ci parlò della grande violenza che ci circonda», ricorderà Davoli.
«Diceva che la vita nelle borgate non era più quella di una volta. Quei giovani si sono trasformati, non sono più genuini. Sono stati afferrati e corrotti dal turbine del capitalismo, dalla società dei consumi». In un’intervista rilasciata a Luigi Sommaruga per Il Messaggero del 9 giugno 1973 Pasolini infatti diceva: «Prima gli uomini e le donne delle borgate non sentivano nessun complesso di inferiorità per il fatto di non appartenere alla classe cosiddetta privilegiata. Sentivano l’ingiustizia della povertà, ma non avevano invidia del ricco, dell’agiato. Lo consideravano, anzi, quasi un essere inferiore, incapace d’aderire alla loro filosofia. Oggi, invece, sentono questo complesso d’inferiorità. Se osserva i giovani popolani vedrà che non cercano più d’imporsi per quello che essi sono, ma cercano invece di mimetizzarsi nel modello dello studente, addirittura si mettono gli occhiali, anche se non ne hanno bisogno, per avere un’aria da “classe superiore”».
Quella di Pasolini sui giornali e attraverso il cinema, specie negli ultimi anni di vita, è una critica durissima alla società italiana intera, che non fa sconti a nessuno: è considerato di sinistra, benché egli sia il primo ad accorgersi che le sue posizioni sono sempre più conservatrici e in un Paese come l’Italia, quando non è possibile etichettare gli intellettuali a destra o a sinistra, la loro voce è spesso ignorata. La severità degli Scritti corsari, una raccolta di articoli di attualità scritti tra il 1973 e il 1975 e pubblicati nell’anno della morte del poeta, racconta lo scandalo di uno scrittore solo contro la corruzione dei costumi italiani, nelle classi alte come nelle borgate. La sua è un’analisi emblematica, e alla vigilia della morte Ninetto Davoli lo sente pronunciare una frase agghiacciante: «È odiosa la gente. Venendo qui al ristorante ho sempre camminato a testa bassa, non volendo vedere in faccia nessuno. Vado a rileggermi la sceneggiatura».
Parlava probabilmente del film che avrebbe dovuto girare dopo Salò o le 120 giornate di Sodorna, rimasto in forma di trattamento e sceneggiatura, Pomo-Teo-Kolossal, che avrebbe avuto come protagonisti Eduardo De Filippo e Ninetto Davoli.

L’ITALIA PERDE LA SUA VOCE PIÙ PREZIOSA

PasoliniLa notte precedente all’assassinio, Pasolini scrive un testo che dovrebbe pronunciare al congresso radicale in quei primi giorni di novembre: «Bisogna lottare per la conservazione di tutte le forme, alterne e subalterne, di cultura. È ciò che avete fatto voi in tutti questi anni, specialmente negli ultimi. E siete riusciti a trovare forme alterne e subalterne di cultura dappertutto: al centro della città, e negli angoli più lontani, più morti, più infrequentabili. Non avete avuto alcun rispetto umano, nessuna falsa dignità, e non siete soggiaciuti ad alcun ricatto. Non avete avuto paura né di meretrici né di pubblicani, e neanche – ed è tutto dire – di fascisti». Nel libro (Le nostre storie sono i nostri orti, ma anche i nostri ghetti, Bompiani 2010) che celebra i suoi ottant’anni e la propria carriera politica, Marco Pannella ricorda che forse quell’intervento fu letto al congresso da Gianni Borgna, e descrive un rapporto con Pasolini assai più intenso di quanto non sia mai stato descritto, profondo come lo fu quello con Leonardo Sciascia (1921-1989), un altro intellettuale vicino ai radicali. Quello scritto per il congresso radicale era «un testo-testamento. Io lo dicevo da dieci giorni: Pasolini sta finendo di vivere e di scrivere l’ultima stazione del suo Golgota. Il quadro a me era chiaro. Lo dico tuttavia con una punta di rimpianto perché non mi ero reso conto di quanto, in fondo, io importassi a Pasolini. La sua scelta ce la raccontava tutti i giorni, a suo modo. Quando diceva che non si distinguevano più i “ragazzi del Circeo”, i fascisti assassini, dagli altri, da quelli che lui frequentava…(…) Gustavo Selva proprio la mattina del ritrovamento del corpo di Pasolini mi telefona e io, che ero a Firenze, dichiaro a quei microfoni: sono addolorato ma non sorpreso, addolorato perché in pochi abbiamo compreso che Pier Paolo ci annunciava appunto la sua ultima stazione».
Il processo contro Pelosi, la “Rana” che ha confessato l’omicidio con dovizia di particolari che hanno costituito la trama di film, libri, indagini e cronache, avverrà a porte chiuse, perché l’imputato è minorenne. Fin dal primo giorno si cerca di evitare la pista dell’assassinio politico. Esistono indizi e si riferisce di varie persone che nei giorni precedenti sono state udite accennare a una “punizione” del poeta scomodo. Alcuni testimoni parlano di due auto nella zona quella notte e di un gruppo di uomini che avrebbero spalleggiato Pelosi.

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6 novembre 1975 – I funerali di Pier Paolo Pasolini a Casarsa

Oriana Fallaci e Furio Colombo fanno inchieste di controinformazione, avanzando la tesi di un commando nero che ha teso l’agguato e soppresso il testimone pericoloso della vita italiana. Ma queste denunce sono lasciate cadere. Ninetto Davoli commenta: «In una società così violenta la morte di Pier Paolo era prevista». Quasi un contrappasso: il poeta dei ragazzi di vita è vittima di un borgataro. Furio Colombo, lo scrittore e giornalista, testimone della vita americana, aveva intervistato Pier Paolo Pasolini il pomeriggio di quel sabato fatale, alle 16 e 15, otto ore prima della morte, nella palazzina di via Eufrate all’EUR. Gli aveva detto il poeta: «Devo ammettere che c’è in me una grande contraddizione, la nostalgia ma anche il malessere». Colombo, come tutti, è ipnotizzato dall’intensità umana del poeta: «Pasolini abita nel suo maglione, nei suoi stivaletti, nelle ossa dure della sua faccia, nelle mani che apre e chiude inavvertitamente come per un esercizio, abita nel suo corpo ben difeso e in guardia». «Ho la vita di un gatto», scherza Pasolini. Ride, offrendosi al rischio di vivere con una specie di gioia, con una gioia speciale che forse era la sua unica gioia. Profeta e vittima.

Tratto da: COME ERAVAMO. 150 Anni di un’Italia da ricordare (Immagini da ALINARI-24 ORE; testi di Guido Gerosa), MILANO, Arnoldo Mondadori Editore, 1994-2011. Vol. 1973-1975 pp. 28-38.

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