Vincenzo Consolo e le ombre del passato, di Dante Maffia

vincenzo-consoloVincenzo Consolo è uno di quegli scrittori siciliani che avendo lasciato da lungo tempo la propria isola se ne appropriano, poi, con una forza maggiore di quelli che non se ne sono mai allontanati. Vivono quel “dentro e fuori” di cui parlò magistralmente in un suo libro Nello Sàito, e ricostruiscono luoghi e figure dell’infanzia attraverso macerazioni lente giunte,  a un certo punto, a bagliori improvvisi in cui si addensano i fermenti mai sopiti del distacco coagulatosi spesso in nostalgia adulta per un ritorno che ha coloriture fiabesche. Per altre strade abbiamo Bartolo Cattafi e Vitaliano Brancati. Inutile ricordare che la letteratura siciliana è la più viva e palpitante che l’Italia abbia avuto a cominciare dalle esperienze veriste. Si potrebbe fare un lungo elenco di nomi eccellenti, compresi un paio di Premi Nobel, ma per quanto riguarda Consolo mi limito a quelli di Giuseppe Bonaviri, di Antonino Pizzuto e di Stefano D’Arrigo che si sono cimentati in una lingua carica di segni, di odori, di sapori e di allusioni in cui la forza della verità dei sogni e della realtà ha trovato una sintesi eccezionale. Camilleri verrà poi, con connotazioni diversissime, anche se da inserire in questo percorso insolito nella narrativa italiana. Chiariamo subito che l’operazione di Consolo non è simile a quella messa in atto da Pasolini: secondo quanto poi disse Carlo Cassola, il Friulano risolse purtroppo la sua avventura linguistica “in lunghe citazioni” romanesche all’interno della struttura narrativa di Ragazzi di vita e di Una vita violenta, senza trovare amalgama ed unità, né simile a quella del pastiche gaddiano che aveva altri intenti. Consolo utilizza, e Cesare Segre l’ha colto e messo in evidenza, un “pluristilismo e plurilinguismo” accentuati da invenzioni costanti al punto da rendere il tutto frutto di una proliferazione popolare nella quale si raccolgono residui di mondi che parevano sepolti e che all’improvviso trovano il calore dell’espressione. Retablo s’inserisce in quell’affresco variegato  e ricchissimo di libri (finora ne ho catalogati circa settecento) che hanno per protagonista o un quadro o un pittore, a cominciare da L’opera di  Zola e da Il ritratto di Dorian Gray di Wilde fino ad arrivare a Jacomo Tintoretto e i suoi figli. Storia di una famiglia veneziana di Melania Mazzucco, uscito di recente, ma s’inserisce anche in quei contes  philosophiques settecenteschi tanto cari a Diderot e a Voltaire e alla tradizione dei viaggiatori stranieri nei paesi del Mezzogiorno. In questo caso non si tratta di viaggiatore straniero ma di un milanese, pittore famoso e amante delle antichità, e il viaggio è per le terre di Sicilia, con sorprese clamorose, con risvolti  fantastici che ricordano certi albeggiamenti magici di Cervantes, soprattutto del Cervantes dei racconti straordinari. Già nei precedenti libri, ne La ferita dell’Aprile, del 1963, ne Il sorriso dell’ignoto marinaio, del 1976, e in Lunaria, del 1985, Consolo aveva dato prova di maneggiare le metafore con una scaltrezza straordinaria e aveva anche dimostrato di saper entrare nell’animo dei protagonisti con profondità e con ironia districandone i nodi aggrovigliati dell’animo. Qui, l’erudito viaggiatore Fabrizio Clerici (evidente che il nome sia stato preso dall’amico pittore con cui Consolo ha amicizia e affinità d’intenti) va in giro dichiarando la sua preferenza alla pittura antica, e disegna oggetti che lo incuriosiscono. Il racconto si svolge in due tempi diversi ed è esplicitamente detto che siamo all’epoca di Beccaria e di Verri. C’è un amore perduto e Clerici si è allontanato per non cadere nell’abulia. Incontra Giacomo Serpotta che lo aiuta a entrare nei meccanismi dei classici e c’è soprattutto “Isidoro, monaco smonacato per amore, uomo sbocciato con tardanza, fiumara turbinosa d’autunno, foco che sprizza in cima del vulcano” che perde la testa per Rosalia, la bella adolescente che, come apprenderemo in chiusura, dapprima lo sfrutta facendogli lasciare i proventi della questua e poi se ne innamora perdutamente restandogli fedele. “Fu per questo che scappai, ch’accettai questa parte dell’amante, questa figura della mantenuta. Bella , la verità”. Consolo insiste con garbo su “bella, la verità” e il lettore sente quanta amarezza si nasconde nel sacrificio di Rosalia. Ha affermato Leonardo Sciascia che “questo racconto è come un miracolo” e in effetti riesce a farsi leggere e amare nonostante l’insistito parlare settecentesco. Ma è un miracolo anche per la sterzata data alla letteratura siciliana che da sempre si è mossa attorno a un realismo offerto dal paesaggio, dalle azioni umane e dai rituali di un mondo cospicuamente adagiato su  quella che, è ancora Sciascia a rilevarlo, viene chiamata “praxis realistica”. Finalmente un muoversi verso le ombre del passato, finalmente un vorticare di suoni e di colori che esulano dalla pesantezza del quotidiano. La lingua non è più veicolo di situazioni che portano notizie cattive o comunicazioni di un dolore senza tregua. Sarà Rosalia stessa a dire che “Monaca mi feci e monaca resto nel cuore e nelle carni, finché posso”, uscendo dai luoghi comuni e portando il concetto dell’amore a una dimensione starei per dire metafisica. Tutto questo accompagnato da una musica che Consolo riesce a immettere nelle pagine con continui sincopati singulti. Egli sa trarre dalle parole inventate, o utilizzate mimeticamente per entrare nello spirito del settecento, una risonanza che sa far assaporare quell’epoca così bizzarra e così accesa di contraddizioni. La figuira di Rosalia è molto ben riuscita perché è una creatura pagana che segue il suo istinto, che utilizza la sua bellezza non per ricattare il mondo o per riscattarlo dalle brutture e dai raggiri e dai soprusi, ma per assecondare la sua sete selvaggia di vita che, ahimé, si risolve in rinuncia. Ed è proprio qui il senso recondito di una speranza, se volete il messaggio dello scrittore che indica la via della verità. Del resto non è proprio Rosalia che “il cavalier Serpotta, lo scoltore plastico” prende a modello per la statua della Veritas? Al di là della riuscita della struttura che viene portata avanti con una serrata logica interna e risolta in maniera perfetta, sarebbe interessante analizzare le annotazioni sparse a piene mani su molti argomenti (in questo senso facevo riferimento ai contes philosophiques). Non sono le solite pennellate che dicono di sfuggita, ma vere e proprie meditazioni che evidenziano e caratterizzano uomini e cose senza mai cadere nel  risaputo. Si legga, per esempio questo dialogo:

“… Che diranno del paese nostro, di noi siciliani, i suoi compaesani della Lombardia?”.

“Lombardia? E che è? – chiese uno dei briganti che sembrava il capo, grosso e cespuglioso, una guancia rigonfia come se tenesse un pomo nella bocca.

“È una terra nordica, luntana, ‘na piana chiusa da montagne altissime d’eterni ghiacci e d’intricati boschi, rotta da lunghi fiumi e laghi vasti, terra priva di mare, cielo, sole, stelle, lune, coi verni interminabili carichi di nevi, e con le stati brevi, umide, brumose, ove la gente ognora mangia lardi, cotiche, verze, ranocchi, passeri, pulenta e granturco…”.

Piace questo modo poetico di Consolo che sa cogliere di ogni protagonista, anche minore o soltanto per un attimo sulla scena, la sua anima, il suo essere profondo ed essenziale. Consolo possiede in sommo grado la capacità di uno psicanalista, di uno storico e di un artista, e sa mettere insieme le tre anime per farne quella del narratore sapiente e delicato, perfino struggente (nell’accezione antica del termine), sempre tesa alla conoscenza di se stesso e del mondo nelle percezioni più attuali ma mai staccate dal mito di una terra che ha tanti volti e infinite risorse umane e culturali.

Dante Maffia

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