“Grida” di Sandra Lucentini, letto da Marco Onofrio

lucentini di marco onofrioIl libro di Sandra Lucentini (Grida, EdiLet, 2015, pp. 60, Euro 12 – “Premio 13” del Centro Poesia di Roma) sorprende per il coraggio e la profondità che l’autrice dimostra, fin dalla sua prova di esordio. Malgrado la giovane età, e il battesimo del fuoco poetico che questa breve, intensa silloge le incide, come un tatuaggio indelebile, al principio di un cammino beneaugurante, Sandra Lucentini non esita a immergersi nel magma più acceso e grumoso dell’esistenza, affrontandone i territori sconfinati – aperti allo sguardo dall’esercizio costante del dubbio – senza eluderne le domande, le insinuazioni, le trafitture, le ingratitudini, le scomode, disagevoli voci, e insomma molte delle sue “dolenti note”. Sa dunque come mettere a frutto l’ambiguità creativa propria della poesia: la capacità di tenere insieme contemporaneamente cose diverse. Una felice ambiguità si avverte fin dal titolo. “Grida” potrebbe infatti significare:
a) la grida (con accezione di retaggio manzoniano), cioè il proclama, il manifesto, il discorso pubblico;
b) le grida, sostantivo plurale;
c) grida, terza persona singolare del verbo;
d) grida, imperativo del verbo.

La dimensione poetica illumina dal didentro la cruciale differenza tra essere ed esistere, cioè tra il cosiddetto piano “ontico” (l’esistenza cieca delle cose, altrimenti dette “enti”) e il piano “ontologico” (l’essere con la scintilla di luce, a diversi gradi di coscienza). L’essere avverte l’«incessante avvenire» che divora le cose, producendo lacerazioni e ferite difficilmente rimarginabili. C’è, sùbito, un problema psicologico di grande pertinenza “poetica”: come venire a patti con la fine delle cose? Risposta possibile: aprendosi a ciò che ogni prossimo angolo nasconde. Capire che se le cose non finiscono, non possono venirne di nuove. E allora avere coscienza profonda – cioè poetica – dell’essere, significa sentirsi «particelle alla deriva» nel caos del caso (anagramma significativo) che sorregge il cosmo, o il tentativo umano di dargli un senso, di renderlo ordinato. La poesia è un viaggio da silenzio a silenzio («il verso / dal silenzio nasce, / nel silenzio muore»), così come la vita va da nulla a nulla. Il silenzio è l’assoluto dell’espressione: è il suono bianco che contiene tutte le parole, prima ancora di pronunciarle. La parola è sempre lacerazione della pienezza, separazione dall’Infinito. La forma è finita e imperfetta: sceglie di volta in volta “una” possibilità che esclude le altre.

Nell’incompleto si celano frammenti di eterno.
La perfezione risiede nelle parole non dette,
in ciò che sarebbe potuto essere e non è stato.
La perfezione risiede nei più reconditi meandri
[del pensiero,
nella sfera riguardante i desideri rimasti inespressi.
È perfetto il bacio che non è ancora stato dato,
è perfetta un’idea, fintantoché resta tale.
La nascita, l’azione, l’espressione, sono la morte
[della perfezione.

Sandra Lucentini sembra scrivere da uno stato catatonico, di quiete traslucida: come innervata all’occhio calmo del ciclone che le si agita attorno. Una delle poesie, non a caso, si intitola “Animazione sospesa”: dipinge una condizione in cui e da cui si «annaspa nel nulla». Queste poesie sono in realtà frammenti di un pensiero più grande che “rumina” in sottofondo e non trova la misura per articolarsi. Come un aereo senza pista di atterraggio. Le “grida” nascono dall’impotenza dell’espressione, dinanzi a un bisogno di dire tanto ampio: rendicontano e raccolgono, quasi in un regesto feroce, gli scacchi e le sconfitte dell’esperienza. Ma – come dirò – ne tentano un riscatto, una ricomposizione, un’armonia finale.

Sandra Lucentini si abbandona coraggiosamente a una «caduta libera», per raggiungersi alla fine dell’abisso. La sua parola oscilla sospesa tra sussurro e urlo, reticenza allusiva e spudorata sincerità, memoria e desiderio, passato e futuro, rabbia e speranza (“Elpìs” è un altro titolo emblematico), odio e amore brucianti. Chi è sapiente, di solito tace. Chi non sa, di solito dice. La poesia è quel dire suggestivo che tace e dice insieme. Le parole più importanti, in realtà, sono quelle non dette. I vuoti del testo. Gli spazi bianchi. Gli abissi oscuri. Scrive il grande poeta libanese Kahlil Gibran: «La realtà dell’altro non è in ciò che ti rivela ma in quel che non può rivelarti… se vuoi capirlo non ascoltare le parole che dice ma quelle che non dice… tace in noi ciò che è vero, parla ciò che è acquisito». Lo spazio diurno della coscienza che cerca di afferrare i processi meccanici della realtà, di svolgere operazioni, di controllare le facoltà della mente, si contrappone – articolandosi in processo poetico – al caos buio della profondità. Scrive Carl Gustav Jung: «nessun albero può crescere fino al paradiso se le sue radici non scendono fino all’inferno». Per arrivare alla Luce occorre prima attraversare la più cieca, informe oscurità; e questa si abbraccia penetrando al di sotto della maschera che incrosta la verità del volto. Quando si oltrepassa la superficie, tutte le cose appaiono, come sono, infinite e intrecciate. Amore e odio, ad esempio, sono ovunque mescolati. Il poeta è un «viaggiatore immobile» che attraversa il mondo ad occhi chiusi. Si apre al rischio del mare aperto per raggiungere, lo abbiamo letto, i «più reconditi meandri del pensiero». Sa uscire dal flusso del divenire per traguardare nell’attimo la «microeternità trascendente», cogliendo come un frutto goloso la perfezione del presente atemporale, cioè il «presente del presente», in cui «potremmo limitarci ad essere» – semplicemente vivi. La poesia, secondo Sandra Lucentini, configura uno «spazio astratto che si dilata oltre il tempo».

Ma ognuno di noi è impicciato coi fili innumerevoli del destino, anzi: dei destini in corso. La nostra vita è un groviglio di rapporti fisici e metafisici in evoluzione, che ci legano in modo più o meno inconsapevole. Ecco quella che Sandra Lucentini chiama «pedana invisibile» del mondo: la realtà inconsistente, fatta di nulla, di sogno, di vuoto. Il crinale «tra il vago e l’oblio». Ecco la verità che svanisce appena la pensiamo, come il silenzio quando la parola lo pronuncia. Allorché avvertiamo le «voragini interne», tentiamo di costruire trincee difensive, barriere di sabbia che la vita, spietata, dissolve – come l’onda che si sfascia in riva al mare. Ma è vano «l’argine che ti costruisci intorno». Possiamo soltanto sfiorare e non afferrare: «ad ogni tocco corrispondeva una nuova fuga, incessante ricerca». E ancora: «nell’istante in cui ti stringo / già ti sto perdendo».

L’esistenza umana, a ben vedere, è uno spettacolo assai patetico e tragico. Quanti limiti! Invidia, ipocrisia, indifferenza. La gente giudica a cuor leggero: «giudicano chi sei in base a come appari».

INVISIBILE VIOLENZA

La guerra è nelle vostre case
Ogni volta che alzate la voce.
È guerra quando in strada sentite gridare frocio
e non vi interessa, non è a voi che è rivolto.
La guerra è l’indifferenza con cui accogliete le tragedie
[che vi circondano,
il disinteresse verso ciò che non vi riguarda.
La guerra non è solo bombe e pistole,
la vera guerra è nei silenzi
nell’anestesia della ragione.
Spesso è candido l’abito dello sporco.

Sandra Lucentini squarcia le maschere e guarda alla verità disillusa, al fondo più crudele. Registra il rumore fastidioso e raschiante che suona da “basso continuo”, al di sotto delle melodie. E lo rappresenta con accorgimento fonosimbolico: se leggiamo “Ricordo rumorosa rabbia” è tutto un profluvio di [r], tutto un digrignar di denti.

RICORDO RUMOROSA RABBIA

Laceranti rancori riecheggiano rumorosi,
foreste di rimorsi strazianti,
dolori penetranti e mostri remoti.
Perché perseveri?
Resti nel ricordo sofferto
di un amore rantolante
poi morto.

Che cosa opporre alla banalità cattiva del mondo? La solitudine creativa: «l’unica compagna grazie alla quale crescerai». Perché per crescere non si può evitare il dolore. C’è, al centro della voce poetica di Sandra Lucentini, una costante e irriducibile psicomachia, un’incessante lotta: lei la chiama «la mia Waterloo / eterno martirio». Ma il disincanto non le impedisce, tuttavia, di ascoltare i vagiti dell’anima che rinasce continuamente dai rantoli della propria morte, la creazione dalla distruzione, la speranza dalla disperazione. Ci si dibatte tra la voglia di affacciarsi dentro se stessi e di mettersi a lottare per trasformare il mondo, e il gesto di lasciarsi cadere le braccia, quando è «tempo di accogliere la sconfitta» e di riconoscere che «questa non è più la mia terra». “Mia dolce Italia”, tra le ultime del libro, è un anatema addolorato, gonfio di rancore, contro un Paese che ci ha tradito e che ognuno di noi – con diversi gradi di responsabilità – ha contribuito a rovinare.

MIA DOLCE ITALIA

Tu mi cacci via,
mia dolce Italia.
Patria senza orgoglio,
senza amor proprio,
senza memoria,
senza virtute,
senza brama di canoscenza.
Tu mi cacci via.
Mi costringi ad errare
per nuove terre.
Terre senza storia
ieri tue serve
oggi sovrane.
Sia tu maledetta
per ogni teatro che chiude,
per ogni opera d’arte buttata via,
per ogni figlio che costringi a fuggire.

Eppure Sandra Lucentini non rinuncia alla possibilità di significazione, e quindi di trasformazione, della parola. La poesia consente una ricomposizione poetica del dolore attraversato: è un viatico contro il crescente “disagio della civiltà” (cosiddetta), utile alla riconciliazione e alla reintegrazione della coscienza individuale entro il Tutto (si chiami Natura, Società, Storia). Non si tratta di illudersi o consolarsi, ma di recuperare una dimensione almeno accettabile dell’esistenza, mettendo insieme i pezzi frantumati, dando cioè loro un inquadramento superiore. La poesia consente di abitare una “terra di mezzo” tra ribellismo velleitario e spenta rassegnazione, in quanto forma di sublimazione non repressiva dei sentimenti e astrazione speculare del vissuto.

E infatti. Proprio perché ha saputo prendere la belva oscura per le corna, raggiungendosi nelle più sgradevoli e ingrate verità, Sandra Lucentini può concludere il percorso poetico esemplarmente incarnato in questo libro con un finale inopinatamente rischiarante, dove le tenebre cupe si sciolgono addirittura in una “tempesta di luce”:

L

Buongiorno notte,
questa sera non ululo addosso il mio dolore,
non ascolterai il mio pianto.
Oggi canto la gioia ritrovata
in uno stato di dionisiaca ebrezza.
Oggi canto il suo sorriso,
tempesta di luce.
Ora che l’ho trovato
posso smettere di cercarmi.

Marco Onofrio

Annunci
1 commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...