Tommaso Claps, a cura di Giovanni Caserta

220px-Aviglianopz0047Il 6 agosto 1945 moriva Tommaso Claps, la voce più significativa della narrativa lucana del secondo Ottocento, insieme con Nicola Marini e Giustino Fortunato, che, però, narratore non voleva essere. Era stato proprio Giustino Fortunato a scoprire Tommaso Claps e chiedergli di venire allo scoperto. Era accaduto che sul “Lucano”, piccolo giornale potentino, a firma di Maria Andreina Sordetti, che si diceva maestra elementare, erano apparse alcune novelle a sfondo “basilicatese”, che avevano attirato l’attenzione del Fortunato, che, poco credendo alla finzione della maestra elementare e vedendovi, dietro, una mano dotta e scaltra, chiese all’anonimo autore, certamente di sesso maschile, di dichiarare la propria identità. L’autore si svelò per Tommaso Claps, nato ad Avigliano nel luglio del 1871. Era un dotto magistrato, con studi di diritto approfonditi ed una carriera universitaria bella e spianata, cui, però, aveva dovuto rinunziare, per far fronte ai bisogni della famiglia d’origine, molto povera. Aveva potuto studiare, infatti, solo perché tra i parenti, secondo una ricorrente coincidenza nella storia di tanti scrittori lucani, c’era uno zio prete, il quale, direttore dell’ospizio della Pace ad Avigliano, si era fatto carico dei suoi studi. Laureatosi in giurisprudenza nonostante la sua vocazione per le lettere, Tommaso Claps ebbe come primo maestro il generoso Emanuele Gianturco. Vinse giovanissimo il concorso per la cattedra di diritto civile a Camerino, cui, però, come si è detto, dovette rinunziare dopo alcuni anni di insegnamento. Esercitò la sua carriera di magistrato a Potenza, donde si allontanò a seguito dei bombardamenti. Ritiratosi ad Avigliano, suo paese natale, vi moriva povero e da tutti stimato. Aveva pubblicato non pochi articoli di diritto su riviste specializzate, firmandosi significativamente “Dottor Volgare”, riprendendo, forse, una espressione che fu del giurista lucano Giovanni Battista De Luca, nativo di Venosa e vissuto nel Seicento. In volume uscirono Studi giuridici. Ma la sua presenza nella letteratura lucana rimane legata alla raccolta A pie’ del Carmine – Bozzetti e novelle basilicatesi, Roma-Torino, Roux e Viarengo, 1906. Nella introduzione, Tommaso Claps parla del suo interesse per la letteratura, risalente agli anni giovanili, quando grande fu il fascino su di lui esercitato da Giovanni Verga. E dal Verga Claps derivò la poetica, cioè l’attenzione al dramma sociale delle plebi meridionali, il desiderio di rappresentare con obiettività quel mondo, l’esigenza di una tecnica narrativa in cui non ci fosse nulla della mente che aveva concepito l’opera letteraria e nulla che richiamasse le labbra che ne avevano pronunziato il fiat creatore. Verga, però, per sua fortuna, tradiva la sua poetica, approdando ad un racconto cordiale e affettuoso; Claps, invece, si manteneva più fedele ai principi teorici, insistendo sul linguaggio della realtà, sui termini dialettali, sulle tinte forti, che lo avvicinavano, salvo qualche passaggio ironico, più a Luigi Capuana, a Matilde Serao e a Grazia Deledda, che non al suo maestro. Talvolta, anzi, si sentiva l’eco delle Novelle della Pescara di D’Annunzio per il paesaggio caldo, oppressivo, tragico e, talvolta, grottesco. Più lieve nel tono, tuttavia, e quindi più indulgente al bozzettismo cordiale, era la sezione Gesta brigantesche, forse per la felice scelta di affidare il racconto evocativo a zia Rossa, una popolana che aveva vissuto gli anni del brigantaggio e che quelle “gesta”, fattasi vecchia, raccontava alle sue amiche di vicinato, alla cui mentalità schietta e semplice cercava di adeguarsi. Di interessante si coglie, sotto il profilo ideologico, la condanna che zia Rossa fa del brigantaggio (“Che Dio ce ne liberi e la Madonna del Carmine ne tenga le mani sopra”), ovviamente facendosi tramite del pensiero di Tommaso Claps, il cui genitore aveva combattuto contro le orde brigantesche, tra il 1861 e il 1865. In definitiva, pur con i limiti letterari e i segni di cui si è detto, e che certamente rendono Claps non paragonabile al Verga, di grande rilievo, oltre il valore documentario della sua opera letteraria, è la totale adesione dello scrittore al dramma di miseria e povertà della “sua” regione, tra Ottocento e Novecento, da cui non sono assenti sconsolati cenni sulla emigrazione di massa, che, in quegli anni, spopolò paesi e campagne, e disintegrò migliaia di famiglie lucane. Proprio quella adesione spirituale e morale al dramma della propria terra, profondamente avvertita e vissuta, rende le pagine di Claps ancora oggi, a distanza di cento anni, vive e palpitanti, nobili e rispettabili, facendo di lui uno scrittore da inserire in una qualunque storia della letteratura nazionale, pur tra quei “minori” del realismo italiano, che minori in realtà non sono, perché conservano tutti una loro rigorosa dignità, derivante dalla sentita partecipazione alle vicende politiche, sociali e civili di un volgo disperso, che nome ancora non aveva.

Giovanni Caserta

In alto la biblioteca di Avigliano dedicata a Tommaso Claps
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