Ludwvig Van Beethoven e il villaggio Robinson, di Augusto Benemeglio

220px-Beethoven1. Beethoven al villaggio Robinson

“ Era squadrato con l’accetta , impastato di sabbia e calce ; una muscolatura poderosa, basso di statura , una corporatura tozza , la faccia larga di color rosso mattone, un bel sorriso, fragoroso, stridente , il riso di un uomo cui la gioia non è familiare . Anzi la sua espressione abituale era melanconica , di una tristezza infinita, incurabile , una figura scespiriana , un re Lear” Così Carolina Unger, turista viennese al Villaggio Robinson di Marina d’Ugento ( sono quasi tutti  tedeschi) ,  descrive il più grande genio musicale ( dopo Mozart) di tutti i tempi : Ludwig Van Beethoven, colui che “creò una sinfonia mondo”, colui che osò andare “oltre la musica” Carolina è omonima  e lontana discendente  del mezzosoprano che per prima cantò l’Inno alla Gioia , oggi “Inno d’Europa” , in quel memorabile 7 maggio 1824 , nel teatro imperiale di Vienna , in cui per la prima volta veniva  eseguita la Nona Sinfonia,  “monumento di pensiero musicalmente espresso  sul problema della felicità dell’uomo”. Anzi, fu proprio Caroline Unger che a fine rappresentazione prese  dolcemente  per le spalle il Maestro,  ormai completamente sordo,-  che continuava a guardare l’orchestra che formalmente dirigeva  – e lo fece voltare verso il pubblico in delirio che gli dedicava una vera e propria standing ovation . E ciò lo fece sorridere , come gli capitava di rado, lo rese felice, ma non per molto, come vedremo.

2. Non è il Beethoven di Battiato, costantemente incazzato.

Il  Beethoven  che  viene fuori  dalla nostra amabile chiacchierata non è certamente quello del “Musikanten” di Battiato , fatiscente , decadente , quasi inghiottito , come un cartone animato, dentro larghi  vestiti, cravatte  sbilenche e cinture poco  allacciate,  un Beethoven da “vite lontane”, un clochard tedesco che anziché sotto i ponti vive in uno squallido appartamento viennese , un Beethoven  costantemente incazzato con la società, il mondo, gli amici e i parenti. Ma non è certamente neppure il Beethoven imperiale , da busto sul pianoforte , il ritratto che rimira se stesso , sempre in posa, sempre impegnato, severo, impettito, accigliato, con lo sguardo siderale che traguarda altri mondi , mondi da Eroica , coi lunghi  capelli scomposti e la fossetta al mento . Non è nemmeno il Beethoven  arcadico della Pastorale , tra laghetti ruscelli corni e villanelle , o quello da occhio “basso” , da  riprese ad “altezza d’uomo”,  alla Rossellini,  né tantomeno quello irriverente dalla spudorata tendenza  boccaccesca , alla Amadeus , tanto per intenderci, con riprese  d’effetto , come ci ha voluto far credere un anonimo regista argentino, che si rifà ai presunti quaderni-diari del Maestro, distrutti dall’amico Schindler, subito dopo la morte del Sommo musicista , che contenevano chissà quali cose disdicevoli e terribili. E, infine, non  è neppure il Beethoven romantico, da Amata Immortale  (“Ah – ogni tanto penso che le parole non siano in grado di esprimere nulla – sii serena, continua ad essere il mio fedele, unico tesoro, il mio tutto, come io lo sono per te; il resto, quello che ci potrà e ci dovrà accadere, saranno gli dei a deciderlo”), perché  l’unico vero grande  suo  amore  fu la Musica.

3. L’energia , il mistero , la follia del genio.

Diciamo che Ludwig è anche tutto questo ed altro. Un Beethoven umano e disumano, a tratti perfino simpatico , ma allucinato , umoristico e grottesco , coi suoi bronci, le sue malinconie , i mugugni, l’avarizia , ma anche implacabile, crudele nella sua  solitudine e nella sua mania di perfezione.  E’ visto da diverse angolazioni, dal basso, ma anche dall’alto, è ingenuo patetico e disperato , è dittatore implacabile e insopportabile  sul lavoro , ma anche infelice, sempre teso in quel tentativo di andare oltre la musica, come disse Wagner.  Il genio , ( quel quid che avverti e non sai descrivere, né capire ) ,  promanava da ogni suo gesto. Ti trasmetteva la densa emozione, l’energia, il mistero , la follia del genio , in ogni istante. Battiato, nel suo film , lo  taglia ad altezza d’uomo, ne fa un  anarchico creativo , un sanguigno  rancoroso  che non si aspetta niente dal mondo e dagli uomini ,  un uomo umile  che vuole rispondere all’appello della sua musa, la Musica , ma  non assurge mai, neanche per un attimo alla dimensione mitologica , alla dimensione del genio , e muore maledicendo il disfacimento terrificante dell’organismo. Ma forse il Beethoven che  apparve a Caroline e a Henriette Sontag , un soprano di diciassette anni , in quel luminoso mattino dell’ 8 settembre 1822  , quando le due ragazze si recarono a Baden Baden, dove il maestro si trovava in vacanza , era diverso . Umano, burbero , impacciato, perfino balbettante e grottesco nella sua galanteria senile , ma subito dopo bastava che ti guardasse con quei suoi occhi di fuoco ed ecco qualcosa che ti sconvolgeva. Avevi di fronte  una personalità magnetica e stregante , di un carisma straordinario, che ti ammaliava e ti paralizzava.

4. C’era un urugano dentro di lui.

Le due  cantanti erano , a quel tempo , le vedettes di Vienna, entrambi bellissime e giovanissime , diciassette anni Henriette, vent’anni appena compiuti Caroline , e faranno una splendida e gloriosa carriera, in particolare la Unger , che avrà un lungo periodo di vita teatrale in Italia e a Trieste , nel 1829, farà invaghire di sé nientemeno che il console  francese Henry Beyle,  ossia il grande Stendhal., “un tipo davvero poco attraente, grasso , noioso e petulante, tutto il contrario dei personaggi dei suoi romanzi e tutto il contrario di Beethoven, che  esprimeva ancora tanta di quella energia ed emozione in ogni suo gesto. Quel giorno se ne stava con la cricca dei suoi amici , vecchi scapoli  misantropi brontoloni come lui , chiusi nelle loro interminabili chiacchiere , pieni di eczemi e acidità di stomaco , che avevano sempre da ridire di tutto e su tutto, sul decadimento dei costumi e della morale, sui potins della vita musicale viennese , sull’aristocrazia avara e sul governo imperiale. Ma in realtà il suo era solo un momento di pausa , un attimo di tregua dalla tempesta che si stava scatenando in lui ormai da molto tempo, alle prese con quella che sarebbe stata la sua ultima Sinfonia, la Nona. Scrive Anton Schindler ,-che di Beethoven era un po’ tutto, famulo, impresario, consigliere, tutore testamentario , biografo – che il Maestro si trovava nella fase più delicata e importante della sua luminosissima carriera artistica , e non aveva tempo per nessuno, ma  stranamente accettò la visita breve delle due ragazze , che  in realtà portarono luce grazia e vivacità, in quell’ambiene tetro e misogino, . tant’è che risvegliarono nel genio di Bonn un certo atteggiamento di senile  goffa galanteria , se non addirittura di gallismo: “ Oggi sono venute a farci visita due cantanti e dato che volevano assolutamente baciarmi le mani ed erano molto carine , ho preferito proporre ad esse di baciarmi sulla bocca”, scrive al fratello Jhoann . E  Caroline non si era affatto scomposta e di slancio aveva sfiorato le  labbra del vecchio maestro , facendolo anche un po’ arrossire in viso- “ Un diavolo di ragazza”, scrive  Anton Schindler, dopo che la Unger se ne fu andata ,”tutta vispa e birichina , piena di fuoco e di cuore aperto “ In seguito ,  Caroline gli  scrisse  una lettera in cui gli diceva quanto spesso cantasse i suoi Lieder , buttando là una preghiera, un’invocazione. “ Se soltanto il buon Dio volesse gentilmente illuminarla che lei si lasciasse andare presto a scrivere qualchecosa  per me, maestro… Ma Beethoven era completamente assorbito dalla Nona Sinfonia,  quell’opera enorme che si era andata formando lentamente nella sua coscienza , una gigantesca impresa ,una selva, una foresta sconfinata di idee musicali che pullulavano e sfuggivano da tutte le parti, forgiarle, integrarle, coordinarle nel tutto .C’era un urugano dentro di sé doveva scoprirne le leggi e farle proprie.  Evitava di vedere  chicchessia ,  – scrive Schindler – anche me,  trascurava ogni  affare e convenienza domestica. Completamente assorto, vagava per i campi e prati, taccuino in mano, senza darsi pensiero per l’ora dei pasti, quando tornava era spesso senza cappello e ciò non era mai accaduto prima, anche nei momenti di più alta ispirazione.

11396c1f3da5. La Nona sinfonia

Era il momento della definizione della stesura di tutto il materiale immenso portato in mente per anni e anni; era il parto dopo lunghissima gestazione , era l’idea folle di andare oltre la musica. Isolato da tutto, interamente immerso nella Sinfonia, che ricapitolava un’intera vita ,piangeva , balbettava, misurava a grandi passi in lungo e largo la sua stanza, scarabocchiava febbrilmente su pezzetti di carta  i messaggi che gli venivano dal profondo  del suo essere: “L’idea che è nel profondo di me , non mi lascia mai, e sale , cresce, la vedo, l’intendo  in tutta la sua estensione , come in fusione galleggia intorno  a me , la inseguo , l’abbraccio , la riacchiappo con una passione rinnovata , non posso più separarmene …Devo moltiplicarla in uno spasimo d’estasi…e diceva a Schlinder: “Non sono mai solo quando sono solo” Sentiva che stava per ultimare  l’opera. Era questione di giorni. Pensava di venderla a Londra, presso la Società Armonica , che l’avrebbe pagata 50 sterline. Aveva scritto il 6 luglio all’amico Ferdinand  Ries , allora in Ingjhilterra ,  che l’avrebbe ultimata in quindici giorni . Ma un anno dopo, il 1° luglio 1823  non era ancora finita e confidava all’arciduca Rodolfo: “Sto scrivendo una nuova Sinfonia per l’Inghilterra , e spero di portarla a termine in meno di quindici giorni”Era il tempo di  Hayden, che di sinfonie ne aveva scritte 104 e  di Mozart , fermo a 38, ma quella che stava creando era un’altra cosa ,  un flash-back , uno sguardo indietro dall’alto di  una cima che domina  tutto il passato ,  un volo di Icaro vicino al sole ,  uno slancio nel vuoto e nel mistero,  il bilancio di una esistenza vissuta per la musica,  una sinfonia mondo , come disse Gustav Mahler. Ma intanto Caroline non si era affatto scoraggiata e andava a trovarlo spesso a Vienna, dove abitava in uno squallido appartamento col tetto sfondato. Quasi sempre andavano in due ,con la Sontag, ma qualche volta anche da sola e  capitava che  spesso lo rimbrottasse per il suo pessimismo scontroso: “Lei ha troppa  poca fiducia in se stesso    eppure la venerazione del mondo intero dovrebbe averla reso un po’ più orgoglioso…Lui replicava che c’era gente che gli era ostile. Ma no, maestro.Tutti l’ammirano e l’amano molto per la sua grandezza..Ma vuole finalmente imparare a credere che il mondo anela ad ammirarla ancora in nuovi lavori? O testardaggine!…Lui in fondo era  contento, anche se bofonchiava: “Ma lei, benedetta ragazza, non ha ammiratori o fidanzati, invece di perdere tempo con un vecchio brontolone come me?No, non ho nessuno, rispondeva  Caroline e non era affatto vero.Ma lei piuttosto ,quante innamorate ha? E lui abbozzava un sorriso.

6. La terra era informe e nuda

Certo che ad andare in casa sua c’era da inorridire per lo stato miserando dell’abitazione .Caroline lo rimproverava : “Ma come può Beethoven aver un simile cordone del campanello? Se la sua  mano non lo santificasse ogni giorno , bisognerebbe dire che sembra la corda di un impiccato….E  il soffitto ? Dio mio, un giorno o l’altro le crollerà addosso. E la cucina? E’ un letamaio. Era piena di cimici. Perchè non si sposa? Lo sa che un celibe incallito è un cittadino inutile. Dixi et salvavi animam meam” Beethoven – che taluni sostenevano avesse un alito davvero fetido – anziché offendersi o infastidirsi , come era accaduto in una infinità di volte con le varie domestiche che cambiava di settimana in settimana, si sentiva lusingato delle attenzione di una ragazza brillante e carina coma la Unger, e continuava ad invitarla, insieme all’amica Henriette. Caroline tuttavia  era un po’ troppo imprudente  in tutto, , anche per quanto riguarda la dieta, tant’è che  per un periodo  sospese le visite a causa di solenne indigestione di cioccolata. “Non si ha nessun riguardo , né nel mangiare né nel bere, mentre invece la Sontag è più previdente.”, disse  Schindler, il tuttofare. Ma pochi giorni dopo proprio lui  e il Maestro rischiano di avvelenare le due ragazze facendogli bere troppo del loro vino , un vino decisamente perfido, come riconosce lo stesso Schindler. Intanto l’opera era finalmente finita e s’approssimava la messa in scena della Nona Sinfonia, che dovette essere per il pubblico qualcosa di simile al big bang , una sorta di genesi , con quell’inizio nel segno dell’indistinto  del caos : “la  terra era informe e nuda …lo Spirito  fluttuava . Sembra l’inizio originario di tutte le cose . Ecco che i primi violini  lasciano cadere due note isolate su cui entrano clarini, oboi e flauti,poi le iterazioni e le reiterazioni dei violini, la crescita dinamica delle armonie e il lieve crescendo , la solennità cosmica , l’immagine di un universo ordinato che scaturisce dalla materia cieca , si illuminano le forme, si dà inizio alla vita delle cose ed ecco l’apparizione di Dio sul Sinai , tra le folgori, che dà le tavole della legge a Mosè, oppure la sua mano michelangiolesca che si protende verso quella di Adamo per trasmettergli la vita. Tutto questo suggerisce l’inizio della Sinfonia, le prime battute.

7. Maestro, lei è un tiranno

Poi il cadenzato e virile squillo delle trombe , l’energia dei timpani,  il colpo di vento furioso dei violini , ci dice non è ancora tempo di lamenti e tenerezze . E in tal modo furono le prove, senza nessuna pietà,  difficili, faticose,  turbolenti con  un Beethoven implacabile e crudele nella sua tirannica perfezione. Non volle fare sconti a nessuno, men che meno ai cantanti solisti. L’orchestra era enorme, 24 violini, 10 viole e 12 violoncelli e contrabbassi, con strumenti a fiato raddoppiati rispetto alla norma. Le  due ragazze , ma anche gli altri cantanti e i coristi erano esausti . Si levò un  coro partecipe di proteste contro l’inumano trattamento beethoveniano della voce. Caroline andò  direttamente dal maestro e gli disse senza mezzi termini: “Maestro, Lei è un tiranno su tutti gli organi vocali. Non ha nessuna comprensione per noi , poveri cantanti.” Ma non ottenne niente . E allora , sconsolata ,  rivolgendosi  all’amica e collega Sontag,  disse: “ E va bene, Henriette, allora continuiamo a torturarci in nome di Dio” Beethoven attribuiva la difficoltà dei cantanti alla diffusione del gusto rossiniano, che sotto sotto detestava. Quando si erano incontrati , col Cigno di Pesaro , appena due anni addietro, al giovane collega italiano , in grande ascesa, ormai ricercato e ammirato da letterati e artisti , omaggiato da tutti i  principi d’Europa , e molto invidiato dai colleghi, aveva detto: “Non  cercate di fare altro che opere buffe : voler riuscire in un altro genere sarebbe far forza alla vostra natura.  Rossini ci rimase male , e lo smentirà con il Guglielmo Tell. Il fatto è che Rossini, come Mozart, sapeva scrivere per la voce assai meglio di lui. Del resto Verdi giudicava pessima la disposizione del canto nell’ultima parte della Nona Sinfonia.

5OE-W1-F5-1800 Wien, Michaeltrakt mit Hoftheater /Postl Wien (Oesterreich), Hofburg / Michaelertrakt (1720-30 erbaut nach Entwurf von Johann Bernhard Fischer von Erlach). - 'Der Michaelsplatz gegen die K.K. Burg'. (Links St. Michaels-Kirche, in der Mitte das Alte Hoftheater). - Aquatinta, koloriert, um 1800, von Karl Postl (1769-1818) nach Karl Schuetz. E: Vienna / St.Michael's Square / Aquatint Vienna, Hofburg / Michaelertrakt (built 1720-30 after designs by Johann Bernhard Fischer von Erlach). - 'St.Michael's Square seen against the Hofburg'. (left: St. Michael's church, middle: the old Hoftheater). - Aquatint, coloured, c.1800, by Karl Postl (1769-1818) after Karl Schuetz. F: Vienne, palais imperial de la Hofbourg / Vienne, palais imperial de la Hofbourg /  aile Michael (constr. 1720-30 d'ap. dessins de Johann Bernhard Fischer von Erlach). - 'La place Saint-Michael vue du palais imperial'. (A g. : l'eglise Saint- Michael , au centre : l'ancien theatre de la cour). - Aquatinte, coloree, v. 1800, de Karl

8. L’Inno alla Gioia

Il concerto alla fine ebbe luogo il 7 maggio 1824 con inizio alle sette di sera. All’ Hoftheater ,  Teatro Imperiale di Vienna. Beethoven figurava nel cartellone come direttore, ma in realtà  dirigeva solo in teoria perché era completamente sordo e i musicisti  seguivano un altro direttore, Umlauf. . La gente , il pubblico, seguì l’opera con un trasporto straordinario e alla fine , con quell’esplosione bacchica della Gioia ,quel roteare cerchi concentrici di danzatori di tutte le razze , bianchi, neri, gialli , che si tengono per mano ( non a caso l’Inno alla Gioia è anche l’Inno dell’Europa, l’Inno della fratellanza universale ) e che rappresentano i popoli affrancati , liberati dalle catene attraverso il trionfo della Gioia , con quella furia finale , con la grancassa i campanelli il triangolo a segnare il tempo con frenetica insistenza , con quel grande spiegamento dinamico , con quella chiusa orchestrale tutta  caos ed energia allo stato puro , tutto il pubblico era in delirio, come avviene oggi e sempre avverrà.

9. L’incasso era talmente misero che svenne

Chiamarono a  gran voce il Maestro , che , voltato verso l’orchestra , non sentiva  assolutamente nulla . Fu Caroline Unger, a questo punto , che lo fece voltare verso  il pubblico e  gli mostrò la gente in delirio. Sorrise, felice. Ma  il tutto durò pochissimo. Appena  tornato a casa vide il prospetto degli incassi. Erano talmente miseri ( 420 fiorini contro i 3000 che aveva previsto) che ebbe un tracollo, un  mancamento, svenne. I domestici al mattino lo trovarono in quello stesso  posto, addormentato e con ancora indosso gli abiti del concerto. E la  vicenda non finì lì, ma ebbe una coda penosa per Beethoven che accusò il  fedele amico Anton Schindler  – l’impresario che aveva organizzato il  concerto – di essere un incapace o di averlo ingannato. L’amico per  dimostrare che si sbagliava gli organizzò una replica del concerto a  distanza di poco più di due mesi, ma le cose dal punto di vista finanziario andarono ancora peggio.  E Beethoven , che già era pieno di debiti e aveva rivoltato l’unico abito  che possedeva quattro o cinque volte , si ritrovò ancor più povero di  prima.

Augusto Benemeglio

Cliccare sul link per ascoltare Ludwvig Van Beethoven – Inno alla gioia

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