Nicola Sole, a cura di Giovanni Caserta

sole

IL VIGGIANESE

Non mi chiedete lieti concenti,
Chè mesta è l’alma del Viggianese!
Trovai la morte lungo i torrenti
Del mio paese!

Siccome un nido di rosignuoli
Cui fra le rose presse il villano,
Deserto e muto ne’ suoi querciuoli
Dorme Viggiano!

Fumavan gaie le sue colline
Pel ciel sereno de l’ultim’ora:
Venne, e rovine sopra rovine
Trovò l’aurora!

La rondinella meco è venuta
Per acque ed acque da stranio lido.
Io la mia casa piansi caduta,
Ella il suo nido!

Oh quante volte presso la Plata,
O sotto il vago ciel de la Spagna,
Oh quante volte non l’ho sognata
La mia montagna!

Ed or che vale se folto il grano
Le coste indora del mio paese?
Ed or la vite fiorisce invano
Pel Viggianese!

Verrà l’ottobre; ma non più lieti
Ricanteremo gli usati cori:
Nè fremeranno lungo i vigneti
L’arpe e gli amori!

O rondinella! Ripiglia il volo,
Che il mio cammino ripiglio anch’io:
Splende pietoso per ogni suolo
L’occhio di Dio!

Tu, peregrina, d’un’altra sponda
Le torri e i laghi saluterai,
E il nido a l’orlo d’un’altra gronda
Sospenderai!

Io vagabondo per varie genti,
Le mie piangendo balze Lucane,
Andrò chiedendo co’ miei concenti
Lagrime e pane!

Il più acclamato poeta del Risorgimento lucano fu senza dubbio Nicola Sole, che meritò due lezioni universitarie di Francesco De Sanctis. Era nato a Senise il 30 marzo1821, da famiglia borghese. Rimasto orfano del padre, fu affidato allo zio sacerdote Giuseppe Antonio Sole, che si occupò della sua formazione. Fu perciò inviato nel seminario di Tursi, ove rimase dal 1831 al 1835. Dal 1836 al 1840 fece pratica di medicina, prima a San Chirico Rapàro, poi a San Giorgio Lucano. Nel 1840 si trasferì a Napoli, ove, abbandonati gli studi di medicina, si iscrisse a giurisprudenza. Nel frattempo seguiva la sua vocazione letteraria, frequentando i salotti, i giornali e i cenacoli cittadini. In quegli anni, a Napoli, era dominante il neoguelfismo giobertiano, che vedeva in papa Pio IX il possibile artefice della unità d’Italia, sia pure sotto forma di federazione, presieduta dallo stesso Pio IX. Si trattava di idee moderate, che ben si coniugavano con la personalità e l’educazione ricevuta dal giovane Sole. Laureatosi e trasferitosi a Potenza, cominciò la sua attività di avvocato, contemporaneamente partecipando al movimento liberal-patriottico, di cui ferveva in quegli anni la città. Scoppiati i moti del 1848, Sole esaltò il re Ferdinando II e la Costituzione. Fu come tutti contrariato dal repentino voltafaccia del re, che, a maggio dello stesso anno, già ritirava la Costituzione. Intanto pubblicava la prima raccolta di versi, significativamente intitolata L’arpa lucana, fremente di ardori patriottici. Scoppiata la reazione, anche Nicola Sole fu colpito dai provvedimenti repressivi del re. Condannato, fu latitante, come tanti altri, dal 1849 al 1852. Poi, nel 1853, su pressione del fratello sacerdote, si costituì, ottenendo il perdono e l’assoluzione. Tale comportamento, come è facile capire, gli alienò non poche simpatie fra gli amici di una volta. Ritiratosi a Senise, vi passò mesi di isolamento e solitudine, molto leggendo e scrivendo. Desiderava rientrare a Napoli, per riprendere i suoi contatti con la capitale e i suoi ambienti intellettuali. Ottenuto il passaporto per il “passaggio” a Napoli, lasciò Senise, legandosi in amicizia con Giuseppe Verdi; ma fu relazione di poco tempo, perché ben presto Verdi tornò a Busseto. Nel 1857, tra il 16 e il 17 dicembre, si verificava un disastroso terremoto; nel 1858 Sole pubblicava una nuova raccolta di versi, intitolata, sull’esempio del Leopardi, Canti. La pubblicazione avveniva con il sostegno della monarchia. Il Sole annunziava che il ricavato delle vendite sarebbe stato devoluto a favore dei terremotati. Nello stesso 1858, grato ai Borboni, componeva la Cantata per le nozze del duca di Calabria con Maria Sofia di Baviera (musica di Saverio Mercadante, nativo di Altamura). Fu un altro passo sbagliato. Il giorno dopo, sui muri di Napoli, si poteva leggere che “il Sole di Basilicata si era oscurato”. Amareggiato, si ritirava malato a Senise, ove moriva l’11 dicembre 1859, alla vigilia della spedizione dei Mille e, quindi, qualche mese prima della realizzazione dell’unità d’Italia, che era stato uno dei suoi più autentici sogni, segretamente nutrito, anche dopo il 1848. Fu infatti cattolico-liberale, vicino a Gioberti e Manzoni; ma i suoi modelli letterari furono altri e numerosi, tutti di gusto più squisitamente romantico. Le sue liriche o sono dedicate o portano, a mo’ di epigrafe, versi di Berchet, Foscolo, Lamartine, Byron e molto Leopardi. C’erano, fra i suoi modelli, anche Alfieri e Dante. Nella sua formazione non mancavano tuttavia gli autori classici, greci e latini, quali Tirteo e Pindaro. Tra i classici italiani era Petrarca. La sua poesia, perciò, oscillava tra posizioni di facile patriottismo e molti ricalchi da altri autori, con vezzi che avevano il sapore dell’Arcadia (cui, del resto, fu iscritto con il nome di Leandro Abidense). Vari, perciò, furono i metri da lui usati, tutti conosciuti alla tradizione: dalla ballata al sonetto, dalla canzone al madrigale, dall’inno alla romanza. Spesso si trattava di liriche di occasione e improvvisate. Nessuna meraviglia, perciò, se di lui, ripetendo il giudizio del De Sanctis, si continua a dire che fu, per l’appunto, poeta di improvvisazione e di occasione. Occasionali, infatti, furono anche le liriche patriottiche, legate a contingenti eventi, che il giorno dopo potevano dirsi superati, scritti com’erano – si legge nella prefazione dello stesso poeta all’ Arpa Lucana – “la più parte rapidamente e nella continuata successione de’ miracolosi avvenimenti”. Occasionali furono, naturalmente, le liriche dedicate al “filo elettrico”, alla tratta degli schiavi negri, a questa e quella donna, al fiore del cimitero e all’usignolo, “per le nozze” e “in morte” di questo e di quello. Come tutti i poeti d’occasione ed improvvisatori, Nicola Sole ebbe una produzione sovrabbondante, in cui veramente difficile è trovare momenti di raccolta pensosità. Bisogna procedere tra molte soste e con grande cautela. Ci si accorgerà, allora, insieme con il De Sanctis, che il meglio va raccolto dalle corde dell’arpa lucana, quando si tocca della natia valle o dei natii monti o dello Ionio, sepolcro eterno di antiche glorie. Per il resto, si può ammirare la sincerità; ma la sincerità se è premessa necessaria alla poesia, non basta, da sola, a far poesia.

Giovanni Caserta

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1 commento
  1. Interessante pagina che offre occasione di avvicinare un autore oggi poco noto. Tuttavia personalmente avrei preferito qualche testo in più dell’autore e magari qualche riga in meno del commentatore, visto che si percepisce chiaramente che il poeta non gli piace. Un saluto.

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