“Noi, gli uomini di Falcone – La guerra che ci impedirono di vincere” di Angiolo Pellegrini con Francesco Condoluci, Sperling & Kupfer – 2015, letto da Dante Maffia

immagSe conosci il nemico, le sue forze, le sue postazioni, la consistenza delle sue armi, puoi vincere la guerra. Ma se uno solo dei tuoi consiglieri o dei tuoi generali è un venduto, una spia o solamente un fantasma consenziente, allora avverranno appena guerre finte e i morti non serviranno che a produrre lapidi”. Non ricordo di chi è la frase, forse di Tucidide o di Cesare, ma è così vera e così attuale che leggendo Noi, gli uomini di Falcone La guerra che ci impedirono di vincere, di Angiolo Pellegrini, con Francesco Condoluci, mi è riapparsa nella memoria con un senso di attualità lampante. Siamo abituati a sorbirci ormai telegiornali senza sosta, valanghe di notizie che arrivano e si disperdono cancellandosi a vicenda, non coagulando in noi neppure un pensiero fugace, una qualche considerazione. Combustione vera e propria, come l’immagine di Burri in copertina, fretta di non si sa che cosa. Ma quando le violenze sono state organizzate, perpetrate e concluse con precisione millimetrica per sconfiggere la verità e il cammino dell’umano, per dissestare l’assetto sociale finalizzando ogni azione al proprio tornaconto, allora le tracce non scompaiono,  specialmente se è stato sparso sangue in abbondanza. Mi pare che questo libro di Angiolo Pellegrini miri a ciò: non far disperdere la memoria dei sacrifici, ricordare che non tutti sono stati e sono corrotti, che c’è una parte sana degli apparati statali che ha creduto e crede nell’onestà, nel rispetto e nei valori alti della vita. Il libro si apre come un diario di eventi sconvolgenti e va avanti come un romanzo che però, ahimé, attinge al fiume ininterrotto di fatti concreti, alcuni dei quali, alla luce del dopo, sembrano incredibili. Ma Pellegrini non nasconde e non si nasconde nelle pagine, non cerca effetti, non ha dubbi sul dovere da compiere e quindi è subito visto come un cantante fuori dal coro, diciamo come una spina da togliere al più presto dal concerto ormai venutosi a creare nella fitta trama di avvenimenti che proprio mentre stavano per essere chiariti fino in fondo hanno subito sterzate irrevocabili. Lo so, qualcuno dirà che ciò che troviamo in questo libro lo abbiamo letto e riletto e invece devo smentire i lettori, perché in queste pagine c’è una tensione etica che va oltre le notizie, oltre i fatti in sé per diventare esempio di una civiltà che dovrebbe prendere coscienza del patrimonio che gli appartiene, inteso ampiamente. Si rilegga “A un passo dalla verità”, o “Più si vince e più si perde”  e si avrà chiara l’idea degli inghippi, delle distorsioni, delle manchevolezze degli apparati che mostrano che qualche anello ogni tanto si sgancia e determina il disastro. Piace del libro anche il fatto che non ci siano autocelebrazioni e compiacimenti come a volte è avvenuto per memoriali postumi o scritti in funzione della propria persona. Pellegrini è obiettivo e calibrato, non inventa nulla e non fa rivendicazioni. Semplicemente vuole indicare una strada da perseguire, un metodo da sconfiggere per evitare che continuino ad accadere oscuri sillogismi manzoniani. Angiolo Pellegrini ci fa intendere che la guerra intrapresa contro le cosche mafiose e contro i signori che le foraggiavano poteva essere vinta. Non fu possibile farlo e proprio per quelle ragioni a cui accennavo all’inizio riportando la frase di Tucidide o di Cesare. Sarà sempre così? Non c’è via di scampo? Gli uomini di buona volontà dovranno sempre soccombere alle ragioni funeste dello strapotere politico e mafioso? O c’è uno spiraglio che apre verso la libertà e verso un futuro in cui i valori dell’uomo potranno essere compresi e riconosciuti? Il libro dà, indirettamente, un messaggio di speranza, non è soltanto racconto di un’epoca passata, è anche ammonimento, invito ad essere uomini con la schiena dritta soprattutto dinanzi alle morti ingiuste e gratuite; è resoconto di una civiltà che deve cambiare passo per impedire che altri generali un giorno possano scrivere una pagina come questa: “Ero impietrito dal dolore. ‘Perché?! Perché?! Perché tutto questo, perché?!’. Rabbia e frustrazione si impadronirono di me. Per la seconda volta, da quando ero arrivato a Palermo. La prima era stata per Dalla Chiesa. Adesso per Mario. In due anni e mezzo, di morti come quelle ne avevo viste tante. Troppe. Uomini dello Stato mandati al massacro come carne da macello: carabinieri, poliziotti, magistrati, agenti di scorta. E poi politici, professionisti, semplici cittadini. Soppressi come bestie, cancellati dalla faccia della terra solo perché stavano cercando di fare il proprio dovere. O a volte soltanto perché si erano trovati al posto sbagliato nel momento sbagliato. A Palermo, la città-mattatoio, la vita valeva meno che niente”.

Dante Maffia

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