Intervista al poeta premio Nobel Derek Walcott (da “La Repubblica – R2 – Cultura”)

220px-Derek_WalcottNew York. I White Egrets di cui parla nel titolo la nuova raccolta di poesie di Derek Walcott sono i grandi aironi tropicali, che il poeta definisce «angeli inattesi», e «i rimpianti sbiaditi dei ricordi di un uomo anziano». Nell’originale il titolo porta con sé un’evidente assonanza con quest’ultima definizione: il termine inglese per i rimpianti è infatti regrets, quasi identico al nome degli uccelli. Da qualche mese Walcott ha abbandonato la propria residenza newyorkese per tornare a St. Lucia, dove, a ottant’anni, continua a iniziare la propria giornata con una lunga nuotata nel mare dei Caraibi, nel quale ha voluto rivivere il mito di Ulisse con la sua raccolta più celebre e importante, Omeros. Nella raccolta e nelle contemplazioni silenziose, i grandi aironi bianchi appaiono anche quando il poeta sente l’attrazione per donne più giovani, e assumono il simbolo di qualcosa di misterioso e sfuggente, che forse porta con sé il crisma della redenzione rispetto alla fallacia della carne. Ma si tratta anche di animali di struggente bellezza, che Walcott celebra come la sua meravigliosa isola, della quale scrive con commozione: «Questo piccolo posto non produce altro che bellezza».

Questa quattordicesima raccolta di versi, appena uscita in America, risulta in primo luogo una meditazione sul tramonto della vita, a tratti dolente, ma mai mesta, nella quale la poesia appare lo strumento per cogliere l’universale nel particolare. Guardandosi indietro, Walcott rivisita i luoghi che hanno segnato la propria esistenza, e compaiono, un pò a sorpresa, molti riferimenti all’Italia, un paese amato per la sua bellezza e la sua storia. «Torno sempre con grande gioia in Italia», dice con un sorriso complice, «ed amo in particolare il meridione: sono rimasto molto colpito dalla bellezza di Siracusa, dal panorama, e dal suo mare epico».

Alla fine di una giornata piovosa a Venezia, lei scrive che quello «è il clima della poesia» e che «l’Europa è la sua vera casa».
«La poesia nasce ovunque, ma sarebbe folle ignorare cosa significhi la storia della cultura e dell’arte europea. E la poesia può essere ispirata chiaramente da ogni clima, ma nel caso che ha citato, ho sentito un’atmosfera ed un sentimento che mi sembrava particolarmente fertile e suggestivo».

Lei definisce Joseph Conrad “bastardo”, per il modo in cui parla del “vuoto” della sua St. Lucia e poi aggiunge: «Questo verso è parte di quel vuoto, come è la valle di Santa Cruz».
«Ovviamente non si tratta di un giudizio sull¿opera di uno scrittore del livello di Conrad, ma di uno scatto di orgoglio nei confronti della mia terra, un paradiso conosciuto da pochi».

In Sessanta anni dopo racconta l’incontro con una donna che definisce come «il fuoco della mia gioventù», ma che ora, piena di rughe, è quasi irriconoscibile.
«È una storia vera, della quale tuttavia non vorrei parlare molto. Credo di aver detto forse fin troppo con i miei versi».

Il libro cita anche un amore non corrisposto tra una persona anziana e una donna decisamente più giovane.
«Anche in questo caso si tratta di sentimenti autentici. Vorrei rispondere dicendo unicamente che si tratta di qualcosa di molto umano».

Leggendo la raccolta, si ha l’impressione che avrebbe potuto scriverla soltanto a questa età.
«La domanda è impertinente, ma ahimè contiene una verità».

Lei è anche un apprezzato artista figurativo. Ci sono dei pittori che la ispirano maggiormente?
«I primi due artisti che mi vengono in mente sono Mantegna e Rembrandt, ma devo affermare con chiarezza e senza falsa modestia che non ho grandi ambizioni come pittore. Faccio quel che posso, spero al meglio del mio limitato talento».

Nella raccolta lei cita il poeta irlandese Patrick Kavanagh.
«È un poeta che ammiro, e con il quale sento una particolare affinità: anche lui vive in un’isola, che ama profondamente. L’Irlanda è molto più grande di St. Lucia, eppure l’approccio di Kavanagh nei confronti della propria terra è analogo».

Quali sono le poesie che legge abitualmente?
«Cerco di alternare i classici con i contemporanei. La lista sarebbe lunghissima, ma se devo fare un nome, cito Omero».

Come definisce un capolavoro?
«Un’opera che ha la capacità di muoverti e commuoverti in maniera considerevole».

Kark Kirchway, sul New York Times, ha paragonato la sua opera a quella di Thomas Stearn Eliot.
«Ho letto quell’articolo, e mi sembra che il paragone fosse soprattutto sul fatto che anch’io scriva dei drammi teatrali, e sulla teoria di Eliot delle “tre voci” della poesia: quella lirica, la narrativa o epica e quella drammatica. Ovviamente non sta a me commentare in merito, anche se si tratta di un accostamento interessante».

La raccolta celebra il piacere modesto e quotidiano: c’è una poesia in cui “l’uomo più felice” è definito come colui che beve su una veranda o in riva al mare, su un molo in compagnia di un amico.
«È qualcosa in cui credo profondamente, e spero che a questo punto non tirerà fuori un’altra volta la storia dell’età».

Un suo verso dice: «Non sappiamo mai cosa farà la memoria».
«Credo infatti che non siamo in grado di controllarla, né di capirla, e ciò offre un materiale fertile per la poesia».

Scrive anche: «L’ideale perpetuo è lo stupore».
«È una cosa in cui credo profondamente. La vita è piena di mistero ed è da vivere con incanto, apprezzando sempre quello che ci sorprende».

Come ha vissuto la tragedia di Haiti? Le sembra che il mondo abbia reagito in maniera appropriata al terremoto?
«È stato un momento terribile, di angoscia e dolore. Ci sono stati sicuramente errori e ritardi, ma più di ogni altra cosa ho visto compassione. E ciò mi continua a dare fiducia nella vita».

la Repubblica – R2-Cultura

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2 commenti
  1. Dal momento che voi non date istruzioni sul modo di accedere a questa Presenza di Erato, vien fuori che essa presenza, insieme ad Erato, è riservata solo a pochi poeti e critici, siano o no essi meritevoli di tanto onore, mentre gli altri son relegati alla funzione sola di lettori, visto che non c’è poesia né critica se insieme non si danno anche lettori di critica e poesia. Dico bene? E mettiamo che capiti uno come il sottoscritto che si è rotto di assolvere a questa sola funzione, come la mettiamo? Ve ne impipate? E allora perché quella scritta nobilesca, con quelle frasi nobilesche come “palestra della poesia e della critica della poesia operata sul campo”, “libero e democratico agone delle idee”, “luogo del confronto… senza alcuna preclusione”? Sono invece queste regole le vostre regole? E allora perché non dite come si fa a proporre della poesia o della critica di poesia? Lo avete già fatto? E lo avete nascosto? Dove?
    Domenico Alvino

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