“Stabat Mater” di Antonella Presutti, letto da Marco Onofrio

copertina_stabatmaterOggi come mai c’è bisogno di rendere sensibile (in segni da leggere e in suoni da ascoltare) l’opzione estetica di una “metafisica umana”, articolandola in “discorso della profondità”: divaricare i lembi dell’abisso per sfiorare le radici della nostra essenza. La letteratura è chiamata da sempre a un compito di rivelazione cosmica e di umana ritualità. Lasciamo che a parlarci (fin troppo) della cronaca e delle minutaglie siano i mass media, che non lasciano traccia. La poesia deve s-velare il fondamento: i cardini su cui scorre la nostra esistenza. Deve saperci mettere dinanzi a uno specchio. Stabat Mater di Antonella Presutti (EdiLet, 2011, pp. 200, Euro 12) assolve ampiamente a questo compito. È un romanzo-non romanzo, un monologo allucinato sui confini della morte e gli spazi della vita, la litania di una madre straziata dal suicidio improvviso del figlio sedicenne, che un pomeriggio si chiude in bagno e si spara un colpo in testa: un motivo estenuato di ritorni concentrici, una «lunga preghiera che sembra un racconto» dove tutto è già accaduto – come in un mito – e dove, come nel rito conseguente, si gira sempre intorno allo stesso Totem, nucleo semantico e simbolico.

Stabat Mater è il diario e il delirio di un distacco incolmabile. Il grido della madre ai piedi della croce, che attraversa tutte le stazioni del calvario, è una lama rovente che squarcia le viscere. Si assiste con terrore “religioso” all’evolversi del dramma già compiuto, da sempre e per sempre. Parole d’amore, preghiere, lamentazioni, bestemmie, maledizioni: tra «potenza e spasimo, elevazione e caduta». C’è, dunque, il confronto disperato con l’assenza, invano sostituita dalla presenza del ricordo. Occorre fare i conti con la realtà accaduta, che neppure un dio saprebbe cancellare: la traiettoria del proiettile, freddamente necessitata e ignara di ogni legge, che non si può più richiamare indietro. E il vuoto della morte: non ci sei, non mi parli, non mi tocchi, non mi dài un segno, non ti posso più accarezzare. E il silenzio «verso il quale andiamo tutti, conquistandolo a fatica, palmo a palmo». Le labbra murate, i discorsi muti, la “celeste corrispondenza” che si effonde nei colloqui col figlio morto, anche davanti alla tomba. «Io di qua, tu di là, oltre una fila mattoni, più forte di ogni costruzione di acciaio, senza più parole per raccontarti tutto quello che avrei dovuto raccontarti e che non ti ho mai detto per orgoglio». La tomba: la morte come trapasso dal sangue al sasso (Caproni), nave-culla di un viaggio che «non inizia da nessuna parte e non arriva in nessun luogo». Che cos’è che manca di più? La quotidianità, la consuetudine, le piccole cose di ogni giorno. Ecco alcuni echi di questo “mai più” moltiplicato:

«Mai più a tavola, mai più la tua voce, mai più le tue scarpe buttate di traverso nella stanza, mai più il giubbotto dimenticato sulla sedia, mai più i pantaloni in lavatrice con i fazzolettini di carta nelle tasche, mai più la tua figura sghemba all’orizzonte – ogni volta che arrivavi era una festa del cuore, forse un presentimento che c’era solo uno spazio breve da percorrere ancora insieme. Quale privilegio?»

Il libro di Antonella Presutti si presta ad alcuni livelli di lettura “fondamentali”, tra cui spiccano: la riflessione abissale sulla morte, elaborata in molteplici escursioni e variazioni (analizzando cioè le diverse sfumature psicologiche, le reazioni alla tragedia, la gamma dei pensieri e dei sentimenti evocati); il dramma dei giovani d’oggi, insoddisfatti e annoiati, inutilmente pieni di cose, di ammennicoli, di palliativi (internet, l’mp3, gli accessori): «i suicidi chiedono tutti qualcosa»; e soprattutto il rapporto madre-figlio. «Che madre sono stata per te?» si chiede la Mater. La madre sguattera, serva, mamma-mamma. In realtà il figlio lo aveva già “perduto”, col distacco adolescenziale. Si era spezzato il cordone, l’idillio di quel rapporto totalizzante, di reciproco innamoramento e perfetta complicità. È la storia (delusoria) di ogni madre con il figlio maschio, che deve “tradire” e “sgualcire” il suo amore esclusivo con lei per diventare uomo. Dal «bocciolo di carne che urlava in un palmo di mano», dipendente in toto dalle sue cure amorevoli, al ragazzo ombroso e indipendente che non le permetteva più il rapporto che lei avrebbe voluto continuare, e rifiutava – sbuffando – coccole e attenzioni. Dall’amore tenero all’amore feroce: «una madre che ti cercava senza mai trovarti veramente». E che aveva inconsciamente sostituito il marito con il figlio: «cercavo la tua solidarietà contro di lui, ma tu me la rifiutavi». Il marito entra inesorabilmente nell’orbita simbolica del “capro espiatorio”: ha la colpa di aver inculcato al figlio la passione per le armi, di avergli fatto frequentare il poligono di tiro («la testa te l’aveva armata lui»). La Mater gli riserva un atteggiamento di distacco, disprezzo, disgusto. «Rettile schifoso», lo definisce. La tragedia di un figlio morto, come spesso accade, scava tra i genitori un solco insuperabile.

Tra le infinite domande del libro ci sono anche quelle che rispondono al tentativo (impossibile) di razionalizzazione della tragedia: «perché, per dio, l’hai fatto?». Non c’è un perché. E se anche ci fosse, non servirebbe a niente. Come le parole: «non servono a niente», e «non ci sono parole per strapparti alla morte o per morire con te». La parola è impotente dinanzi al dolore, all’assoluto della morte. Eppure ha una funzione rammemorante e, in un certo senso, riparatrice: «scrivo di te per non consegnarti alla morte, per non lasciarti andare». Una sorta di contro-Sherazade: scrive per salvarsi non dalla morte, ma dalla vita che la chiama a superare, a lasciare che la morte vada via. La Mater non vuole riconciliarsi con la vita: ha bisogno di tutto il dolore che prova, di non smaltirne neppure un grammo. È a tal punto disperata da maledire la vita che le permette di andare avanti: «nel nodo in gola passa sempre un filo d’aria che fa vivere», e lo dice con rammarico. E poi lo stupore: «come è possibile che si continui a mangiare, parlare, camminare, se tu non ci sei?». Come è possibile la bellezza scandalosa del mondo che continua, e conserva la sua armonia apparente? Come è possibile l’aurora di ogni giorno?

Antonella Presutti percorre a doppio senso la linea sottile che divide e insieme congiunge gli universi complementari della vita e della morte. E lo fa senza conforto di illusioni salvifiche, senza garanzie. «Tu non risorgerai. Non entrerai più da quella porta. Non sentirai più l’arrivo della primavera (…). Tu non sei Lazzaro: non ti vedrò mai più». L’unica salvezza possibile è non fuggire, non esorcizzare: sprofondare, anzi, nell’inferno terrificante della memoria, al centro stesso della devastazione. Riavvolgere il nastro e rivedere con effetto ralenti, ancora e ancora, senza fine, tutto il film della tragedia: il colpo, il sangue schizzato dappertutto, i frammenti di cervello esploso, l’agonia all’ospedale, l’intervento inutile, la morte, il rumore del trapano che avvita i chiodi della bara, la tomba al cimitero, il primo Natale senza, il primo anniversario. E poi, i sedici anni prima di quel giorno: farsi inzuppare da tutti i particolari di un’esistenza a suo tempo attraversata “distrattamente”, senza cioè la tremenda e irredimibile consapevolezza del “dopo” (è la solita storia: dobbiamo perdere le cose per capire quanto fossero preziose)…

«Aspettare la morte per condividere la vita. Ho dovuto aspettare che ti togliessero gli ultimi tubi dalla bocca, dal braccio, dalla gola, per abbracciarti. Non lo facevo da anni e quando tentavo di stringerti a me, mi scacciavi come un puledro selvaggio. La vita ci inganna. Come ci vendicheremo dei suoi tradimenti?»

La scrittura diventa docile strumento analitico, guidato con mano ferma da una mente “crudele” e traslucida, che rivisita con chiarezza spaventosa le tracce che riaffiorano dalla grande assenza. L’opera nasce da questo bisogno assoluto di recuperare ogni dettaglio, di annodare i fili del ricordo. C’è una volontà ostinata, cocciuta, quasi masochistica, di non difendersi dal dolore, di combattere l’oblio. «Non c’è anestetico e risarcimento»: «nessuno sconto», nessuna scorciatoia: «io nelle tempeste vado a infilarmi. Le cerco, le annuso». E ancora: «Voglio mantenere bene a fuoco tutti i dettagli. E il mio dolore non può togliermelo nessuno. Voglio attraversarlo fino all’ultima goccia». Dunque si tormenta, si scarnifica: rivendica l’«originalità del soffrire», la bellezza metafisica della sofferenza. Ha bisogno anzitutto di silenzio, tanto silenzio, per elaborare il lutto e distillarlo nella sua purezza cosmica. Gli altri, i maschi, sono fragili. «Sanno sempre salvarsi. Creano quel diaframma tra sé e il mondo che noi donne laceriamo». Gli altri se ne fanno a lungo andare una “ragione”, truccando le carte e ingannandosi. «La cosa più crudele della morte è l’impegno a renderla accettabile». La Mater finisce per affezionarsi a questa morte che le consente di tenere vivo il lancinante ricordo del figlio. Diventa suo terreno esclusivo. Anche se la vita rivendica spazio: ecco i palliativi folli di superare l’assenza («Allora accendo il mio e il tuo telefonino e dal tuo faccio partire una telefonata al mio. Sorrido quasi e mi sembra che l’inganno possa aiutarmi ad andare avanti. Mi sembra che il giorno dopo io porti come una traccia della tua presenza in questa chiamata memorizzata. A questo sono ridotta»), gli automatismi (soprappensiero le viene di chiamarlo, “come se”), le allucinazioni («quante volte mi è sembrato di vederti»). Fino al desiderio “scandaloso” di tornare ad essere donna («anch’io ho bisogno di gratificazione, di riconoscimento. Come sei bella oggi, davvero elegante. Anch’io ho cuore e vita»).

Il dolore emerge come grande verità esistenziale, strumento di autoanalisi e conoscenza. «Di che cosa si vive?», non a caso, è la domanda che Antonella Presutti fa ricorrere all’inizio del romanzo (ed è un libro che parla di morte!). La morte stessa è vettore supremo di conoscenza.

«Di fronte alla morte si diventa stupidi perché noi non sappiamo niente. I morti ci fanno paura, sanno più di noi. Hanno attraversato l’ultima frontiera, quella frontiera che noi possiamo solo immaginare. I morti ci fanno paura. Si sono tolti l’ultimo pensiero. Hanno respirato per l’ultima volta. Hanno chiuso gli occhi per sempre sul mondo. I morti ci fanno paura. I morti ci obbligano a pensare che la morte arriverà anche per noi».

La morte come “ultima conoscenza” e “lingua universale” di ogni essere venuto al mondo: terreno comune a tutti gli uomini, «il più insondabile e misterioso» attraverso gli abissi del tempo. Antonella Presutti cerca di sondare coraggiosamente questo mistero che non si finisce mai di pensare, attraverso una narrazione circolare e ridondante per il suo stesso impianto compositivo, che le consente di aggredire lo stesso fulcro da punti diversi. E dichiara apertamente il suo “metodo”, che è soprattutto il modo che ha la Mater di pensare e affrontare il vuoto, parlando al figlio morto: «Lo so che sei annoiato delle mie continue ripetizioni (…). Ma il dolore è anche ripetizione. Le parole ora non mi vengono più da sole, le cerco come se traducessi da una lingua che non conosco. Tra le parole restano buchi profondi, incolmabili». È proprio ai “buchi” tra le parole che possiamo agganciare le nostre emozioni di lettura, riconoscendoci con ammirazione in questo libro potentissimo e struggente, che si costruisce come un ponte di cristallo (200 pagine sul “nulla pieno di ogni cosa” in cui siamo immersi) tra le sponde della vita e della morte. E, tutto intorno, il vuoto eterno, il vuoto che gira dentro il vuoto: «quel vuoto terribile con il quale dialoghiamo ancora».

Marco Onofrio   

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1 commento
  1. Illuminata, colta, la tua nota critica, Marco caro: per taluni passaggi, mi ha riportato a quel possente incipit eliottiano dei Quattro Quartetti “Nel mio
    principio è la mia fine. Una dopo l’altra/ case sorgono crollano cadono…Le dalie dormono nel silenzio vuoto. La civetta/ non si farà attendere…”

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