Paolo Corradini, Confiteor, Florence Art Edizioni, letto da Dante Maffia

corradini

Mi è parso vedere un antico tempio
dove un uomo che chiese pietà mi ha redento
una galera dove sono stato
un delitto di cui mi sono macchiato
una colpa che mi logora segreta
una segreta speranza
una stella mattutina
una veste immacolata
un sorriso che consola
tutta la fatica della creazione
un brivido.

Paolo Corradini fa parte di quella schiera di medici, sono tanti, che accanto al lavoro nelle corsie degli ospedali coltivano anche quello della letteratura. Ne cito qualcuno, Céline, Carlo Levi, Eugenio Travaini, Pino Noia, Giuseppe D’Onofrio, Nevio Nigro, Filippo Cruciani, Patrizio Dimitri. I medici hanno un’antenna particolare per la poesia perché il contatto con il dolore, la sofferenza, le angustie quotidiane li inducono a soffermarsi sul senso della vita e non è raro che scrivano versi intensi, perfino abbacinanti, e comunque molto necessari. E’ appunto il caso di Corradini, scoperto grazie a un altro poeta indimenticabile, Mario Specchio, che ha firmato la prefazione a Confiteor, libro che si discosta dalla produzione imperante, che bada a scavare nell’io e bada poi a metterlo a confronto con l’universo; libro che nasce da profonda meditazione e dopo letture intense di filosofi, teologi e poeti. La prima cosa che appare evidente è il serpeggiare di una forte inquietudine, quella che Specchio chiama “soffio di un vento turbinoso”. I versi sono sincopati, brevi, accesi da un fulgore che tuttavia non tracima mai, non sbanda e non rincorre fole. Le tensioni interiori del poeta vanno dritte alla ricerca di un approdo e naturalmente si dibattono nel crogiuolo di esaltazioni e di contraddizioni, di esperienze e di speranze che anelano a una compiutezza che non potrà avverarsi . Il poeta ne è consapevole, ma non si arrende, cerca lo spiraglio, l’anello che non tiene, direbbe Montale, la fessura che possa permettergli di accedere alla grazia. E la presenza di Giuseppe Ungaretti, con la sua spiritualità e la sua secchezza espressiva, sfiora Corradini e così “la morte si sconta vivendo”. Il libro è cosparso di testi che singolarmente affrontano le problematiche più cocenti a cui viene sottoposto l’uomo, ma non si avverte nessuno strazio, semmai c’è l’ansia di superare i muri, di andare sempre oltre, d’arrivare a tessere comunque una briciola di luce inedita. Corradini è un lirico e tuttavia ha impennate alla T.S.Eliot, dense di pensiero, di risvolti inafferrabili che sembrano nascere dal diluviare magmatico di un inconscio in ebollizione. Si sente fremere l’anima del poeta, se ne sente la musica che ha scatti e ingorghi, tripudi e risentimenti. Musica delle sfere celesti, non note umane. Ciò mi ha fatto molto pensare, perché di poeti che sappiano essere se stessi e sappiano, a un tempo, essere particelle dell’Universo, ce ne sono pochi in giro. E mi sembra quindi evidente che Corradini si offre come ostia per la renovatio. Ma al di là delle ragioni teologiche e delle acquisizioni spirituali che scorrono tra le pagine lievitandole, c’è, in questa poesia, la consapevolezza della fragilità dell’essere ed ecco quei tocchi, che chiamerei magici, in cui si avverte una immensa tenerezza, il sussultare del cuore. “E nel silenzio pronuncerò / il tuo nome come un lamento / dalla mia croce”. Credo che non ci sia bisogno di sottolineare che Corradini è disposto a denudarsi e a darsi in pasto al divino, infatti in Ti mostro concluderà: “Vieni / ti mostro la mia anima”. Niente dunque sotterfugi linguistici o cabbale complicate per  intorbidire le acque. Questa è poesia che va dritta al cuore, che non allude ambiguamente, che alla parola dà il peso giusto affinché il lettore possa capire appieno il segreto che vi aleggia e possa abbeverarsi a una umanità che per molti aspetti sembra essere stata smarrita, se non cancellata. Il tutto offerto con un lirismo calibrato e senza dispersioni, con la chiarezza di un dettato che sa resuscitare i sentimenti e ridare loro legittimità.

Dante Maffia

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