Le corride internazionali contro il matador che vuole far soccombere il pensiero, di Michele Rossitti

20-juan-goytisoloIl macigno più gravoso delle società è di certo l’oppressione politica che diviene super assassina quando si accanisce sulla creazione artistica, specie se tende ad ammutolire la voce poetica. Juan Goytisolo ha fatto propria la tematica della persona storica, del suo rapporto civile e aperto ai problemi e alle responsabilità della convivenza. Parte da qui il distacco nei confronti del governo falangista e dell’atteggiamento che il franchismo nutre contro quei giovani che hanno conosciuto tribunali e carceri. Il sorriso accorato di sarcasmo e di forte sconforto si attarda con gli ispettori che frugano tra le carte e i volumi di un dissidente. In Ordine di perquisizione la protesta soltanto poetica riluce espressione di conforto per la moglie, accertarla di essere costretto a seguire la polizia al commissariato: è un picchetto schietto di versi contro la tirannide arruolata al bianco sgomento di chi pensa intoccabili i componimenti attraverso la delazione tagliente di un affilato e umoroso senso di colpa verso quell’arma garante di verità dove l’intervento brutale ma di ottimo fiuto degli agenti pare di primo acchito legittimato. Si alternano fari opachi e domande in quel “Torno subito” rivolto alla consorte; un ritorno sarà impossibile perché interrogatori e condanne seguiteranno subito all’incursione programmata.

Non cercate qui,
sono libri. Credo
che vi sbagliate.
Non è tra le carte
o sul tavolo
che potete trovare
qualcosa di nascosto. Si tratta
soltanto di poesie,
versi senza valore, parole morte.
Non troverete niente, vi dico,
che non potreste trovare
in una casa qualsiasi
della città. Smettete,
per favore, mi dispiace
vedervi perdere tempo.
Quanto guadagnate voi
al mese? No, niente,
pensavo a quanto costa
una perquisizione. Insomma,
sono già le tre. Che cosa vi aspettate
di trovare? È molto triste.
Sì, d’accordo, prendete
ciò che volete. Andiamo,
allora. Aspettate,
mi dimenticavo il cappotto.
Addio, cara, non fare
quella faccia. Ti dico
che si sbagliano.
Si tratta soltanto di poesie,
sciocchezze. Vai a dormire,
è tardi, non mi aspettare.
Torno subito.

nnaRiempire a nostro arbitrio le orme dei puntini di reticenza che precedono e introducono …che ritorna di Nagy Ágnes Nemes con un generico incubo politico, male o prevaricazione sviluppa inconsciamente il tema di un contrasto tra l’ieri dove ci si poteva adeguare allo spazio e al respiro tranquillo e l’oggi in cui siamo obbligati a rannicchiarci sotto gli oggetti, rettili striscianti nel suolo accidentato. Il serpeggiamento non ci fa percepire più i confini dell’essere, in Ungheria come nel mondo intero annichiliamo residui nei metri cubi della casa, minuti spaccati quasi da una criminale orologeria svizzera.

Questo era il tavolo. Il ripiano. La gamba.
Questo il filo di ferro. Questa la lampada.
C’era anche un bicchiere, accanto. Eccolo.
E questa era l’acqua. Con questo ho bevuto.

E guardavo fuori dalla finestra.
E vedevo: il vapore inclinato obliquo,
e il grande salice celestiale che offriva le braccia
sul buio lago, il prato della sera,
e guardavo fuori, dalla finestra,
e avevo occhi. E avevo mani.

Adesso abito intorno a gambe di sedie.
Arrivo alle ginocchia di ogni oggetto: allora
con le spalle affrontavo lo spazio.
E quanti uccelli c’erano. E quanti spazi.
Soffiati via dal vento, strappati, roventi
petali di una corolla di incendi
separandosi con un battito:
un cuore si frantumava e
si sparpagliava in schegge uccelli.

Questo era l’incendio. Questi erano i cieli.
Vado via, adesso. Toccherei con un dito
il pavimento, se potessi.
È bassa la corrente, e alla strada
mi stringo. Io non sono.

carlos-bousono-1-jpg-img-dettaglioUna recidiva di osteoporosi negatrice aggredisce la coscienza se l’intimità è infranta dalle situazioni politiche e morali in cui si trova il paese di appartenenza. Può avvenire tuttavia che ci si renda conto di valorizzarlo nonostante un gesto istintivo di disprezzo potrebbe condurre all’apostasia o peggio alla fuga. Subentra quindi l’operosità pietosa, il senso di vicinanza per la sofferenza altrui, il bisogno acuto di sentirsi legati a una sorte dolente pur nella pluralità dei singoli oppressi. Il risultato di Carlos Bousoño è generoso e drammatico insieme sul versante di una terra soffocata e meritevole di giustizia. La volontà di voler distogliere la testa dai fatti trascorsi e attuali lo renderebbero squallido e abbattuto, senza memoria e nessun altra attività, tranne la pura contemplazione di tutto quanto diviene natura profonda della sua nazione in Spagna nel sogno. La province sono state intessute di lotte cruente come di delusioni per la fine del confronto democratico, bruciature sulla penisola e sul fronte repubblicano che ora si traducono in panorami malinconici. La tristezza non è tensione esterna, dipende dall’anima di Bousoño che oscilla tra pane e cicuta, qualsiasi patria con i suoi gioghi colossali provoca maestosità umana laddove regnano bassezze. Un blocco illiberale non concede mai dialettica e per giunta il lamento che risale a vortici dalle cantine del cuore si rovescia costante nel mosto assurdo, affiatato e irresistibile dell’amore fecondo.

Da qui, ecco, contemplo, disteso, senza memoria
i campi. Pietra e campi, e cielo e lontananze:
S’aprono all’occhio monti ove ha seminato la storia
quel dolce sogno amaro che restano a sognare.

Ma l’amore fuso in pietra giorno dopo giorno,
ma l’amore mescolato al monte o alla scoria,
resiste e dura, e t’amo, o patria, o giogaia
crespata che t’alzi sotto il cielo, illusoria.

Campi familiari, cielo d’una mia esistenza,
pietre di cui ho impastato il cuore mio piccolo,
boschi dove ho contato, sogni che ho sofferto.

E v’amo, v’amo, campi, montagne, impegno certo
per la mia vita, anche sapendo ch’è vano il mio palpito
d’amore. Ma t’amo, patria, fantasma, sogno, evanescenza.

Michele Rossitti

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