Sergio Givone, “Non c’è più tempo”, Einaudi – 2008, letto da Dante Maffia

recensioni_439_fotoprincipaleSergio Givone insegna Estetica all’Università di Firenze. Molti suoi libri sono studi fondamentali, per esempio Disincanto del mondo e pensiero tragico, Storia del nulla e Il bibliotecario di Leibniz. E’ sicuramente una delle personalità più in vista della cultura europea, un punto di riferimento. Ha scritto anche opere di narrativa. Nel 1998 Favola delle cose ultime e nel 2002 Nel nome di un dio barbaro, dimostrando immediatamente di saper convertire la sua scrittura saggistica in scrittura narrativa e renderla  ancora più leggera, accattivante, coinvolgente. Accadde lo stessa cosa per il suo romanzo, Non c’è più tempo, uscito  con Einaudi, come gli altri precedenti. Una invenzione al limite del paradosso, eppure vera oltre ogni dire, favola di una realtà che spesso si consuma in noi come sogno sfuggente e che è invece parte essenziale di un percorso che tutti dovremmo compiere per riuscire ad entrare nel vivo di problematiche alle quali passiamo accanto quasi senza accorgercene. La storia si svolge a Firenze, una Firenze ritratta a puntasecca da chi la conosce dall’interno, dalla parte del popolo, da chi la vive come una sorgente di luce e di ombre che si accapigliano di continuo senza trovare mai la sintesi. La sera del 2 ottobre 1981 Venturino Filisdei, professore di architettura ma adesso in pensione perché finito sulla sedie a rotelle a seguito di una disgrazia, viene condotto in un luogo irreale e a un tempo massicciamente reale dalla sua badante che egli chiama Capra. Ci si reca perché ha ricevuto una telefonata in cui gli si diceva che avrebbe potuto incontrare un figlio mai conosciuto. Non sembra essere curioso e interessato e alla fine lo è. Si fa accompagnare e nel buio cominciano a tessersi vicende che sembrano nascere dai sussulti delle ombre, dal groviglio intricato di allucinazioni che si susseguono con colpi teatrali davvero strabilianti. Venturino vive una lunga notte infinita davanti a se stesso, alla pioggia, all’abbaiare insistente di un cane, alla tentazione di conoscere e non conoscere, di farla finita o di scoprire il motivo vero per cui ha accettato l’appuntamento. Ha a che fare con personaggi buffi con il piglio e le movenze delle marionette e che invece interpretano una parte seria, quella di terroristi che però cercano una sorta di giustificazione al loro operato, che vivono una loro fede delusi e chiusi in una deriva di rituali. Givone ha la mano felice nel rappresentarli col loro carattere svagato, con i vezzi che accompagnano sempre i giovani impegnati in azioni più grandi di loro. Il terrorismo così viene visto in tutta la sua truculenza e anche in tutta la sua effimera baldanza e insipienza che è offesa all’utopia. Eppure non risulta un atto di accusa, ma semplicemente un dato di verità che si scioglie all’alba., quando la luce  rischiara il luogo, l’Antica Manifattura Tabacchi, già convento di Sant’Orsola. Il testo è cosparso di enigmi che via via sembrano sciogliersi e che invece si caricano di maggiori nodi, di più diffuse allusioni. E’ certo che “il destino di quei luoghi era segnato. Ne avrebbero ricavato piazzali per auto. O rimesse, casengoli,, tettoie presto destinate a trasformarsi in abitazioni”. Osservazioni simili ci spiegano il motivo per cui il protagonista debba essere un architetto, perché in effetti è sul luogo che si giocano le coordinate del mistero e si coagulano i fitti riferimenti del gruppo terrorista. Il luogo è il simbolo di ciò che può essere e non è, di ciò che si progetta e poi si sfalda nella luce. E’ una possibilità e una parvenza, la ricusazione di una sacralità con l’illusione che altra sacralità possa sopperire. Lo svolgimento degli avvenimenti dura meno di dodici ore. Una sfida al tempo impiegato da Joyce e da Broch per raccontarci di Mister Bloom e di Virgilio? O semplicemente la necessaria consistenza del buio che serve a Givone per avvolgere idee e avvenimenti, sensazioni e azioni  in un’atmosfera ovattata dentro la quale fluiscono meglio e più agevolmente le “marionette” di turno? Non si dimentichi che “Una teoria dell’architetto è che il luogo decide degli eventi anche più profondamente del tempo” e che “Se l’invisibile che esiste sta in cielo, sottoterra sta l’invisibile che esiste”. Dunque Filisdei a suo modo filosofeggia e in questo filosofeggiare si contorce e ne pensa di tutti i colori, mentre la banda sfila  e si propone in varia maniera, compreso quel figlio che finalmente conosce e che ha una fisionomia sfuggente. Del resto lo hanno soprannominato Riseverzi, come dice Givone, riso e cavolo, anzi riso e verza. A proposito di nomi, Givone non li ha attribuiti a caso, a cominciare da Venturino Filisdei. E poi Max Penitenti, Confiteor, Dolores Entierro, Quisqualis, Feuer… nomi improbabili, nient’altro che nomi? O invece “doppio speculare” di una condizione umana che si dibatte nelle incertezze e cerca una giustificazione alle azioni? Il ricorso al “contino di Recanati” e poi al Petrarca crea una alternativa alle teorie, mi verrebbe da dire deliranti, del gruppo dei terroristi che stanno sospesi sul burrone a due passi dalla chiesa di Sant’Orsola, ma si tratta di poesia, cioè di roba inutile, che non attirerebbe mai chi pensa di cambiare il mondo, le sorti degli uomini. Allora le scene si susseguono sempre più tese e proiettate su un teatro che non riesce a liberarsi dalle finzioni per diventare vita che si apre ad altra vita, sviluppo di eventi che non siano soltanto il crogiolo di elucubrazioni attorno a cui sembra di poter giocare il destino dell’universo. Givone riesce a portarci dentro le coscienze di ognuno dei protagonisti e ne sa ricavare momenti storici che vanno al di là di ognuno di loro, perché rappresentano ognuno una posizione chiara, un modo di essere nei confronti del potere. Ma perché come protagonista viene scelto un paraplegico? Perché appare Capra che subito dopo averlo accompagnato deve tornare a casa? Capra è ancora la parvenza della tenerezza e della vita, poi prende dominio il sogno, il non tempo, il pulviscolo notturno che rende inconsistente ogni cosa, dalle voci ai pensieri, dalle azioni ai rumori di sottofondo che cadenzano la mancanza del tempo. Givone ha saputo realizzare uno scenario di autentica rarefazione, dove esistono soltanto le ragioni dell’imponderabile, dei sussulti, dei presagi, della malattia del nulla. Chi è in effetti Filisdei? Il provocatore che deve mettere a nudo gli scalmanati di turno? La loro coscienza? Il loro fallimento? Probabilmente tutte queste cose insieme. In effetti egli non ha nulla di più e nulla di meno degli altri che gli stanno attorno, che parlano di morte, di condanne, di assoluzioni come se fossero officianti di una messa di non si sa bene quale religione. Comunque nel suo allucinato pensare e nel suo intorbidarsi nelle ossessioni che escono dalla sua anima e dalla sua mente come fuochi fatui Venturino mostra di aver preso conoscenza che il mondo è diventato una cloaca massima mefitica e impazzita. Ogni uomo è sospeso al burrone lì davanti, ogni uomo è tentato di perdersi, anche lui, tanto non c’è un prima né un dopo, non c’è più un fine per cui combattere.  Neppure quello di un figlio? Già, un figlio : “Lei ha un figlio! Lei, il principe della negazione, il signore del nulla, il maestro della fine, lei, lei ha fatto un figlio. Roba da non credere”. Il figlio, avuto con Maria, la sordomuta, non colma il suo vuoto, la sconfinata materia del grigiore inconsistente. Anche “Alla luce della fiammella il volto del ragazzo è apparso all’uomo in sedia a rotelle come il volto di un altro. Tanto più vicino e intimo, ora che l’identità vera è svelata. Eppure estraneo. E in fondo ostile, ignoto”. Ma al di là della bellezza delle pagine ricche addirittura di aforismi che restano nel lettore con forza e tengono la scrittura tesa in un’aura etica forte e calibrata, e al di là dell’eleganza espressiva che è propria di Givone che riesce perfino a mutuare una lingua di quegli anni non disdegnando neppure vocaboli forse ormai desueti ma che allora erano in voga (“aggalla”, “sgrigliorare”, “casipola”, “manfano”, “sfruculiare”, “manfruito”, “acciocchito”, “abbrica”, “misirizzi”),  il romanzo è un affresco di epoca dettagliato e connotato dal flusso di idee che circolavano negli anni settanta e ottanta in una Italia che vide opposte fazioni ideologicamente impegnate in una guerra proprio “senza tempo”. È’ sempre stato quasi impossibile riuscire a scrivere un romanzo di idee, di politica, di storia insieme, un romanzo complesso che sappia contemperare la psicologia dei protagonisti, il loro rapporto con gli altri, con la società, con il mondo. Molti narratori hanno tentato di realizzarlo ma con scarsi risultati, se si escludono alcuni grandi maestri. Sergio Givone invece ci riesce, perché non si preoccupa di mettere in primo piano la storia, la politica, la sociologia, ma la poesia e l’umano, servendosi di quella “tenerezza della memoria” a cui fa cenno nelle prime pagine. Non solo, egli affida ad elementi apparentemente inessenziali la struttura narrativa in modo che il lettore si appropria della storia indirettamente, come se si trovasse per caso in quel “punto cieco di Firenze”. Così diventano legittimi incubi e dubbi, parvenze e risonanze lontane, progetti di vita e di morte. Venturino ormai è il nulla personificato e può assistere indenne e indifferente a ciò che  sta accadendo. Non è neppure più protagonista, a un certo punto, ma una delle tante pedine di quella storia senza storie che si dipana come un suono di tamburo che man mano si affievolisce. Il terrore sovrasta, ma  qual è il fine di questo terrore che ha mani flaccide e lunghe che si muovono circolarmente? Ecco dunque che il terrore genera dal suo stesso corpo altro terrore e la morte appare sempre più vicina, sempre più pronta a mischiarsi nella notte di sinistri bagliori. Non sa, Venturino, che c’è qualcosa peggiore della morte stessa e che è in agguato. Potrebbe fuggire, poteva non essere andato a questo strano appuntamento. Ma c’è andato, ed ha potuto assistere allo sfacelo di un progetto, di un sogno che, ahimé, “Non significa più nulla”. Sergio Givone ha scritto un romanzo indimenticabile per la forza del dettato che non cede mai agli ammiccamenti romanzeschi tout court, un romanzo soprattutto su Firenze (“E sopra e intorno e fuori di lì, Firenze. Che mai come in questo momento gli appare imperscrutabile. Eppure è stata oggetto d’amore – un amore infinito, il suo. Ma che cosa ha amato di questa sua città? Tutto. Tutto ciò di cui essa è fatta. Le sue pietre. La sua luce. Perché sono pietre di luce, le pietre di Firenze. Pietra serena è pietra di luna. Pietra forte è pietra di sole. Anche la luce è pietra. Ah, la luce di Firenze! Che un più profondo buio partorisce, allo scopo di ritirarsi nei suoi antri, sparire alla vista ed essere quel che è: buio, invincibile buio, eterno buio”. Sembra di leggere una pagina di Tommaso Campanella  tratta dalla Metafisica o Dal senso delle cose  e della magia e si comprende perché Givone si serva di tracce e motivi esoterici per farci assistere all’apoteosi del dissolvimento che poteva essere evitato soltanto se i brigatisti avessero pensato che “i giornali del giorno dopo” avrebbero dato all’accaduto scarso risalto. Viene da domandarsi se Venturino non sia anche una sorta di Amleto contemporaneo che analizza innanzi tutto, come ha notato Ivan Turgenev  a proposito dell’opera di Shakespeare, e subito però si chiude nel più bieco egoismo. Egli non ama nessuno, non è capace di guardare fuori di se stesso, di affacciarsi alla verità, qualunque possa essere. Eppure Venturino dovrebbe sapere, e dovrebbero saperlo anche i terroristi, che “La vita è lotta”, una vecchia verità di tutti i tempi, come ci ricorda Johan Huizinga, ne La crisi della civiltà. Invece alla lotta ha rinunciato, dimenticando anche che “Due culture si giustappongono sempre, due gruppi, due collettività parlano due famiglie di lingue” (Michel Serres) e che quindi non ci può essere punto di contatto teorico, e che il solo momento di saldatura potrebbe avvenire se non si scambiasse il buio con la luce. Ma l’argomento è vasto e complesso e non è il caso di aggiungere altro alle parole di un Givone che ha saputo rendere anche le idee leggere e cariche di suggestioni narrative. Pregio, questo, raro tra i narratori soprattutto italiani. Insomma, non si leggeva da tempo un romanzo così denso di accensioni, di riferimenti occultati e resi fluidi, di tensioni che hanno il sapore a volte kafkiano e a volte di certe atmosfere francesi degli anni quaranta cinquanta. “C’è stato un tempo in cui abbiamo ucciso per uno scopo. Lo esigeva la giustizia proletaria. Semplicemente la giustizia aveva bisogno di noi… Poi, è vero, c’è stato un tempo in cui abbiamo ucciso senza scopo… Ora lei vorrebbe sapere che tempo è questo… Questo è il tempo in cui il compagno uccide il compagno, il fratello uccide il fratello. Per amore”. Givone ha affrontato un tema che non era facile rendere narrativamente, che presenta di per sé infinite ambiguità e col rischio di fare un romanzo di idee pesante e slegato dalle percezioni storiche. La sua consapevolezza e la sua attenzione costante sia alla struttura e sia al dialogo e al linguaggio gi hanno permesso di rendere le azioni convincenti e significative anche quando si sono avvicinate all’assurdo e al surreale. Infatti si avverte qualche nota lontana del teatro di Beckett, quell’attesa senza attesa che rende le parole stesse qualcosa di stupidamente sublime, di riccamente irrilevante.

Dante Maffia

 

 

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