Conversazione con Carlo Levi, settembre 1966 – di Aldo Onorati

Carlo_Levi_1Sereno, sorridente, Carlo Levi mi ha accolto nella silenziosa casa di villa Ruffo. Aveva un po’ da fare, ho scoperto dalle telefonate che interrompevano la nostra conversazione; e l’ora quasi tarda forse non ci ha permesso di toccare più argomenti e di svolgere più numerosi problemi di quelli che ho potuto proporre al gusto e al giudizio di Levi, per una sua interpretazione. Da scenario, in fondo all’ampia sala di pittura, in alto, facevano il grande quadro “Le parole sono pietre” e, di qua e di là da esso, “Il Signore”, e un Nudo. In basso, una stupenda “Maternità”.

Carlo Levi è autore di otto libri, uno dei quali il famosissimo “Cristo si è fermato a Eboli”, il più conosciuto della sua produzione: ma anche le altre opere non sono da meno, sottolineata “Paura della libertà” che, per solidità di pensiero e originalità, è una creazione centrale nel campo speculativo dei nostri giorni. E proprio sui problemi dei nostri giorni ci siamo addentrati man mano. A una domanda che così ho formulato – Di cinque candidati più portati, uno vince il premio. Si può essere certi che entro un mese, anche agli altri quattro verranno assegnati riconoscimenti. E di solito i libri sono presentati da Garzanti, Mondadori, Feltrinelli, Rizzoli… È un caso che, stranamente, si ripete, o una prassi divenuta ormai obbligatoria per qualche motivo? – ha risposto che essa è un po’ pessimistica, perché può anche accadere che qualche volta i premi vengano dati a chi meriti. Ma il problema generale è quello del peso dell’industria culturale sulla pubblicità e quindi si tratta di aspetti inevitabili del sistema, secondo cui alcuni editori se ne accaparrano il maggior numero. Esso va allargato al di là dei premi, e fin quando la propaganda riguarda solo il pubblico. È tuttavia un modo lecito. Il fatto è che il peso dell’industria editoriale determina un appiattimento del rapporto dei valori. Quando il libro diventa una merce, come merce non ha più valore unico di opera d’arte e si fonda su valori che non sono quelli artistici ma sulla potenza editoriale, sullo snobismo, e ciò incide anche sul modo in cui viene scritto. Il pericolo non è che si premi chi proprio non è migliore, ma è la deificazione e mercificazione dell’opera che diventa oggetto e prodotto, cioè una cosa. Tutto ciò va a scapito della creazione poetica. Ha sottolineato che ciò costituisce la formazione di un clima culturale negativo nel quale agiscono interessi di potere, di moda, contrari al valore effettivo e creativo dell’opera d’arte. E ha approvato in pieno la risoluzione di Mondadori a non presentarsi il prossimo anno a nessun premio e di lasciare agli autori la facoltà di farlo a titolo personale.

Si è passati a parlare, a proposito di provvedimenti, di alcune nazioni che stanno prendendo misure di varia entità nei riguardi degli “zazzeruti”. Alla mia domanda, se questa moda debba essere combattuta, assecondata, ignorata, e se entrando nella scala dei valori, vi sia in modo positivo o negativo, Levi ha detto di essere contrario a qualunque provvedimento contro, perché il fenomeno internazionale non è privo di senso. Ha sottolineato che da noi senso non ha, ma in America è manifestazione di protesta (almeno allo stato originario) che in altri tempi prendeva altre forme. È un rifiuto non violento di una civiltà mercificata. È una protesta contro la società che dà contenuto contraddittorio ai valori passati. Il poeta Ginsberg, con la poesia “Urlo”, appoggia i capelloni, e costoro lo considerano un manifesto. Ma Levi ha specificato che quei versi hanno in sé una pietà che si rivolge alle espressioni del non riconoscimento della realtà convenzionale. Ha detto che è un fenomeno che non è “moda” (dove e quando assume tale aspetto, diviene invece ridicolo). Perciò va considerato nei suoi modi iniziali, come una autonomia di fronte alla realtà contestata.

Siamo passati a parlare dei fatti altoatesini e di tutti gli attentati che si ripetono. E Levi ha detto che sono residui di nazismo, permanenza ancora del nazismo il cui centro è in Germania; è un tentativo di ripresa di gruppi razzisti i cui metodi non hanno nulla a che fare con la richiesta dell’autonomia. Appunto non bisogna confondere la richiesta legittima di un’autonomia, data la diversità di taluni valori culturali, con questi che sono strumenti di uno strascico che profonda le sue radici in Germania. Dopo un lungo colloquio su questo tema (nonostante la fretta, Levi si è preoccupato di sapere se la conversazione fosse stata esauriente: quanti scrittori della sua fama sono così cordiali?), mi sono permesso di esprimere alcune opinioni circa i festival della canzone. E a una mia domanda, cioè perché mai la televisione e i giornali appoggino e alimentino lo sconcio dei cantautori detraendo spazio che dovrebbe essere riservato a cose veramente vitali e serie, egli ha pensato un po’ e quindi ha detto che sono fenomeni di una civiltà di massa dove certe espressioni elementari di sentimenti collettivi di vaga vitalità si ritrovano in questi complessi. La televisione e i giornali, certo, non dovrebbero dare a certi bisogni di massa soddisfazioni elementari, non dovrebbero contribuire a una specie di conformismo generale che idolatra figure. La televisione è al servizio di una civiltà di massa. Non ha funzione di cultura ma di distruzione della cultura.

Sui fatti del Vietnam, si è così espresso: – Non si tratta solo di una guerra locale ma di un episodio fondamentale del contrasto delle grandi potenze: è un momento centrale di quel processo di fondazione di un impero universale da parte degli Stati Uniti, il tentativo che annullando tutte le civiltà storiche, tende a sostituire ad esse quella società del tutto integrata, senza alternative, senza passato storico, dove la libertà è totalmente negata dal sistema anche se essa viene affermata teoricamente e dove l’uomo è ridotto a un  elemento indifferente in una struttura alienata e mercificante. Perciò la guerra nel Vietnam, indipendentemente dalle simpatie per l’uno o l’altro sistema, è un momento decisivo nella lotta universale per la libertà.

Dalla guerra del Vietnam ai Nobel: di solito nemmeno ci si ricorda bene per quali vie i colloqui siano finiti su questo o su quell’argomento. E l’ultima domanda, che però ha aperto un discorso interessantissimo, è stata la richiesta di un consiglio per i lettori: un libro da leggere o da rileggere, un musicista da sentire o da risentire, un quadro da vedere o da rivedere. E Carlo Levi non ha esitato a indicare il volume di Sterne “Tristam Shandy”, edito da Einaudi in custodia di cartoncino. Lo scrittore per modestia non lo ha detto, ma io so che la prefazione è sua, una acuta lunga introduzione. Leggetevi – ha aggiunto – il “Canzoniere” e le Prose di Umberto Saba, il più grande poeta italiano del nostro tempo. Fra le novità ha indicato un libro dell’argentino Guraldes, “Don Segundo Sombra”, e dei classici ha raccomandato il “Don Chisciotte”. Il “Don Giovanni” di Mozart, l’opera lirica consigliata; riguardo i pittori, ha detto che bisogna rivedere, ristudiare, riscoprire artisti come Raffaello e Cézanne, e puntare soprattutto sul riesame delle loro opere più conosciute, poiché l’abitudine può nascondere dei pregi che stanno alla base dell’opera e fondano la tematica dell’ispirazione dell’autore.

Quando sono uscito, i viali di villa Ruffo profumavano di quelle fragranze morbide del settembre romano; Roma, «selva di case», per usare un’espressione leviana dell’introduzione a “L’orologio”, aveva, con i suoi bolidi, «ruggiti di leoni nella notte»…

(Aldo Onorati, «Il pensiero nazionale», settembre 1966)

aldo_onorati01Aldo Onorati, poeta, narratore e saggista, è nato ad Albano Laziale (RM) l’11 agosto 1939. Ha pubblicato quasi tutte le sue opere con Armando editore, presso cui ha lavorato per un certo periodo come curatore dell’Ufficio stampa. È stato direttore editoriale e di collane di critica. Giornalista, ha collaborato per decenni ad “Avvenire”, “L’Osservatore Romano”, “Il popolo”, “Giornale d’Italia”, “Specchio economico”, “Giornale di Brescia” etc., e anche alla RAI-TV, III programma, “Dipartimento scuola educazione”. Ha diretto numerosi organi di stampa, fra cui “Terza Pagina”, “Interviste oggi” e “Quaderni di filologia e critica”. La sua autorità di dantista lo porta a commentare il sommo Poeta in Italia e all’estero. Di recente, la Presidenza Centrale della Società Dante Alighieri gli ha conferito, al Vittoriano di Roma, il diploma di  benemerenza con medaglia d’oro «Per la profonda conoscenza dell’Opera dantesca, al punto di diventare testimone nel mondo della Divina Commedia». È in via di pubblicazione con la stessa Società un’ampia sinossi critica dei 34 canti dell’Inferno. Le sue opere di poesia e di narrativa (oltre 40 libri) sono state tradotte in 16 lingue, fra cui Coreano, Esperanto, Francese, Inglese, Spagnolo, Portoghese, Romeno, Tedesco, Russo (la silloge poetica Domande assurde è apparsa prima a Mosca, tradotta e prefata da Evghenij Solonovich, e poi in Italia), Cinese, Polacco etc. Di particolare importanza è la supervisione e il saggio critico di post-fazione che Onorati ha fatto al libro di Louis La Favia sulla scoperta di un inedito di Dante: Chanzona ddante (Longo,  2012).

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