“MONTE SARDO” di Dante Maffia, Rubbettino – 2014, letto da Giovanni Pistoia

9788849841947_14e0300_maffia_piatto_150Ci sono luoghi che il tempo può anche mutare, sconvolgere, oppure cancellare, eppure mai essere annullati. Se le pietre, i vicoli, le scalinate, i dirupi, gli uomini, e le donne, e gli animali, e le cose, che di quei luoghi furono pasta e lievito, hanno abitato l’infanzia, resistono, non so come e dove, indelebili. Si nasconderanno, forse, per tutta la vita; di loro non ricorderai più nulla; poi, può accadere qualcosa: da qualche porticina blindata, quel mondo lontano ricompare, e le corde del cuore vibrano, e la ragione si illumina, e l’anima esplode. Ci piaccia o no, ci portiamo dentro la nostra corazza (ahimè quanto fragile!), il sibilo del vento dell’erba dove si giocava da bambino, il dolore che ci siamo procurati dalla caduta da un albero, il sorriso compiaciuto di nostro padre, la carezza, paziente e lieve, di nostra madre. Ma anche il sudore, la fatica, gli abusi, i soprusi, le angherie di cui siamo stati, forse, del tutto involontari testimoni, mentre pensavamo ad altre cose, a rincorrere, per esempio, una lucertola; eppure, inconsciamente, tutto quello che ci avveniva attorno, ci formava, ci temprava, si sedimentava tra le nostre pupille. Anche tutto ciò si è nascosto, protetto in qualche recesso del nostro corpo. Anche il colore del cielo in tempesta, il sapore del mare che baciava le nostre labbra, il raglio dell’asino nel chiuso della sua stalla, e l’odore di quelle stalle, che inondavano il piccolo borgo contadino arroccato sulla collina. Tutto quello che è passato non ritorna, ma perché la memoria non dimentica! e tutto invade i nostri occhi, e anche alle orecchie ritornano antichi suoni. Della nostra infanzia, ho sempre pensato, nulla si perde, anche se tutto è già perduto. E anche se sei seduto sulla cima di un monte, anche se hai percorso lunghi sentieri, anche se ormai quei luoghi il tempo ha mutato, forse addirittura oltraggiato, e soprattutto lontani lontani sono gli anni dell’adolescenza, ritorni in quel paesaggio da dove mai, probabilmente, ti sei allontanato, anche se mai più lo hai abitato. E il ricordo di quegli anni esplode nella tua vita, e con la tua vita pagine e pagine fitte che grondano sudore, rabbia, speranze, ansie, voglia di conoscere, di mordere il mondo, di fuggire, di cercare i luoghi della felicità. E in quelle pagine rivivere, e far rivivere, storie che sarebbero ormai morte, sconosciute a molti; personaggi umili, modesti, schiavi del lavoro e della miseria riprendere vita, conquistare la parola mai avuta, acquisire, post mortem, dignità. E quei luoghi stessi («il paese era tutto lì, arroccato tra scalinate e dirupi, tra slarghi a stalle, pollai e terrazzini abusivi che invadevano le strade») recuperati alla storia, consegnati a chi vive oggi e deve costruire l’oggi e il domani. A volte un romanzo, quando è un ottimo romanzo, e quando luoghi e protagonisti si raccontano con il cuore e parlano il linguaggio della realtà, senza l’intervento di artifici e trucchi di chi scrive, può essere ben più utile di un saggio di storia, o di un rapporto sociologico, per descrivere un periodo, un territorio, dare respiro alle anime che lì hanno vissuto, gioito e sofferto. Ed è quello che fa Dante Maffia con il suo accattivante Monte Sardo (Rubbettino, novembre 2014). Un affresco di un pezzo di storia, costume, tradizione, fatti, fatica, miseria, dolori e sorrisi, di un frammento di Calabria, di quell’Alto Jonio cosentino che è la terra di Maffia, sangue del suo sangue, carne della sua carne. Un frammento di terra, collocato tra il cielo e il mare, bello e misterioso, dimenticato dagli dei di ieri e di oggi, dove da tempo i giovani e i meno giovani sono costretti alla fuga in cerca di lavoro e di dignità. Una “Cenerentola” che ha perso non una ma ambedue le scarpette senza che qualcuno venga a salvarla. Ma tra le righe del romanzo una denuncia che è un invito, non detto ma che il lettore può intuire: non bisogna attendere nessun principe, la Cenerentola se vuole salvarsi lo deve fare da sola. E questo vale per l’Alto Jonio cosentino, che mantiene la sua bellezza arcana, nonostante i guasti degli uomini, e per la Calabria tutta. Un ennesimo omaggio di Dante alla sua terra, ripercorrendola e rivisitandola con gli occhi di Tommaso, l’adolescente protagonista del romanzo, che è anche un inno all’infanzia calabrese, ai giovanissimi di ieri e di oggi. E anche il linguaggio usato da Maffia si inchina (o s’innalza?) a quello parlato. Stupendi i dialoghi dei giocatori di tressette, riportati rispettandone la struttura dialettale, le espressioni tipiche dei paesani.

«Ogni libro presto finisce in uno scaffale polveroso e se si tratta di un libro scritto bene avrà una menzione in una storia letteraria. Il resto è polvere di parole e finirà nell’oblio come tutto ciò che si vive e si scrive. La vita presuppone la morte, e le parole sono vita solo se chi legge vi trova il senso delle proprie azioni o la proiezione dei propri sogni o l’avviso per un’avventura inedita». Così scrive Maffia.

Non so se questo testo avrà una menzione in una storia letteraria (ma Maffia, da quel gran conoscitore delle storie letterarie e delle alchimie di alcune grandi case editrici, sa bene che lì, non raramente, finisce quello che non dovrebbe andare e, invece, molto materiale prezioso ne resta fuori). Quello che so è che qui la parola, per dirla con Mario Luzi, vola alta. Cresce e acquista forza e profondità pagina dopo pagina, tocca nadir e zenith della significazione, e anche la polvere di luoghi perduti, di terre lontane, di uomini e donne, bambini e ragazzi invisibili, recuperano uno spazio dignitoso nella storia senza aggettivi. Ma, attenzione, l’operazione è più sottile: non si tratta di un mero romanzo di pagine di cronaca che furono: senza moralismi, senza appesantimenti, senza mettersi in cattedra, con quello stile tipico di Maffia, morbido e graffiante, lascia che il lettore ne tragga riflessioni, considerazioni; si pieghi sulle parole dello scrittore, perché raccolga le proprie idee, formuli propri pensieri e dia un senso alla vita dei nostri giorni. In fondo, il mare, che guarda in faccia l’Alto Jonio cosentino, è ancora lì, racconta e consegna nuove albe e nuovi tramonti ai suoi abitanti, perché si possa ancora ricominciare. O cominciare una nuova avventura.

Giovanni Pistoia

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