La poesia di Yzu Selly – Francesco Albano – letta da Dante Maffia

yzu

scrivo per non perdere memoria del brutto.
il lavoro sulla parola –
l’incisione in muri di pietra
di un quadro mobile
che ha vita propria e
un proprio incedere
svilupparsi metamorfosarsi narrare
come registrazione e proiezione –
la vita come un block notes …-
sì, prendo appunti –
fare di ogni miseria ricchezza
cogliere da ogni fiore
la merda che l’ha nutrito
serbare tra le mani
ogni goccia di profumo carpita
all’ignoranza dei corpi che incontro
donare quel po’ di puzza
che mi resta – baciare –
oppure diciamo così,
cerchi di salvare la tua vita
da bacarozzo in un processo
inverso di sublimazione
che passa tra la parola.

Ogni tanto il mondo delle arti ci riserva qualche sorpresa autentica, frutto di esperienze vive e non di libreschi approdi. Per esempio le poesie di Francesco Albano, che firmava Yzu, forse per indicare la via dell’universale attraverso segni che non si possono riportare a nessuna lingua e non possono coagulare il dettato in una direzione obbligata. Yzu si definiva “Artigiano della parola” e non per il vezzo di riportare alla dimensione del quotidiano la sua espressività, ma per restare a contatto con la dimensione dell’umano, di cui egli sentiva il fiato caldo e la pienezza. E’ strano, ma la prima poesia da me letta è stata “un giovedì – (ho visto tutto)”, ma soltanto per caso, perché il libro Canzoni per una stanza abbandonata si è aperto su “ho visto tutto / tutto ho già visto / agito detto / subito udito / digerito annusato / masticato bevuto / tutto ho sognato / scorto leccato / baciato amato. // cos’altro resta? / cosa mi resta? / da fare ancora / nella mia vita – / ‘sta stupida vita – / se non morire? // ah, già! l’aerosol…”. Non credo al caso, non ci ho mai creduto e in ciò dunque ho avvertito un messaggio del poeta, un invito a seguirlo non nella disperazione del suo canto, ma nella consapevolezza del suo essere pronto alla verità. Da qui il mio entrare con curiosa apprensione nei testi, affrontarli con la coscienza di sapere che sono forme di un incanto che viene da lontano, da innamoramenti classici (si confrontino almeno Ode saffica e Mito), come ci indicano certe pagine di Buio indaco e il rosso, l’altro libro di Yzu. Alcune delle composizioni hanno il piglio sintattico e ritmico simile a quello utilizzato dagli aedi antichi. Le parole sono spazio e tempo, anima e suggestione di emozioni che si fanno frenesia e cercano una via di fuga verso l’infinito. Si avverte subito che il tutto nasce da una ricchezza interiore che anela alla perfezione nel mentre si dibatte nelle imperfezioni del caos che brucia dentro in fiamme smodate. Molte delle composizioni sembrano nascere da corti circuiti che deflagrano e azzerano il senso per aprire altro senso e comunque non ci sono mai slabbramenti che portano a sillabazioni estranee all’essere. Izu ha un rapporto meraviglioso e meravigliato con la vita e ne scandisce gli attimi come un orologio svizzero di precisione facendo arrivare al lettore un fiotto di luce che porta a considerazioni filosofiche di rara efficacia. Ma ciò che affascina maggiormente dei due libri è la pacatezza del dire, dietro la quale si nascondono un’ansia gigantesca e un’angoscia interminabile. Ma il muro, sembra dirci il poeta, è alto, insormontabile e dunque egli cede il passo all’ombra tuttavia senza arrendersi. E in ciò ricorda da vicino l’esperienza di un altro giovane morto poco più che ventenne, Carlo Michelstadter. E’ proprio vero, come scriveva Mimnermo, riporto il verso nella traduzione dal greco di Giacomo Leopardi: “Muor giovane colui che al cielo è caro”.

Dante Maffìa

 

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