Jorgos Seféris: il letargo di una stagione dell’anima, di Michele Rossitti (dedicato a Maria Grazia Di Biagio)

220px-Giorgos_Seferis_1963Eccessivi appaiono sempre in ogni quando e in ogni dove i massacri quotidiani spesso generati da gesti inerti e assenti, suscitati da un inesistente pudore e rispetto per chi vive al di qua del nostro quotidiano e al di là delle rotte geografiche o dei confini tracciati sugli atlanti. Bui di solitudine, incomunicabilità, violenza, dove spesso tentare di modulare una melodia seppur soffusa riesce gesto insensato. Seféris c’è riuscito e se ne vergogna subito perché rivolge le idee a quanto vive “di là della notte” nel contesto perpetuo di luce, in contrasto con la macelleria contemporanea e lo fa venendoci incontro con lo scoramento che lo attanaglia: non suona più perché gli manca amore e finisce con l’affidare alle profondità della terra il suo zufolo. Non lasciamoci ingannare da questo proposito che a una prima lettura potrebbe essere assimilato a un atto anticonservativo perché assistiamo a una o più fasi di passaggio, la poesia non crepa mai perché l’amore è eterno.

Siamo il seme che muore” è un discorso che continua il pensiero già maturato nella mente ancor prima che nella pagina. Mentre tutti gli altri uomini annaspano imbevuti dei loro sentimenti negativi il poeta si trova esiliato con un flauto pastorale immerso nel paesaggio malinconico che sale alle narici con le fragranze attrattive del suolo dove però il deserto, una luce crepuscolare, l’umido naturale lo respingono. Il pastore anziano che lascia in eredità la fistula è l’umanità primordiale agli albori della cooperazione e la menzione al saluto dell’imbrunire ribadisce il rapporto elementare per la convivenza pacifica tra individui. Il gesto di donare lo strumento in cambio del “buonasera” significa che l’atteggiamento amorevole è compensato dalla sublimazione, dunque dalla musica dell’anima. E qui il dolore riempie ogni angolo della memoria, cielo e mare divengono bellezze trascurate da quei delitti protratti ogni giorno, spazzatura buttata a carrettate dietro un luogo elevato che fa da immondezzaio, la Gehenna di biblico ricordo. Interviene duro il riferimento storico al salario dato alle truppe mercenarie per massacrare i rivoltosi di Cipro durante gli scontri degli Anni Cinquanta, vissuti direttamente dall’autore in una sua permanenza nell’isola.

Gli “altri soldati” sono in verità coloro che rifiutano il dettato della pietà travolta e uccisa su cui non resta che disperarsi come fece Achille con Patroclo. Il guaio maggiore rispecchia una grave mancanza, nessuno può mettere in dubbio se ciò sia giusto o meno. Il classicismo evocato qui e altrove in riferimenti alla mitologia o a luoghi della lirica bucolica non aiutano però a interpretare con immediatezza il significato di alcuni versi e del significato intimo di “notte”. Se riferito alla condizione politica e alla guerra intestina il “vergogna dell’altra gente” può venire applicato ai popoli che abitano l’extraterritorialità dei confini, dappertutto nel mondo purché “illuminati”.

Il valore concettuale però ricopre un ambito più generale, riferito alla crisi globale, quindi l’”altra gente” è un richiamo alle persone atemporali ma nobili di cuore sublimatisi attraverso la poesia “la mia luce” che si è incarnata nella concretezza dei “corpi vivi” e batte sincera e spoglia nei “cuori nudi” di quel raccordo primordiale dove pulsa l’esistenza, entità dotata di respiro proprio come esseri umani e animali o inanimata come pietra, acqua, erba, che è addirittura la magistratura del destino e della morte, le Parche. Alba e resurrezione procederanno insieme e, come nel testo, con insistenza e stupita meraviglia, l’anima tornerà a rivelarsi nella nascita di Afrodite. Allora un bagliore incipiente farà il suo ingresso dal seme perito e darà lo sfratto alle ombre delle pareti, le stanze impazzite germoglieranno, faranno della dimora vuota uno scatolone sfolgorante.

Michele Rossitti

*

E io con in mano soltanto una canna
era deserta la notte e decrescente la luna,
la terra odorava per l’ultima pioggia.
Sussurrai, la memoria ovunque la tocchi, duole;
il cielo è poco, il mare più non esiste,
quanto perisce di giorno va a rovesciarsi a carrettate dietro il poggio.

Le mie dita giocavano da sé con questo flauto
a me donato da un vecchio pastore per avergli detto buonasera;
gli altri hanno rinunciato a ogni saluto;
si svegliano, si sbarbano e cominciano il salario del massacro,
come si pota o si opera, con metodo senza passione;
il dolore cadavere come Patroclo e nessuno può dubitare.
Pensai di soffiare una melodia, ma poi mi venne vergogna dell’altra gente,
quella che mi scorge di là della notte attraverso la mia luce
intessuta da corpi vivi, cuori nudi
e amore che appartiene ugualmente alle Parche
come all’uomo e alla pietra e all’acqua e all’erba
e all’animale che fissa negli occhi la morte venuta a cercarlo.
Così avanzai nell’oscuro sentiero
e svoltai nel mio giardino e scavai per seppellire la canna
e ancora sussurrai: risurrezione verrà un’alba
come risplendono gli alberi di primavera, s’infiammerà il luccicare dell’aurora
il mare tornerà ad essere e dal mare germoglierà di nuovo Afrodite;
siamo il seme che muore. Ed entrai nella mia vuota casa.

Jorgos Seféris pseudonimo di Jorgos Seferiàdis (Smirne,  13 marzo 1900, Atene 20 settembre 1971) è stato un poeta, saggista, diplomatico greco. Premio Nobel per la letteratura nel 1963.

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1 commento
  1. La dedica apposta da Michele Rossitti a questo suo articolo mi sorprende e anche un poco mi spaventa. Non abbiamo il piacere di conoscerci se non per mezzo dei rispettivi scritti, ma ho imparato che in quello che Michele scrive nulla è lasciato al caso. Mi sento come la moglie di T.S.Eliot di fronte a “parole private” dedicate in pubblico. Immagino Michele come un rabdomante che riesce a trovare nel paesaggio desolato la cisterna del Poeta:
    “Sola, e nel suo cuore tanta folla,
    sola, e nel suo cuore tanta pena,
    e tanto dolore, goccia a goccia, solo”
    (J. Seféris)

    Grazie, Michele
    mg

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