“Favola delle cose ultime” di Sergio Givone, Einaudi, letto da Dante Maffia

670252La filosofia per secoli si è occupata dei massimi sistemi, ha corteggiato la morte e la vita, l’amore e il senso dell’esistere, il fine delle cose, in un andirivieni di ipotesi e di affermazioni che via via si sono perdute in angoscianti attese della rivelazione. Mai nessuno è riuscito a entrare nel mistero dell’universo, ma il ragionare ha di volta in volta aperto infinitesimi spiragli sull’abisso dell’inconoscibile illudendo e creando certezze acquisite sull’onda del “possibile”. E’ certo che discutere del tempo e dello spazio, di Dio e del nulla è una palestra affascinante ma che ha bisogno di lungo tirocinio, altrimenti diventa teorizzazione iniqua e sfuggente. Sergio Givone è professore di estetica all’Università di Firenze e quindi con la filosofia ha grande dimestichezza al punto che ne ha fatto oggetto di narrazione in un racconto che ha saputo coniugare la sottigliezza del pensiero e la dovizia dei fatti senza che mai l’una sopraffaccia l’altra. Per molte pagine il punto di vista è quello del ragazzo Ranabota che essendosi educato ai consigli, alle osservazioni e ai racconti di Parivècc (che sembra essere il padre naturale) presenta le situazioni con l’”ingenuità” tipica dell’adolescenza. Così ogni cosa si staglia in una libertà che ha il sapore e l’atmosfera di un mondo primitivo nel quale ancora valgono i sentimenti, le ragioni del cuore e soprattutto vale il dialogo, il rapporto interpersonale. Nel libro non c’è un frenetico avvicendarsi di avvenimenti e tuttavia alla fine sembra di avere incontrato un popolo intero e percorso un’infinità di luoghi e di epoche, a cominciare da quello delle risaie un tempo popolate dalle mondine con il loro cicaleccio, la loro disinvoltura nei rapporti, il loro esser creature d’acqua, dunque quasi sirene. Tutti sognano di conoscere le mondine, tutti le guardano con occhi di desiderio, esse portano una ventata di freschezza, di vita vera, e tolgono la monotonia. Anche Ranabota le aspetta a ogni stagione come si aspetta una stella che illumina il senso segreto del suo vivere. Una malattia però lo tiene legato a letto per quaranta giorni durante i quali Ranabota pensa e ripensa alle cose udite, alle raccomandazioni ricevute, ai misteri intravisti e rimugina sulle questioni della vita e della morte come se fosse suo compito affrontarle e ricavarne indicazioni illuminanti. Sulla medesima onda si pongono l’agrimensore amico di Gadda, il prete, Luno e Laltro, le mondine, Leone Perotti, il Gentile e i punti di vista sembrano naufragare, distorcersi, amplificarsi, trovare una direzione plausibile, una divaricazione, un qualche traguardo che soddisfa. Come mai in una società arcaica ancora legata a rituali antichi, in quella “Nave” dove si consumano lente liturgie e dove i sogni diventano una ossessione che vorrebbe bucare il cielo per renderlo partecipe della propria ansia, ritornano a galla, seppure a volte in maniera bizzarra o fantasiosa, meditazioni sul senso dell’essere o del non essere? Forse perché le società arcaiche riescono a tenere ancora saldo un rapporto con la natura, con ciò che sta attorno all’uomo, o forse perché “tutti portiamo dentro di noi qualcosa come una nostalgia per la vita così com’è, la vita immediata”. O forse perché “In principio era il nonsenso” e quindi bisogna cercare di riordinare le carte sparpagliate in un disordine che prefigura l’io diviso. Come quello di Ranabota, certamente figlio d’una mondina, ma che nessuno deve dichiarare apertamente. E lui percepisce questo silenzio, questa specie di omertà benevola, e crescendo impara a discernere tra il bene e il male. Già, tra il bene e il male. E qui Givone apre, con accorta abilità di narratore, una parentesi filosofica che tuttavia non pesa nel ritmo narrativo, anzi lo rende acceso di qualcosa di intrigante. Il libro è composito e complesso e diventa a un tempo affresco di un’epoca e indicazione per comprendere il carattere di chi dopo anni di silenzio e di “educazione sentimentale” a un certo punto sa uscire dalle grinfie dell’infanzia e sa scegliere. Del resto a Ranabota era stato detto e ribadito che bisogna scegliere, non restare chiusi nel guscio del proprio essere. I sette capitoli scandiscono bene le argomentazioni e la caratterizzazione dei protagonisti è resa senza essere sottolineata. Anche l’uso del dialetto spruzzato qua e là opportunamente rende le pagine più genuine, più prossime alla realtà contadina che fa da scenario, ricordando certe ambientazioni del migliore Meneghello e di Guido Cavani. Sergio Givone nel ritrarre questo mondo evita i veli della finzione letteraria e si affida interamente alla descrizione della realtà di un mondo per il quale sembra avere una nota di rimpianto. Rimpianto non soltanto per il come si viveva e per la pienezza umana con cui si viveva, ma anche per i valori che   rispettati davano dignità a tutti. Ranabota, crescendo, si rende conto di molte cose e le affronta con il coraggio di chi cerca la verità oltre il fondo del bicchiere; non si accontenta dello stato a cui è arrivato, l’inquietudine lo porta ad abbandonare il lavoro di bibliotecario e poi quello di professore per arrivare fino a Sarajevo nel momento in cui la città è stata distrutta dai bombardamenti ed ha l’aspetto di un fantasma. Vuole sapere che cosa sia il male:

“Ascoltami bene: gli uomini, chi più chi meno, sono tutti tentati da mille ciarlatanate, ognuno la sua. Non è neanche il caso di dire quali. Tanto è tutta roba da ridere. Prendiamo ciò che spinge gli uomini a compiere azioni malvagie, dalle più insignificanti alle più orrende. Alla fine, regolarmente, resta solo da chiedersi: ma come possono essere stati così stupidi, così ciechi? No, la vera tentazione è un’altra. Non è questo o quel male. E’ l’idea del male. Cioè è sapere che cosa sia il male”.

Come si vede, materia tosta, affrontata con la spigliatezza di chi sa trarre anche da un marmo pesante un alone di fermenti vivi; materia incandescente e seria che viene posta nei dialoghi e nei pensieri per fermentare la condizione umana nel suo aprirsi verso la dimensione dell’altro. Eppure Givone non si fa ingoiare dalla sua passione di filosofo e anzi ne trae il giusto piccante che dà all’intera storia quel senso di antico e di nuovo che rende Favola delle cose ultime una lettura piacevole e intrigante. Anche per un’altra ragione: serpeggia quasi in maniera imponderabile, capitolo dopo capitolo, una vena ironica molto trattenuta che però consente a protagonisti, al paesaggio agreste e ai pensieri di essere vibranti e pertinenti, conseguenza diretta di uno sguardo d’insieme che ha saputo penetrare nella carne viva di una realtà ancora legata agli umori, ai sapori, alle consuetudini della provincia. Anche i nomi sono dati con  intenti ironici, c’è perfino una Stalina, e quando nel capitolo 4, Il male, dunque Dio, entra in scena la figura di Gadda appare evidente che lo scrittore vercellese vuole dare un suggerimento e fare in modo d’essere letto anche per paradossi. Quasi ogni pagina presenta degli aforismi, ovviamente non indicati, e ci sono addirittura dei momenti lirici pudicamente inseriti nel contesto. Ma né gli uni né gli altri inficiano la bellezza espressiva che resta su un piano alto, raffinato e intensamente suggestivo. La lingua di Givone è precisa e rigorosa e nonostante ciò trova vibrazioni inusitate, scatti di intensità efficaci e convincenti. E credo che questo sia un pregio raro, perché i narratori italiani ormai si sono quasi tutti lasciati andare a maniere linguistiche sciatte che, tra l’altro, non dicono nulla, non offrono nessun mondo, come invece avviene in Favola delle cose ultime. “Nel protagonista, Ranabota, è anche possibile riconoscere un’estrema incarnazione del deus patiens, figura di luce che resta prigioniera delle tenebre, non avendola, le tenebre, voluta accogliere”.

Dante Maffìa

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