“La Matita” di Daniele Cavicchia, Edizioni NoUbs, letta da Maria Grazia Di Biagio

copNon avrei mai immaginato che  “un libro mai scritto” potesse essere tanto avvincente, se non avessi mai letto La Matita di Daniele Cavicchia, appena pubblicato dalla casa editrice NoUbs.

Si tratta del  susseguirsi , in apparenza casuale, di dieci racconti onirico – visionari, vergati con disinvoltura nello stile accattivante di una prosa fresca e fluida che si fa struttura portante di un discorso puramente poetico. Visioni simbolico – metaforiche assumono le sembianze di oggetti, luoghi, personaggi che interagiscono con il protagonista – autore in una dimensione  surreale della quale egli stesso è parte, essendo “sconosciuto a tutti, di nascita incerta, probabilmente mai  esistito. Tutto lascia supporre che lo stesso sia da intendere solo come pensiero”.

Sebbene, ad un primo approccio, la mente corra a un parallelismo con la figura del Veggente di Rimbaudiana memoria, qui il poeta è, sì, colui che esprime poeticamente sentimenti umani, un visionario, ma non assurge a profeta, non riesce a scorgere la verità che si cela dietro al velo, non si rende uguale a Dio. Qui, chi scrive non ha alcuna pretesa di rivelazione, non è custode di alcuna verità ma assiste agli eventi con chi legge, ne partecipa e condivide lo spaesamento, la precarietà dell’esistere.

Come in una commedia di Harold Pinter, le scene si aprono su situazioni apparentemente comuni per poi prendere una piega inaspettata, dove i personaggi si comportano in modo inspiegabile e il protagonista per primo si stupisce di quello che sta accadendo. I fatti si svolgono nella dimensione del sogno, dicevo, ma vigile, di quelli in cui chi sogna percepisce l’assurdo e cerca tuttavia di carpirne il senso. Si insinua il dubbio che si tratti di realtà, dell’unica possibile e che l’esistenza non possa essere altro che un sogno sognato da altri, la cui logica ci è incomprensibile. Ogni racconto è un’intenzione di sé, una incursione speleologica nei meandri della mente e dell’animo umano, prima ancora che in quelli del protagonista –scrittore, il quale, da solo, in una stanza angusta, con una matita e un foglio bianco, resta “In attesa che qualcosa lo sorprenda” e gli dia l’input allo scrivere, in quanto, come  affermava Konrad Fiedler, “lo stupore è il primo inizio tanto dell’arte quanto della filosofia”. Particolare attenzione va rivolta alla protagonista femminile che è una e molte, è donna ma anche  idea che bussa alla porta e che sfugge, è realtà in potenza che teme di fiorire e preferisce “restare radice” con il rischio di svanire nel silenzio, perché “una radice che non fiorisce soffoca e non rivelerà mai la propria natura” come l’idea, che per esistere deve essere detta e per questo necessita della parola.

Ma le parole di chi sono? Chi scrive? Domanda l’autore.

Gli viene risposto che “Le parole sono di chi detta” ,lui è soltanto “la matita”, non sta a lui decidere cosa e quando scrivere, può solo restare in attesa, con il lettore, che il segreto si riveli e dia ad entrambi le risposte ai tanti interrogativi che insieme si nono posti in questo viaggio al centro del pensiero. Daniele Cavicchia ha ragione, questo libro non è ancora stato scritto, è uno scintillio di sinapsi che aspetta il lettore, per diventare un libro scritto a due mani.

Maria Grazia Di Biagio

 

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