Riletture: José Saramago, Cecità, Torino, Einaudi, 2005, a cura di Dante Maffia

978880617299GRASono rari, rarissimi, ma ci sono dei libri che sconvolgono, che costringono a pensare in maniera diretta sulla vita e sulla morte, sulla qualità della vita, sul senso di essa, sulle lotte che l’uomo fa per sopravvivere. Libri che sostanziano di nuova realtà lo sguardo, che rinnovano il senso dell’essere e ne danno una dimensione inedita. Uno di questi è Cecità: lucido, violento perfino, analisi e sintesi di una civiltà che attua il detto di Hobbes, homo homini lupus. Ma dove sta la grandezza dello scrittore? Nell’aver saputo farci entrare nell’argomento con tono quasi fiabesco facendoci scivolare poi nel baratro dell’abiezione, nella melma dell’egoismo. Saramago scrive soltanto una cantica, l’Inferno, e lo fa portandoci per mano, in un viaggio che ci coinvolge fin nelle fibre più intime, che ci fa vedere come l’uomo possa diventare peggiore delle peggiori bestie. C’è un uomo che guida un automobile e a un semaforo, nonostante che sia apparso il verde, non riparte. Succede un parapiglia, chissà che diavolo è successo, forse un guasto. Semplicemente il guidatore è diventato cieco all’improvviso, di una cecità che sfugge a qualsiasi catalogazione medica, infatti chi la subisce entra in un mondo bianco, tutto bianco come il latte. E’ il primo di una epidemia di cecità (proprio così) che man mano, inarrestabilmente, colpirà l’intera popolazione. M i primi subiranno la segregazione in un vecchio manicomio dismesso, dove avvengono scene disumane, dove la vita dei lager, al confronto, sembra perfino accettabile. Tra i segregati c’è anche un medico, la cui moglie però è l’unica a non perdere la vista. Da qui il suo “sguardo” su ciò che accade, il suo realmente vedere la caduta a picco dei trecento uomini reclusi e guardati a vista dall’esercito che spara a chiunque s’azzarda a uscire. Morti a catena, e ciò sarebbe nulla, violenze a catena, in un ambiente che dopo pochi giorni diventa letamaio, sozzura, merdaio senza remissione, perché non funziona niente, perché ognuno agisce secondo il proprio bisogno, perché la cecità non permette di seguire delle regole rigide, non permette di potersi accudire, lavare. I pavimenti dei bagni, delle camerate, dei corridoi diventano cessi invasi da una sporcizia che si radica e puzza, così come puzzano gli ospiti, ormai appesi soltanto al filo dell’orario dei pasti che l’esercito fa distribuire con molte cautele per evitare il contagio. Le camerate rigurgitano, arrivano perfino prepotenti mascalzoni armati di spranghe e di una pistola, si appropriano del cibo, costringono a consegnare ori, argenti, soldi, orologi e costringono le donne a concedersi. La lordura così assume l’aspetto di un’apoteosi macabra, talmente aberrante da dare il voltastomaco anche a chi legge. Saramago è inflessibile e prosegue nella sua epopea del disfacimento come un chirurgo che ha deciso di mostrare interamente la vastità del male, la sua violenza, la sua perversione. Da qui uccisioni di chi s’affaccia verso i soldati, rapporti carnali che hanno la consistenza del vomito più puzzolento, da qui la miseria umana mostrata in tutta la sua indifferenza verso l’altro, ma soprattutto il maldestro agire del potere la cui ipocrisia è detta attraverso gli avvisi che vengono scanditi per consigliare la calma, per dire di prendere la colazione, il pranzo e la cena. I sette vizi capitali, diciamo i settantasette, escono allo scoperto proprio, ironia della sorte, durante l’epidemia di cecità, che a un certo punto non risparmia proprio nessuno, che investe l’intera città, l’intero paese. Certo, il fuoco, appiccato alle camerate da una delle donne violentate dai ciechi gradassi, maschilisti e privi di ogni briciola umana, purifica il luogo così infetto, ma poi ritrovarsi in giro per la città è come ritrovarsi invece che in un “labirinto razionale, come lo è per definizione un manicomio”, in un “labirinto demenziale”. I ciechi bivaccano ovunque, non hanno più direzione, non hanno punti di riferimento, seguono solo le tracce degli odori del cibo. Negozi e case sono state saccheggiate, tutto è cieco, immobile, arreso a qualcosa che scorre in ognuno come un deserto senza confini. Tuttavia Saramago, con abilità e con attenzione consumata, non infesta la città di topi, non segue il protocollo alla Defoe o alla Camus, quello della peste, per intenderci (infatti non si vedono ratti impazzire per cunicoli o ascensori) se non due soltanto della grandezza dei gatti e i cani non sono soltanto rabbiosi, ma anche accondiscedenti e buoni, a parte il macabro di una scena in cui divorano un uomo per la fame. Insomma, un inferno che non prevede purgatorio o paradiso, che Saramago descrive con dettagli che andrebbero tutti, ma proprio tutti, riportati per come sono stati realizzati nella loro consistenza disumana. Un campionario che fanno un baffo a tutti i Satana di tutti i luoghi più orridi. Siamo dinanzi a uno scrittore fuori dalle regole (come sempre dovrebbero essere gli scrittori), dinanzi a un libro che sconvolge e riesce a rappresentare il mondo odierno nel suo disfarsi dei valori, nella sua colossale indifferenza. Tutti ciechi, tutti chiusi alla luce e senza la possibilità di uno spiraglio e così i valori debordano, scantonano, perdono la loro forza, diventano stracci e melma che scorre ovunque, che non rispetta niente. E’ ovunque notte fonda, a un certo punto, non si rispetta niente e nessuno, lo sprofondare dell’etica assume la tragicità dell’irrisolvibile. Ma al fondo c’è uno spiraglio, il sacrificio della moglie dell’oculista, le parole dello scrittore che ha occupato casa non sua nel girovagare a vuoto e che non si adira, che è disposto pacatamente a trovare una soluzione. Che significa? Forse che l’amore e la letteratura sono le uniche tracce da seguire per risalire l’abisso, per riprendere a vedere. Un vero capolavoro sia per l’invenzione (per la continua invenzione che non è mai trovata) e sia per la struttura condotta con fermezza, con poesia, con il dolore di una coscienza lucida che non sfiora mai le note del moralismo ma che vuole fare toccare con mano che cosa è il bene, che cosa è il male. “Le immagini non vedono, Ti sbagli, le immagini vedono con gli occhi che le vedono, solo adesso la cecità è veramente generale, Tu ci vedi ancora, Ci vedrò sempre meno, anche se non perderò la vista diverrò sempre più cieca di giorno in giorno perché non avrò più nessuno che mi veda”.

Dante Maffia

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