Francesco Petrarca nacque ad Arezzo nel 1304. Fanciullo seguì il padre, esule da Firenze, ad Avignone; studiò legge a Montpellier e a Bologna, ma abbandonò presto gli studi giuridici per quelli letterari. Nel 1327 conobbe ad Avignone Laura, la donna che gli doveva ispirare tutte le sue liriche amorose. Nel 1341 fu incoronato poeta in Campidoglio. Famoso in tutta Europa, viaggiò moltissimo, svolgendo anche varie missioni diplomatiche. Dal 1353 visse in Italia, a Milano, a Venezia e infine ad Arquà, sui Colli Euganei, dove morì nel 1374. Il capolavoro di Petrarca è il Canzoniere, col quale il poeta diede le espressioni più limpide e più appassionate, più rigorose e più suggestive dell’amore e del dolore, delle elevazioni e delle miserie dell’uomo, creando anche le forme e il linguaggio propri della lirica moderna. Nei Trionfi il grande tema del Canzoniere è elevato dal senso autobiografico al senso universale, cioè a storia non solo di un uomo, ma dell’umanità intera, dalle passioni terrene all’abbandono in Dio. Grandissima, nella storia della cultura, è l’importanza del Petrarca umanista, per la sua opera prodigiosa di scopritore di tanti tesori della sapienza e della bellezza antica attraverso i testi ritrovati materialmente ( l’orazione ciceroniana Pro Archia, le lettere di Cicerone ad Atticum, ad Quintum, ad Brutum) e attraverso quelli riconquistati con una lettura attenta e sensibilissima, degna della più rigorosa e umana filologia. Qui di seguito l’indicazione delle opere latine ( che gli procurarono grandissima fama fino a tutto il XIV sec.) nel loro approssimativo ordine cronologico: Epistolae metricae (66 epistole in esametri, di argomenti diversissimi); Africa, (poema epico in esametri); De viris illustribus (biografie di uomini illustri); Secretum (opuscolo autobiografico); De vita solitaria (trattato di esaltazione della solitudine); Bucolicum Carmen (componimenti allegorici che trattano di argomenti storici, morali, politici); De otio religioso (trattato sui vantaggi della vita contemplativa); Familiarium rerum libri XXIV (scelta di 350 epistole, importantissime per la vita interiore ed esteriore del Petrarca e per la storia della sua decisiva azione sulla vita culturale europea); Senilium rerum libri (125 epistole scritte dal 1361 al 1374); Posteritati (suggestiva autobiografia, sotto forma di lettera ai posteri, lasciata incompiuta); De sui ipsius et multo rum ignorantia (scritto dominato dall’insofferenza per la logica formale e la metafisica sillogizzante).
Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond’io nudriva ‘l core
in sul mio primo giovenile errore
quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono,
del vario stile in ch’io piango et ragiono
fra le vane speranze e ‘l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar pieta, nonche perdono.
Ma ben veggio or si come al popol tutto
favola fui gran tempo, onde sovente
di me medesmo meco mi vergogno;
et del mio vaneggiar vergogna e ‘l frutto,
e ‘l pentersi, e ‘l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondo e breve sogno.
*
Quando fra l’altre donne ad ora ad ora
Amor vien nel bel viso di costei,
quanto ciascuna e men bella di lei
tanto cresce ‘l desio che m’innamora.
I’ benedico il loco e ‘l tempo et l’ora
che si alto miraron gli occhi mei,
et dico: Anima, assai ringratiar dei
che fosti a tanto honor degnata allora.
Da lei ti ven l’amoroso pensero,
che mentre ‘l segui al sommo ben t’invia,
pocho prezando quel ch’ogni huom desia;
da lei vien l’animosa leggiadria
ch’al ciel ti scorge per destro sentero,
si ch’i’ vo gia de la speranza altero.
*
S’io credesse per morte essere scarco
del pensiero amoroso che m’atterra,
colle mie mani avrei gia posto in terra
queste mie membra noiose, et quello incarco;
ma perch’io temo che sarrebbe un varco
di pianto in pianto, et d’una in altra guerra,
di qua dal passo anchor che mi si serra
mezzo rimango, lasso, et mezzo il varco.
Tempo ben fora omai d’avere spinto
l’ultimo stral la dispietata corda
ne l’altrui sangue gia bagnato et tinto;
et io ne prego Amore, et quella sorda
che mi lasso de’ suoi color’ depinto,
et di chiamarmi a se non le ricorda.




E’ sempre un bene ricordare da dove veniamo (Dante, Petrarca, Boccaccio, Compiuta Donzella ecc.) anche perché non dimentichiamo che questa gente qua ha inventato la lingua italiana. Ho visitato la sua casa di Arquà, ho visto il “suo” gatto impagliato qualche secolo dopo, ne ho tratto vitamina per l’anima. Grazie per questa riproposta.
E visto che, assai opportunamente, è stata citata Compiuta Donzella, forse la prima poetessa italiana, ecco uno dei tre sonetti che solitamente le vengono attribuiti:
« A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora
acresce gioia a tut[t]i fin’ amanti:
vanno insieme a li giardini alora
che gli auscelletti fanno dolzi canti;
la franca gente tutta s’innamora,
e di servir ciascun trag[g]es’ inanti,
ed ogni damigella in gioia dimora;
e me, n’abondan mar[r]imenti e pianti.
Ca lo mio padre m’ha messa ‘n er[r]ore,
e tenemi sovente in forte doglia:
donar mi vole a mia forza segnore,
ed io di ciò non ho disìo né voglia,
e ‘n gran tormento vivo a tutte l’ore;
però non mi ralegra fior né foglia. »
Grazie a Nota e ad Almerighi e Ottaviani, i quali ci ricordano che la poesia italiana oltre ai padri ha anche le madri.